La storia del signor P.

di Roberto Zeolla

Guarda il profilo

P. era un uomo sulla cinquantina che io conobbi durante il quinquennio di lavoro prestato presso un’ agenzia assicurativa da cui avevo ottenuto, fresco di laurea, l’ affidamento di un ristretto portafoglio di clienti da gestire e sviluppare. Io non amavo particolarmente questa professione, ma ritenevo che potesse essere per me una buona occasione per farmi le ossa nel mondo del lavoro e per guadagnare un po’ di denaro in attesa di una migliore opportunità. Di certo le mie finanze in quel periodo non erano floride ma, essendo per natura una persona ottimista, capii presto che quel lavoro poteva rivelarsi per me una splendida opportunità al fine di osservare silenziosamente gli atteggiamenti e i comportamenti delle persone, mentre ero nell’ esercizio delle mie funzioni.
Di fatto, l’ incontro con il cliente non avveniva in ufficio, comodamente seduto dietro una scrivania al riparo dalla pioggia e dal freddo invernale o dalla torrida calura estiva, bensì al domicilio, da raggiungere con mezzi propri.
Era mia consuetudine contattare telefonicamente l’ assicurato il giorno prima e fissare l’ appuntamento per l’ indomani. Quel giorno rispose al telefono l’ anziana signora Giulia, madre del signor P., il quale era momentaneamente assente.
“Mio figlio è in giro per la spesa” mi disse cordialmente la madre. “Credo che si assenterà solo per una mezz’ ora. Devo riferirgli qualcosa ?”
Gli replicai che la mia telefonata aveva l’ unico scopo di ricordare loro le prossime scadenze di contratto e che la mia intenzione fosse quella di incontrarli l’ indomani, come ormai di consueto.
“Mi raccomando, non ci faccia spendere molti soldi !” disse, con voce limpida, la signora Giulia. “Non si preoccupi, farò del mio meglio per venire incontro alla vostre esigenze” risposi io dall’ altro capo del telefono, pur sapendo che questi clienti non avevano affatto difficoltà economiche.
Salutai distintamente l’ anziana donna e le confermai l’ appuntamento.
Era estate ed il sole splendeva nel cielo di luglio e, in effetti, si trattava di una giornata molto afosa. Con la giacca e la cravatta “d’ ordinanza”, mi recai al Vomero presso il domicilio della signora Giulia e del suo figlio convivente e, dopo aver citofonato, raggiunsi il quarto piano, rigorosamente a piedi, non per mancanza dell’ ascensore all’ interno dello stabile sito sulla ridente collina partenopea, ma perché era mia buona abitudine.
Venne ad aprire la porta il signor P. Era vestito con una larga camicia a maniche corte color sabbia ed un paio di bermuda bianchi stretti da una cintura sotto la vistosa pancia, testimone di una vita trascorsa nell’ ozio. Però mi era simpatico e, sotto i baffetti ben curati, non esitava mai a mostrare un sorriso cordiale e solare.
Aveva pochi capelli e, dopo innumerevoli tentativi di riportarli sul cuoio capelluto calvo, vi aveva rinunciato a favore di una più dignitosa e, credo, esteticamente migliore, testa rasata al centro con dei ciuffetti di pochi capelli a far da cornice al suo viso rotondo.
Durante gli incontri passati, avevo appreso dalla madre che, in qualche occasione, aveva cercato un’ occupazione ma, puntualmente, o per un motivo piuttosto che per un altro, dopo pochi mesi aveva abbandonato tutto.
Era chiaro che il signor P. non aveva alcuna voglia di lavorare ed ogni volta utilizzava una scusa diversa per licenziarsi, tanto a casa c’era sua madre che provvedeva a tutto nonostante la sua non più tenera età.
Una volta P. mi confidò di aver abbandonato un incarico di rappresentante per conto di una azienda produttrice di generi alimentari perché i clienti in portafoglio erano “brutta gente”, come disse con la sua erre lievemente arrotata.
Dopo i convenevoli di rito, mi invitò ad accomodarmi sull’ antico canapè nel salotto zeppo di cimeli di ogni tipo e provenienza. “Adesso vado a chiamare mamma” mi disse con voce chiara e forte. “Sia così gentile da attendere solo qualche minuto mentre termina di prepararsi”.
Sul pianoforte che ormai nessuno più suonava da anni, la donna di servizio di origine ucraina aveva spolverato con gran cura e teneva tutto in buon ordine.
In un cantuccio notai una piccola cornice d’ argento che custodiva una foto, ingiallita dal tempo, del defunto marito dell’ anziana signora. Pensai tra me e me: “Sarà stata una personalità illustre”. Ed infatti era così, tant’è che avevo appreso dalla collaboratrice domestica che, per molti anni, prima di passar a miglior vita, aveva rivestito l’ importante incarico di magistrato presso il Tribunale di Napoli.
Volto lo sguardo nella direzione opposta, notai che, su di una piccola parete provvista di un paio di appliques in cristallo, era appesa ad un chiodo, ormai da decenni, la pergamena della laurea in giurisprudenza conseguita dal povero giudice nel 1947. La cornice, un po’ impolverata, era stata realizzata, con gran perizia, in legno antico ed impreziosita con foglia d’ oro da chissà quale talentuoso artigiano ed era, indubbiamente, di buona fattura.
Il padre del signor G. era stato un grande appassionato d’ arte ed anche un discreto pittore a livello amatoriale ed infatti le pareti dell’ appartamento erano letteralmente tappezzate con quadri dipinti da alcuni grandi maestri dell’ Ottocento napoletano tra cui De Corsi, Di Marino, Villani, Crisconio nonché opere dipinte da egli stesso. Ad un primo esame del suo stile, mi era parso un “chiarista” anche se la sua pittura non era particolarmente personale e si ravvisavano in essa, un po’ disordinatamente, le tante influenze esercitate dai grandi maestri del passato.
Una cosa era certa: questa famiglia possedeva una collezione di quadri di notevole valore artistico e commerciale.
Mentre, un po’ annoiato, attendevo l’ arrivo della signora Giulia, Ludmilla - così si chiamava la colf ucraina - entrò a passo svelto nel salotto con un vassoio su cui era poggiato un grosso bicchiere di vetro contenente una limonata ghiacciata: era proprio ciò che desideravo per idratare la mia gola arida a causa del gran caldo. Avrà avuto una trentina d’ anni e, fingendo una sorta di timidezza maliziosa, camminava sempre a testa bassa. Aveva un viso d’ angelo e, nell’ adagiare il vassoio sul tavolino davanti al canapè, mi lanciò uno sguardo rapido che non mi impedì di ammirare i suoi splendidi occhi azzurri.
Il signor P. la detestava. “E’ una buona a nulla, è sporca, beve alcolici e mangia in maniera smodata. Io ho già chiesto a mamma di mandarla via e di non assumere nessuna al suo posto perché posso fare tutto io in casa, dato che sono disoccupato” mi confidò nervosamente.
Il signor P. viveva in uno stato di gran solitudine anche se, una volta, la signora Giulia mi raccontò di una sua storia d’ amore vissuta molti anni prima con una donna un po’ più giovane di lui e che P. amava alla follia.
La ragazza non era, come si suol dire, di “buon lignaggio”. Suo padre, originario della provincia di Avellino, era il custode di un condominio mentre la madre, casalinga, aiutava il marito nell’ eseguire i lavori di pulizia del palazzo e, laddove necessario, lo sostituiva in portineria allorché quest’ ultimo avesse dovuto allontanarsi per qualche importante faccenda. Si erano conosciuti a casa di amici comuni ed era scoccato il cosiddetto colpo di fulmine. P. sembrava un altro uomo: aveva trovato, grazie all’ intermediazione materna, un discreto lavoro ed aveva intenzione di impegnarsi al fine di svilupparlo.
Non che avesse bisogno di denaro ma, per una questione di dignità e, soprattutto, per dimostrarsi quale buon partito agli occhi dei genitori della ragazza, aveva deciso, giustamente, di liberarsi del pesante clima familiare e vivere la sua vita come un uomo “normale”. Il lavoro a tempo pieno rappresentava per lui un’ ottima opportunità per conseguire questo obiettivo.
In realtà, al padre ed alla madre della ragazza, cui erano profondamente legati, interessava unicamente la felicità della figlia e, contrariamente ad ogni clichè, non avevano mire patrimoniali, sebbene non versassero in floride condizioni economiche. La madre del signor P., invece, non era dello stesso avviso, ritenendo che si trattasse di un fidanzamento di interesse e, pian piano, implementò una sottile e subdola strategia di smantellamento dei “falsi” propositi del figlio. Costui, non essendo capace di imporre la propria personalità contro quella ingombrante della madre, si lasciò plagiare al punto da rompere gradualmente il bel rapporto instaurato con la ragazza e le naturali conseguenze furono l’ inevitabile rottura del fidanzamento ed il ritorno del signor P., da perdente, alla sua vita abituale, senza amore e senza lavoro.
Mentre la mia mente era immersa in questi pensieri, fui richiamato alla realtà dalla bella voce squillante della signora Giulia, che, salutandomi cordialmente, si accomodò in poltrona sorretta dal figlio a causa dei forti dolori articolari causati da un’ inveterata forma di artrosi.
Ormai era già abbastanza tardi ed avevo numerosi impegni di lavoro, per cui venni immediatamente al sodo e, tirati fuori i contratti dalla borsa, li sottoposi all’ anziana donna per la firma.
“A quanto ammonta il danno ?” mi chiese con la solita sicurezza di sé mista a sarcasmo. Comunicatole l’ importo totale, chiese al signor P. di compilarle, con molta attenzione, l’ assegno bancario che ella, unica amministratrice del patrimonio di famiglia, avrebbe, di qui a poco, siglato. Una volta che il signor P. ebbe espletato “l’ incarico di fiducia”, la vecchia signora inforcò lentamente gli occhiali da lettura e firmò l’ assegno, che io intascai immediatamente. Avevo fretta di abbandonare quella casa dei cui abitanti ormai sapevo abbastanza e, congedatomi distintamente, mi lanciai per le scale senza neanche attendere l’ arrivo dell’ ascensore al piano.
Uscito dallo stabile, mi infilai nella mia Alfa 33 color avorio parcheggiata lì vicino e scomparvi alla vista in pochi secondi.