Viaggio in Africa

di Giacomo Rosada

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Caro diario,


nella vita ho avuto il piacere di molte discussioni eccezionali dal tema culturale con molti amici stranieri venuti da Asia, sud America e da altre zone d’ Europa, ma quella avuta con un amico ieri sera catturò particolarmente la mia attenzione, e credo che la ricorderò per sempre con grande precisione nella mente e nel cuore.

Stavo seduto presso il mio solito posto alla locanda del mio paesello, sorseggiando un boccale di birra come avevo fatto molte volte prima di allora, quando vidi entrare un amico d’ infanzia, a cui andai incontro d’ impulso per abbracciarlo. Erano anni che non ci incontravamo, ma ci riconoscemmo subito, e fummo molto lieti di rivederci, ormai adulti e ancora legati da buoni sentimenti reciproci. Questo mio amico si chiama Kwame Kensa, è un africano nato a Biella il mio stesso giorno, e la cui famiglia proviene dalla città di Kumasi, in Ghana. Fin da piccolo mi aveva profondamente colpito la sua stazza, così elevata, e i suoi occhi grossi.

Quando avevamo dieci anni ci dividemmo, dal momento che lui partiva per la sua terra, dove contava di rimanere per alcuni anni. Ho sempre ricordato con commozione il giorno del nostro distacco, così come ora rammento con piacere il nostro ricongiungimento. La sua famiglia si era bene inserita in Italia, grazie al buon lavoro esercitato da entrambi i genitori, e al buon grado di istruzione che lui aveva conseguito, trovando il modo di migliorare le loro originarie condizioni di vita, originariamente umili.

-Com’ è l’ Africa?- gli domandai dietro un secondo bicchiere di birra, che offrì con cuore anche a lui –E’ così bella come dicono?
Kwame si rabbuiò di colpo. Sembrava che con quell’ innocente domanda avessi sollevato una triste argomentazione.
-La mia terra è un luogo dove le ingiustizie e le oppressioni sono ancora vive e ben visibili- mi rispose –La vera Africa non è quella delle riserve, e nemmeno quella dei beduini nel Sahara. Tanto meno quella di hotels e villaggi turistici. E’ qualcosa di…diverso, di tremendo, di triste.
Quella risposta, così semplice e chiara, mi stupì e mi incuriosì notevolmente.
Tutto in Kwame mi faceva notare che ciò che aveva visto nella sua terra lo aveva profondamente colpito, e ampiamente turbato.
-Vuoi raccontare?- domandai –Siamo amici di lunga data, sono disposto a comprendere.
Guardandomi dritto negli occhi e percependo il tono della mia voce, si sentì invogliato a narrare.
-A che cosa pensi quando si nomina l’ Africa?- mi chiese prima di sorseggiare un altro po’ di birra.
Riflettei per un po’, e risposi:
-Mi vengono in mente la cultura tribale, l’ imperialismo europeo, i legami con la tradizione, ma anche la povertà, le missioni religiose, gli animali allo stato libero.
Non mi venne in mente null’ altro, poiché in effetti non erano molte le mie conoscenze sul tema africano. A scuola non mi avevano insegnato molto su quel continente, e niente in ciò che mi circondava mi aveva spinto a documentarmi volontariamente di quella zona di mondo.
-In parte è vero- rispose Kwame, in tono affermativo –Ma è solo una parte della realtà. Una piccola parte.
Si appoggiò comodamente sullo schienale della propria sedia, tirò un lungo sospiro e raccontò:
-Tu sai che l’ Africa è stata per secoli soggetta all’ imperialismo
straniero. Determinate zone erano sotto il presidio politico-militare
britannico, altre sotto quello spagnolo, altre ancora sotto il dominio
francese, olandese e arabo.
Mentre sorseggiavo un po’ di birra, annuì, e lo invitai a proseguire.
-L’ Africa del Nord è Africa solo di nome, perché è popolata dai discendenti
dei coloni arabi, che a buon diritto si ritengono arabo-musulmani ancora
oggi. Ma nel resto del continente, dagli anni Cinquanta in avanti, si è
assistito al disfacimento degli imperi coloniali europei. Il mio Ghana fu sotto la dominazione britannica, fino al 1957, quando divenne politicamente indipendente.
Si diede qualche occhiata in giro, prestando una profonda attenzione alle persone in movimento, ai ragazzi come noi che, seduti in compagnia, ridevano e scherzavano in allegria. Il suo sguardo mi lasciava intendere che nulla del genere fosse possibile in Ghana, per un motivo o per un altro.
-Vorrei precisarti, caro Giacomo- riprese con tono drammatico -che l’ Africa non è mai stata veramente libera in questi ultimi anni, sebbene gli imperi europei siano crollati uno dopo l’ altro. E’ vero, non circolano più gli
educatori mandati dal governo coloniale per istruire all’ obbedienza verso i nobiluomini stranieri, così come i potenti mercanti di schiavi e neppure i soldati delle guarnigioni. Ma la vera autonomia non si è mai imposta dalle nostre parti…
Riflettendo un po’, domandai:
-Forse perché i governi di mezzo mondo stanno provvedendo con troppi aiuti missionari, ed eccessivi stanziamenti economici? Il troppo aiuto vi impedisce di fare da soli?
Kwame scosse la testa, abbozzando a un sorriso. Credo che avesse intuito fortemente che la mia domanda dipendesse dall’ alterazione delle informazioni, tipica e remota nella nostra società.
-Dagli anni Cinquanta a oggi- rispose –in Africa si assiste a un’ altra forma di schiavismo, molto più occulta, più redditizia, più conveniente e silenziosa della
precedente: quella del capitalismo straniero.
Tale considerazione mi sorprese, ma fino ad un certo punto. Sentivo che in qualche modo avesse la sua logica. Non l’ interruppi, ma con lo sguardo l’ invitai a proseguire, desideroso com’ ero di saperne di più in proposito.
Kwame bevve un po’, prima di riprendere con la consueta pacatezza che avevo negli anni imparato ad amare:
-L’ imperialismo politico e militare portava a una forte migrazione dalle nazioni dominanti fino ai paesi occupati, e comportava dipendenza economica e commerciale. Il meccanismo è ancora in atto. Con l’ immigrazione degli imprenditori e dei commercianti dall’ Europa, specialmente Germania, Gran Bretagna, Spagna, Italia, Libano e Arabia Saudita, da Cina e Giappone, opportunamente guidati dai loro ambasciatori, i governi stranieri riescono tutt’ ora efficacemente a controllare i paesi africani, manipolandone completamente la produzione e il commercio.
I signori del denaro. riflettei sconcertato I veri padroni del mondo, capaci di asservire ogni settore della società, grazie ai loro capienti portafogli...
Ne ero sicuro, tale forma di schiavismo doveva essere di gran lunga peggiore e più efficiente di quella militare. Molto più umiliante per gli africani, e redditizia per chi la pratica. E d’ un tratto intuì che l’ Africa dovesse essere di gran lunga più ricca di quanto avessi mai creduto, in caso contrario non sarebbe mai convenuto a nessuno sfruttarla.
-Il Ghana presenta la tipica forma di dipendenza dal capitalismo straniero- stava spiegando il mio amico nero, richiamando la mia attenzione -Italiani e libanesi, senza dimenticare gli inglesi, hanno il completo controllo dell’ economia statale, e di conseguenza esercitano una colossale influenza sul governo, condizionandone liberamente le scelte politiche.
Come in Kenya, riflettei con gli occhi persi nelle intensità del vuoto dove mezzo mondo investe milioni e milioni di dollari nei suoi zoo e nelle sue riserve ambientali, e pur di un vantaggioso ritorno di capitali gli investitori esercitano un vicino e tangibile controllo sul sistema keniota. Ma con la rivolta civile, i consorzi di investitori sono senza dubbio nel panico: i ribelli sanno che vanno messe immediatamente le mani sui preziosi soldi “donati” dagli stranieri, e mica sono così gnocchi da usarli come vogliono gli altri...
Guardai Kwame, nero di pelle e con i capelli sottili e ricci esattamente come lo avevo per anni ricordato. Credevo proprio che il suo ritorno in Africa gli avesse permesso di cogliere tutti quei particolari che altrimenti gli sarebbero sfuggiti, e che i potenti di tutto il mondo hanno convenientemente sfruttato e occultato in nome del profitto monetario. Aveva ragione: parlava di una subdola ed efficiente forma di schiavitù, con pochi privilegiati da una parte, e molti diseredati dall’ altra.
Il capitalismo straniero- fece notare il mio amico con tono severo, battendo l’ indice dito sul tavolo – abbraccia tutta l’ Africa, ed è favorito da una mancanza opportuna di leggi in tema di lavoro, e di capitale. Ciò comporta che gli
africani sono manovali in casa loro, non solo nei paesi stranieri che li ospita come l’ Italia.
Bevve dal boccale, e abbozzando a un sorriso inorridito, aggiunse:
-Insieme agli imprenditori, un po’ come è stato per la Cuba di Fulgencio
Batista, predecessore di Fidel Castro, un grande potere è nelle mani di
gangster e mafiosi, che controllano i rackets della droga e della
prostituzione, del contrabbando e dell’ usura, e perfino del gioco d’ azzardo e degli hotels.
L’ udire un simile resoconto mi sconvolse ampiamente. Mai mi sarei aspettato che nel mondo potesse ancora accadere un simile disastro, mio carissimo diario. Multinazionali e politici, imprenditori e padrini che si arricchiscono sfruttando i paesi più arretrati. Che obbrobrio. Pensai allibito:
L’ Africa non è ancora libera, ed è lungi dall’ avviare un adeguato sviluppo
sociale. Da una parte è però anche colpa degli stessi africani, che
dovrebbero essere più coscienti di sé stessi, e iniziare a dettare maggiormente legge in casa propria.
-Lo sai che cosa ha dichiarato un vecchio amico ghanese a mio padre?- mi chiese Kwame, con l’ aria tipica di chi mi avrebbe dato un’ ulteriore stoccata, quella definitiva -Ha detto di essere contento che ci siano i bianchi, che hanno portato tra le altre cose l’ aria condizionata. Perché noi neri siamo lentissimi, troppo lenti, e l’ Africa non è l’ Europa, e nemmeno gli Stati Uniti.
Da ciò compresi intimamente la loro mentalità, il loro modo di vivere: vivono di ciò che i bianchi danno loro, vengono opportunamente stimolati per poi essere tenuti sotto il loro tallone. Kwame aggiunse che contrariamente alle convinzioni comuni, ha visto africani ricchissimi, con belle auto sportive, residenti in palazzi da ricconi.
-Sono pochi, ma esistono eccome- sostenne con seria sicurezza -Pensa che
alcuni di loro hanno investimenti in America e in Inghilterra, e vivono come
un benestante italiano, con tanto di servitù in casa...
Rimasi decisamente sconvolto da ciò che ieri sera udì raccontare dal mio amico di lunga data. In parole semplici mi aveva esposto gli effetti nefasti dell’ onnipotenza del commercio, che di fatto crea pochi uomini più ricchi di intere nazioni. E gli africani ricadono drammaticamente in questo discorso. Molto più di quanto si possa comunemente credere.
Vivono con niente, pensai ma hanno sempre il sorriso sulle labbra. Le loro radici religiose sono state distrutte dai missionari cristiani e musulmani, i quali hanno ucciso e schiavizzato più di dieci legioni coloniali, e oggi credono con devozione in Dio. Quanto umiliato e sfruttato è stato il popolo dei neri…
Si, ancora adesso, mente ti scrivo, caro diario mio, credo che il popolo africano sia stato profondamente mortificato e abusato in ogni singolo frangente, e la cosa che più mi sconvolge è che mentre soffre, sorride felicemente. E non c’ è nessuno a soccorrerlo veramente.