Vivere o morire

di Giuseppina Stanzione

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Mezzanotte.


Giulia indossava una tuta sgualcita e aveva ancora le pantofole ai piedi. I capelli ricci e neri erano stati tirati malamente all’insù con una molla gialla. Molti le cadevano sui suoi occhi azzurri ed umidi,visibilmente stanchi e provati. E lei infastidita li metteva subito dietro le orecchie. Ma proprio non volevano acconciarsi. Intanto, tra un riccio ribelle e l’altro, si versò del buon whisky preso dalla dispensa del suo mini bar in un bicchiere. Lo tracannò e volse lo sguardo a quella porta sotto le scale. La fissò per qualche minuto. Poi si avvicinò lentamente, afferrò la maniglia e la abbassò. Spalancò la porta. Rimase lì ritta per qualche secondo finché stese la mano sinistra sulla parete ed accese le luci. Era il suo garage. Era lì che custodiva gelosamente le sue auto preferite: tre fuori serie, messe ordinatamente in fila, pulite e luccicanti, poste di fronte a due utilitarie: una Fiat 500 e una Mercedes W168 A160 Elegance. Misere se confrontate ai tre bolidi straordinari. Giulia non sapeva quale scegliere. Di sicuro nessuna delle due utilitarie. Non facevano al caso suo. I tre fuori serie sì, invece. Erano tutti così belli e scattanti. Vibranti e super veloci. Un giro ad alta velocità le avrebbe fatto sicuramente bene. Ma con quale? Mercedes CLK Gtr, Lamborghini Murcielago o Lotus M 250? Quanta indecisione! Eppure per lei una valeva l’altra. Proprio per questo era così difficile scegliere. Avevano tutte la stessa importanza. Almeno economicamente. Non le restava altro che scegliere in base all' attaccamento sentimentale. Guardò ancora una volta le tre auto. Col dito indice della mano destra alla bocca e la mano sinistra tra i suoi voluminosi capelli rimuginava sulla scelta. Finché decise di prendere la Mercedes. La preferì alle altre per il suo colore argento ed elegante e per quelle portiere così futuriste. Era la prima che aveva acquistato. Per questo motivo era la più importante. Col sorriso pago sulle labbra aprì il portellone del garage, prese le chiavi nella cassaforte e mise in moto. Il solo rombo di quella bellissima auto la fece elettrizzare di gioia. Era soddisfatta della sua scelta. La Mercedes era quella giusta. Sì, faceva proprio al caso suo. Ingranò la prima e schizzò via verso l’esterno. Dopo qualche minuto il portellone che si stava chiudendo automaticamente dietro le sue spalle oramai era uscito dalla sua visuale. Mentre guidava fiera e decisa pensava a dove sarebbe potuta andare a sbattere con quel bolide superbo. Un albero? Un muro? Un ponte? O il mare? Continuava a pensarci mentre si mangiava nervosamente le pellicine delle dita della mano destra. Guardava fuori dal finestrino nella speranza che quel bel panorama costiero le desse consiglio. Ma niente. Un buon bicchiere di whisky, invece, sì che le avrebbe schiarito le idee.

Fermarsi in un pub, però, non era il caso. Sudicia e trascurata come stava in un’auto del genere l’avrebbero scambiata sicuramente per ladra. Non avrebbero mai creduto che le appartenesse. Per di più era mezza ubriaca e l’ultima cosa che le serviva era la galera. Giulia su per quella scogliera non sapeva proprio decidersi se mettere un sasso pesante sul pedale della Mercedes e farla schiantare contro il muro godendosi appieno quel delizioso momento oppure se lasciarla precipitare giù per la scogliera.
E a renderle ancora più difficile la scelta era ancora un altro dubbio: lasciare che l’auto si schianti contro il muro da sola o lasciare che l’impatto avvenga con lei dentro? Niente l’aiutava a decidere. Nemmeno la sua razionalità e la sua morale. Il cuore, i suoi ideali femministi e la sua idea che il suicidio fosse sinonimo di fragilità, di tendenza a scegliere la strada più facile da battere per agire con freddezza ed audacia alle cattiverie stava prendendo il sopravvento sulla ragione.
Era tutto così confuso.
Fu di fronte ad una serie di curve che fece la sua scelta: sarebbe andata a sbattere insieme all’auto. Chiuse gli occhi, tolse i piedi dai pedali e lasciò al caso l’arduo compito. Subito il bolide sbandò,le ruote slittarono verso sinistra. La Mercedes fece un giro su sé stessa e andò a sbattere prepotentemente contro la parete rocciosa della montagna. Un botto fragoroso seguì l’impatto. L’ auto si era accartocciata sul davanti e Giulia al suo intermo, nonostante il voluminoso airbag, aveva battuto violentemente la testa contro il manubrio. La cintura di sicurezza l’aveva slacciata pochi attimi prima dell’ impatto.
Inizialmente, quando sorseggiava pensierosa il suo bicchiere di whisky, aveva deciso di agire per vendetta. Voleva fargliela pagare cara a quel bastardo di suo marito che aveva osato tradirla. Materialista ed egoista com’ era, distruggere la sua auto preferita lo avrebbe fatto arrabbiare tantissimo. E della sua sofferenza, lei pensava che ne avrebbe goduto. Era convinta che vedere suo marito imbufalirsi di fronte a quello scempio le avrebbe reso giustizia. Che idea le era sembrata distruggergli migliaia di euro in un soffio! Sì. Dargli il bene servito era proprio la reazione giusta. Ma durante la guida forsennata di quel bolide il suo spirito vendicativo si era affievolito lasciando spazio alla frustrazione. Non riusciva a contenere l’immenso dolore che provava. Sapeva che non sarebbe riuscita a ingiuriare il marito anche se se lo meritava tantissimo. Non avrebbe retto agli scherni della gente sebbene fosse nel giusto. Tra i tanti dubbi che le affollavano la mente durante il tragitto solo la morte le sembrò l’unica certezza. Solo lei avrebbe potuto liberarla dalle sue sofferenze. L’idea le balzò alla mente come una soluzione di concretezza e lucidità. La morte le risultò come il prodotto esatto di una sottrazione, una risultato logico e coerente in risposta all’insieme di dubbi che pochi momenti prima le attanagliavano il cervello. Al bando tutti i suoi ideali. In quel momento solo le sue emozioni contavano. E solo alle sue emozioni decise di dar credito.