Vento di montagna

di Mattia Torre

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Era la fine di aprile, mancava poco per la fine di quel mese del 1945.
Mi trovavo nel mio sacco a pelo vicino Torino, poco più di un anno fa, il 3 aprile 1944 decisi di andare sulle montagne. Avevo deciso, la dittatura che versava sulla mia nazione doveva cessare, e io dovevo fare del mio meglio affinché la libertà e la giustizia tornasse a regnare con noi.

Ricordo il giorno che scelsi la via della lotta partigiana; ero sdraiato sul letto, avevo da poco superato i 19 anni e stavo preparando un esame di storia.
Fu allora che mia madre entrò di corsa nella camera, nella mano stringeva un fazzoletto, nel fazzoletto erano strette delle lacrime di dolore e la sua bocca emanava grida di afflizione.
Un nazista aveva ucciso mio padre, pensando che facesse parte di una di quelle organizzazioni segrete che da qualche anno gli davano del filo da torcere nelle montagne della mia regione.

Mia madre morì il giorno seguente, mentre saltava addosso all’ufficiale tedesco con un coltello.
Decisi allora che la mia lotta non sarebbe finita, che se anche io sarei dovuto morire allora lo avrei fatto combattendo per la causa in cui mio padre non credeva, ma nonostante tutto vi aveva perso la vita.
Partì il 3 aprile alle 5 di mattina, seduto nel vagone di un treno dove molte facce sembravano dire “basta non si può andare avanti così”.
Arrivato mi sentii perso. Le montagne, ancora innevate in cima, nonostante la primavera fosse già arrivata; il freddo pungente emanato dagli aspri pendii; le lacrime che mi uscirono per il vento mi fecero forza: pensai a mio padre, pensai a mia madre.

Nel primo pomeriggio cominciai a salire la cima, dovevo sapevo avrei incontrati i compagni partigiani. Li raggiunsi, sapevano del mio arrivo, mi presentarono gli altri del battaglione e presi posto dentro la capanna. Per la prima volta presi in mano un’arma, pensavo fosse qualcosa non adatto agli studenti, ma ormai era li.

Passai i primi giorni in tranquillità, leggendo il libro di poesie che mi ero portato per farmi compagnia, delle volte ne scrivevo alcuno di mio polso.
La montagna mi piaceva, era diversa dalla città.
Era più fresca, pulita.
E io lottavo per far si che il mio paese potesse raggiungere quella pace che stava sulle cime innevate.

Arrivò il giorno in cui dovetti far ei conti con la mia arma.
Alcune persone fidate del paese ci avvertirono che un battaglione di tedeschi avrebbe perlustrato la montagna alla ricerca di una cellula partigiana….la nostra.
Ci preparammo per lo scontro notturno, arma in mano ci disponemmo lungo i pendii.
Ero teso.
Ero impaurito.
Ma allo stesso tempo ero fermo in braccia e gambe, sapevo che quello che facevo non era inutile, sapevo che la mia morte non sarebbe stata invana, sapevo che lassù ci stavano due persone che mi aiutavano: quelle che mi avevano aiutato finchè hanno potuto.
Sapevo che avevo dentro una forza che non aveva niente a che fare con la forza fisica, ma aveva un qualcosa di piu profondo nel suo interno.
Avevo ancora una linea parallela a lei, che mi aspettava, e per cui io volevo continuare a vivere, volevo rivedere il suo viso, pronunciare il suo nome, leggergli una poesia scritta li sulla neve.

I tedeschi non si fecero aspettare, come non si fecero aspettare i colpi sparati dalla mia arma verso di loro; il braccio era fermo, ma sono sicuro che qualcosa dentro di me tremava.
Non avevo mai sparato, tremavo insieme ai proiettili.
Riuscimmo a farli andare via, una battaglia era vinta; ma il sangue che mi usciva dalla gamba sembrava non volersi fermare, mi sentivo solo fra gli alberi. Dei passi, tedeschi, mi uccidono.
No.
Lorenzo, un ragazzo del mio battaglione, mi salva. Prende il suo fazzoletto e mi tampona la ferita, mi trascina fino al campo; li un ragazzo facente parte della facoltà di medicina estrae la pallottola e in poco più di 3 settimane la gamba ritorna come nuova.

Nel frattempo io e Lorenzo diventammo inseparabili.
Passammo su quelle montagne altro tempo ancora, sentimmo l’estate l’autunno, e ad un certo punto arrivò l’inverno.
Insieme alle stagioni si susseguivano anche i nostri rifugi, si andava alla ricerca di cibo, si scacciavano i tedeschi a colpi di proiettile.
Si perdevano gli amici.

Era gennaio inoltrato, la neve cadeva regolare come ogni mattina, i pensieri a distanza di quasi un anno volavano ancora verso di lei, non dimentico il suo viso, le poesie qualche volta gliele ho spedite, qualche volta mi rispose. Qualche volta solitudine.
Come in quel giorno, io e Lorenzo decidemmo di andare in paese a racimolare qualcosa da mangiare, ma prima ci fermammo al torrente, che nel bene e nel male viveva insieme a noi la nostra lotta. Lui il fiume ci portava la vita, ci dissetava dopo le lunghe corse per sfuggire agli attacchi, ci levava di dosso l’odore di legna bruciata e polvere da sparo.
Portava i corpi dei nostri amici in un’altra vita, migliore.
Quel giorno non sapevamo dell’irruzione dei tedeschi in paese, la voce non ci era arrivata.
Camminavamo per le strade deserte finchè non ci apparvero, tedeschi.
Io e Lorenzo avevamo il bastone della morte in mano e il fazzoletto rosso al collo, la nostra sorte sarebbe stata sicuramente delle peggiori; ma noi conoscevamo quei luoghi, le montagne erano diventate la nostra dimora, ogni sentiero anche se ghiacciato era una via per la salvezza.

Iniziammo a correre.
Ci inseguirono una decina di uomini con la croce uncinata al braccio, tenevano alti fucili e pistole correvamo, sembrava che il vento stesse rincorrendo noi e non viceversa.
Spari. Non ci prendevano.
Uno invece colpì Lorenzo dietro la schiena e quindi decisero di mirare a me, una roccia mi salvò.
Inciampai per terra, pensarono che fossi morto e lasciarono il paese.
Mi svegliai.
Il mio compagno amico ancora respirava, ricambiai il favore, con il fazzoletto gli tamponai la ferita, lo presi in braccio e iniziai a correre. Non ce la fece.
Arrivai al torrente ma era andato.
Nella notte riuscii ad arrivare alla capanna del nostro battaglione, tutti versammo lacrime e ci facemmo forza per andare avanti.
Lo avvolgemmo nel suo sacco a pelo. Con della vernice ci scrivemmo sopra “Morto per la libertà” e lo lasciammo andare insieme al torrente.
Piangevo
Continuai a lottare, avevo visto in faccia l’assassino del mio amico.
Sapevo che era il secondo volto che avrei voluto rivedere da vicino, dopo il suo….

Passarono così altri due mesi nell’attesa.
Poi i tedeschi tornarono al paese, ormai le loro forze erano ridotte, era fine marzo del 1945.
Quasi un anno dal mio arrivo, vent’anni dalla mia nascita. Ancora vivo
In quel fine marzo sapevamo che i tedeschi sarebbero durati poco, e decidemmo di lasciare le montagne per andare verso Torino e aiutare i partigiani a liberare la città.
Mentre ci dirigevamo nella città affrontammo al nostra ultima battaglia.
Nazisti in ritirata, più incazzati che mai.
Li affrontammo.
Alcuni scapparono.
Ma eccolo, lui
Quel volto do nuovo davanti a me
Bang….un colpo
Il mio
Si accascia a terra
Era ancora vivo.

Gli vado vicino e guardo dritto negli occhi l’assassino di Lorenzo, non so cosa mi prese in quel momento, mi sentivo leggero ma sapendo di aver portato la morte a una bestia feroce.

Parlai: << eccoti qui, dopo tanto tempo, non mi sono scordato il tuo viso e sono sicuro che se mi avessi visto in faccia quel giorno prima di sparare alle spalle al mio amico in questo momento ti staresti chiedendo perché sono vivo. Eccomi. La ferita che senti è la mia vendetta, per Lorenzo, per mia madre, mio padre, per le persone a cui fino ad oggi hai tolto la vita. Il motivo di questa vendetta mi ha spinto a rimanere vivo fino a questo momento, bastardo, dovevo vedere la tua faccia: ma ora che ce l’ho qui davanti vorrei che non fosse mai esistita. Buonanotte ora vado, la mia vita è da lei. Addio >>.

Eccomi adesso a raccontare questi particolari di un anno di lotta.
Ho iniziato che era il 24 aprile.
Ma qualche volta il tempo passa come meno te lo aspetti, non avrei mai creduto di riuscire a sopravvivere una anno nelle montagne.
Ma invece eccomi, a pochissimi chilometri dalla città della mole, insieme ai compagni delle nevi, insieme anche a chi non ci sta più, ma che tutti sappiamo non ci lascia mai.
Scrivo in questo momento per far si che la memoria delle persone come Lorenzo non venga mai dimenticata. So che probabilmente fra qualche ora riabbraccerò lei, il motivo per cui forse sono ancora vivo.
L’alba, 25 aprile 1945.
20 anni dalla mia nascita
1 anno e 22 giorni dall’inizio della mia lotta.
Al posto del canto del gallo sento la voce di un compagno che mi dice:
<<andiamo, prendiamoci la nostra liberazione>>.
In quell’istante mi passano in mente i loro volti; mamma, papà, Lorenzo, i compagni caduti, le persone che sono morte per questa stupida guerra, immagino i loro volti, cerco i loro sorrisi, mi fanno l’occhiolino.
Sono preso dalla grinta, dall’emozione, dalle lacrime.
In un certo senso mi sento quasi libero.
E’ ora
sto arrivando tranquilla,
mi alzo
insieme a me la luce del sole.