Via dal campo

di Niccolò Matcovich

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– Geggiù ven acca’, ch’a tua sorella se la stanno a magnà li puorci! – gritava la donna Mariella cada volta che quella scemunita della piccola Fermina si buttava nella gabbia. E l’omo arrivava, con la vanga dietro li capelli, e gettava ferro sulla capa dura dell’animale che si voleva sbranà alla piccoletta. Si ripeteva sempre la stessa favola, pecché alla piccoletta gli piaceva d’entrare nel recinto. Per Geggiù era ormai una tradizione, ch’ogne giorno si rinnovava, cosicché alla sera si mangiava o’puorco e le tre stomache s’accontentavono. Finito il pranzo, la donna Mariella, che era sessant’anni che viveva così, se n’andava davanti ai camini per genuflettersi al fuoco; sgranava un rosario di plastica, poiché quello di vetro s’era consumato tutte le perle per quante volte era stato abusato, s’accoccolava sul tappeto unto e se ne dormiva fino all’alba con un micione tra li bracci. Geggiù invece preferiva la paglia, sì, quella che si pigliava da solo con la grande Macchina. Non gl’aggradava il suolo freddo e umido: almeno alla sera voleva stare bene. La piccoletta, Fermina, quella che finiva con li puorci, era invece la più fortunata, cosicché la donna Mariella la chiamava Principessa, ma solo quando intorno non c’era nessuno, nemmeno il micio! Dicevo che era la più fortunata, sì, perché a lei non spettava la terra, non la sterpaglia, ma un vero letto, di quelli caldi e morbidi rimbottati con le piume. E pure queste gliele procurava Geggiù, staccandole una ad una alle oche matte che se ne andavano nell’aia. E dopo la notte, ch’a volte era fredda, a volte era mite, arrivava il latte caldo servito in tavola con un pezzo di pane: non pioveva dal cielo, ma lo faceva Geggiù, ch’alle quattro era già in piedi per mungere la capra, e un’ora dopo ai camini per scaldarne il frutto fresco. Fermina, la Principessa, si svegliava solamente, e quando che scendeva le scale, tale era il rimbombo dei suoi candidi piedini ch’a non serviva il gallo per cantare l’alba, pecché era lei che lo chiamava, e insieme a questo la donna Mariella e tutti gli animali. Sì, pecché il latte caldo era bello e prelibato, e penetrava nelle narici come erba di prato. E per la vecchia non c’era niente di più vivo che d’esse svegliata dalla piccoletta, soprattutto quando il micio nella notte gli ficcava la coda in bocca che per poco la strozzava. E così si era di nuovo tutti insieme, Geggiù, la Principessa, la donna Mariella e il micio, ognuno con il suo latte, i suoi sbadigli e i suoi pensieri. E la giornata riprendeva, con l’omo ch’andava a cavar legna e accudir bestiame, la piccoletta che compiva il suo tragitto per la gabbia e la vecchia che tra un pater noster e un ave maria se n’andava per la casa a disfare tutto e rimettere a posto, tanto da avere qualcosa da sbrigare.

Mo che tanti anni son passati, non so che fine abbia fatto l’omo, o la vecchia, o la piccoletta. Forse questa l’hanno vinta i puorci, forse donna Mariella ha conquistato il Paradiso, e, chissà, Geggiù una vita serena. Non lo so, e neanche lo voglio sapere, però mi piacevano, e gli ho voluto bene, a tutti quanti, compreso il micio!