L’educatore

di Stefano Atzori

 

Era lì,davanti a me,con l'aria di chi volesse interrogarmi. Avevo  intenzione  di  dirgli la verità,per questo avevo deciso di vederlo. Ero sicuro di fare la cosa più giusta e non mi preoccupavo assolutamente delle conseguenze;niente era peggio  di tutte quelle balle che gli avevano detto. Una volta lì però cercai di guadagnare tempo invitandolo a fare la solita  passeggiata. La  giornata  era calda ed approfittai di quei momenti di silenzio  rubati  alla sua curiosità  per  trovare  le  parole  più  adatte per cominciare il discorso. Prendemmo il  sentiero  di sempre quello che si inoltrava nella parte più interna e silenziosa del parco;tutto intorno c'era una gran confusione  tra bambini che giocavano e cani rincorsi dai loro padroni. Mano a mano che  ci  addentravamo  però  le  grida  e le risate si facevano sempre più lontane per poi  scomparire  in  una profonda pace che avrebbe disteso i nervi a chiunque. Nonostante  fossimo  ancora  in  Febbraio, i mandorli erano già in fiore. La  temperatura  era  alta    e  si respirava già aria di primavera;ma era un'illusione,come lo  era  tutta  la  vicenda che avevo vissuto,il freddo sarebbe tornato,  e come tutti gli anni ci saremmo affrettati a rispolverare gli abiti invernali.              Un'illusione!. Con  amarezza  mi  rendevo  conto di aver fallito;in poco tempo credevo di aver cancellato idee ed abitudini che lui si era portato dietro per anni. Non  avrei  mai immaginato che sarebbe finita così,quando tre mesi prima  avevo  cominciato, al contrario  ero partito con tutto l'entusiasmo del principiante alla sua prima esperienza di lavoro. Avevo appena terminato il liceo e già mi  si  era  presentata, unica  ed  irripetibile,la possibilità di conquistare la tanto sognata indipendenza,poco  importava  se  non sapessi cosa fosse un educatore ne di cosa si occupasse. Non  sarebbe  passato  molto  tempo del resto prima che una realtà fino  ad  allora  sconosciuta  soddisfacesse la mia curiosità. Il ragazzo affidatomi si chiamava Marco ma nelle case  popolari in cui viveva,alla periferia del paese, era conosciuto col soprannome di "lo sdentato". Mi svelò lui stesso,con un bel sorriso,la ragione di quel  curioso nomignolo,la colpa non era  la sua  però, ma  del fratello  che  con  un  sasso  gli  aveva buttato giù gli incisivi lasciandogli una vistosa "finestrella" sul  davanti  della  bocca.”Non l'ha fatto apposta,voleva colpire un gatto!"si era affrettato a spiegarmi quando mi aveva raccontato tutta la storia. Il nostro  primo  incontro  era stato un disastro. Avevo preso così sul  serio il lavoro  che per  una settimana non avevo fatto altro  che studiare il modo migliore per conquistare la sua simpatia. Non avevo lasciato nulla al caso ed ero convinto di fare un figurone, quando lui,al solo sentire che ero il nuovo educatore, senza tanti complimenti,mi  sbatté  la porta in faccia. Pensai  che come primo approccio non sarebbe potuta andare peggio;mi armai di coraggio  e  riprovai. Bussai di nuovo ma nessuno mi aprì. A quel punto mi venne voglia  di  andare  via. Erano  le tre  del pomeriggio ed accanto a quell’ odore di fogna che sentivo da appena  entrato  si diffondeva l'inconfondibile aroma del caffé:"Finalmente qualcosa di familiare!"pensai. Credevo di essere chissà dove e invece ero solo a qualche chilometro da casa!. Solo allora,mentre mi guardavo attorno, mi accorsi delle condizioni di quel posto. Era uno schifo;muri sporchi e  pasticciati, polvere,  ragnatele, bottiglie  vuote ,avanzi  di cibo e buste di immondezza sparse  qua  e  là sulle scale  e  sul  pavimento  dell'andito. Uno scenario a dir  poco  desolante. Mi chiedevo come si potesse vivere in quelle condizioni!. Stufo  di aspettare in quel pianerottolo che era più sporco e disordinato del  garage  del  nostro  palazzo, decisi di andare via e feci qualche passo verso le scale quando un uomo,a cui avrei dato più di quaranta anni per via del volto  pieno  di rughe mi chiamò. "Signore,aspetta......" mi disse  mentre, dal fondo dell'andito mi veniva incontro. Aveva  una bottiglia in mano ed una puzza di vino così forte che avrebbe fatto concorrenza alla cantina  sociale del paese. Mentre  barcollava  sotto  il  peso  dell'alcool,tirò fuori dalla  tasca  dei  pantaloni  una  chiave  e  me la diede  dicendo che non  sarebbe  riuscito ad infilarla nella serratura. "C'è freddo....mi tremano le mani...."spiegò dopo aver buttato giù un  sorso  di  quel  vino  nero. Cercai di  aprire la porta. Non era un'impresa facile e passò del  tempo prima che la chiave riuscisse a fare un giro completo. Nel frattempo lo strano individuo parlava: "Io lo so chi sei..."diceva appoggiandosi su di me per non cadere. "Sei uno di  quelli  del  Centro  sociale......"fece una pausa per calmare  la  sete e continuò,".......uno di quelli che vengono per aiutarci....un...un...". "Un educatore!"dissi io  mentre  mi alzavo,anche se non ero ancora abituato a sentirmi chiamare così."Ecco si....proprio quello!" esclamò lui. "Sono venuto per Marco!"aggiunsi, mentre gli restituivo la chiave. "Ah si.......adesso lo chiamo!"fece lui riportando alla  bocca  il vino  che diminuiva a vista d'occhio. Invece di entrare però rimase fuori ed agitando il bottiglione come una spada cominciò a cantare in modo così sgraziato che mi tappai le orecchie. Non  ricordo  che  canzone avesse  cantato  ricordo  solo che dopo  qualche minuto si fecero sentire le prime proteste:"Vai a  cantare da un'altra parte stronzo!"urlarono in molti dalle  porte  vicine. Lui  non  ci fece caso e continuò finché‚ dal piano di sotto,stufo di quello strazio, arrivò un ragazzo: "Che cavolo ti prende Vincenzo!Hai bevuto più del solito?" "Fatti gli affari tuoi!"gli rispose lui. I  due  sembravano  conoscersi  bene e il ragazzo avvicinatosi gli strappò la bottiglia dalle mani. "Ridammelo! "piagnucolò Vincenzo troppo ubriaco per reagire. "Per  oggi  basta!" disse l'altro respingendolo " Se  no  stanotte non  ci  fai dormire!". "Ridammelo" urlò di nuovo lui, ma il  ragazzo  era  troppo occupato a buttare giù il vino che restava per ascoltarlo." Tò , prendi!" gli  disse  infine  lanciandogli la bottiglia ormai vuota. Il  povero  Vincenzo  la  afferrò  al  volo  dimostrando una prontezza di riflessi che suonava strana in un corpo  come il suo. Lo vidi poi guardare sconsolato quella bottiglia e  frignare  come un bambino al quale fosse stato tolto il giocattolo  preferito. Il ragazzo da parte sua si  allontanò  sorridente, soddisfatto  della prova di forza appena data:"Alla  prossima  Vincè! "disse  con  spavalderia  mentre faceva le scale. "Bastardo!"gridò Vincenzo che non  potendo  fare  altro prendeva a calci la porta già rovinata. Rimasi senza parole di fronte a quella scena;debolezza,sopraffazione,cattiveria...... ,mi chiedevo fino a che  punto  fossero  il  risultato  di  quel ambiente  sporco  e degradato o se invece  fosse  la  natura nera e perversa di quella gente a generare degrado  e  sporcizia. Le  cose  non  erano  così semplici però,c'era una logica in tutto ciò anche  se  io non  ero  ancora in grado di comprenderla. Avevo scelto il momento sbagliato  per  pensare,quando tornai alla realtà infatti  mi  accorsi  di essere  solo;Vincenzo era  sparito e solo la bottiglia per terra,vuota ed in  piedi,mi diceva che non  avevo sognato."Devo rifare tutto!"pensai mentre sentivo di maledire quel ragazzo che era venuto a rompere le scatole proprio sul più bello. Per  un attimo la stanchezza ebbe il sopravvento e fui nuovamente  tentato di lasciar perdere:"Ma si chi se ne frega.....mi  daranno un altro ragazzino da seguire tanto....",ma poi  il  pensiero di tornare al Centro a mani vuote risvegliò in me una grinta insospettata;quella esperienza  cominciava  ad  arricchirmi!. Con  decisione diedi una spinta alla porta socchiusa ed entrai. Una volta dentro però quella determinazione mi abbandonò. Lo scenario era desolante: alcuni bambini,ne avevo contato sette,camminavano scalzi  per  il  pavimento sporco, brande e materassi erano un po dappertutto e l'aria era impregnata di un odore nauseante. Ci rimasi male nel vedere tutto ciò,la povertà era così  vicina che la si poteva toccare. I bambini giocavano scorrazzando  da  una stanza all'altra senza prestare attenzione a me. Era strano che nessuno di loro si chiedesse  perchè fossi lì. Mi sentivo a disagio e avanzavo  a  piccoli  passi  come un ladro che teme di essere scoperto.  Le stanze erano vuote; non  un mobile al di  fuori  di una vecchia credenza,non un quadro,non un  calendario  appeso  per quelle mura  scrostate. Nemmeno le sedie erano  poi  tante,anzi erano così poche  che mi chiedevo se mangiassero in piedi come i cavalli;ma  il mio era un dubbio inutile  c'era  da  chiedersi cosa e non come  mangiassero dato l'aspetto  denutrito  dei  bambini. Uno  di  loro intanto lasciati gli  altri  si era avvicinato incuriosito; era  a qualche metro e  non  mi staccava gli occhi di dosso. Accennai  un  sorriso  per  spezzare l'imbarazzo di quello sguardo insistente ma  lui rimase serio e venne ancora più vicino. Ad un tratto afferrati con forza i"jeans"cominciò a trascinarmi. Colto  di sorpresa reagii senza convinzione."Piantala!" dissi senza  alzare  la voce  per  paura  di  attirare l'attenzione degli altri, ma non era necessario gli  altri  infatti se ne erano già accorti ed in massa accorrevano per giocare  a mie spese. In un attimo fui assalito da quel branco  di  bambini; c'era chi tentava di aggrapparsi alle spalle,chi tirava il giubbotto,chi voleva sfilarmi gli occhiali!.Non vedevo più niente soffocato  com'ero  da  quelle  piccole “bestioline” che ridevano e strillavano eccitate. Cercai di liberarmi ma non fu possibile,anzi più opponevo resistenza e più quelli si  divertivano a mie spese. Rimasi  così  a  fare  il giocattolo finchè le urla di un ragazzo misero in fuga quei vivaci bambini. Tirai un sospiro di sollievo mentre ancora frastornato cercavo  di darmi una sistemata."Grazie!"dissi di  cuore  al  ragazzo  che  mi  aveva  salvato. Al contrario lui non mi accolse con molta cortesia!."Ti ha fatto entrare Vincenzo?" "Si!"risposi."Quello stronzo fa sempre entrare tutti!. Cosa vuoi?". "Sono venuto per Marco...." Si mise ad urlare allora:"Marco!,c'è gente per te vieni!"Marco fece capolino quasi subito ma appena mi vide,con la stessa velocità con cui era arrivato si dileguò per l’ennesima volta .A  quel  punto  il  ragazzo  parve  capire : "Sei l'educatore allora!",e  mi  disse  di aspettare. Andò nell'altra stanza e dopo qualche  minuto  di  parolacce e botte tornò tenendolo per  un  braccio. Non  era di certo entusiasta di venire al Centro di aggregazione, questo  lo  avevo capito,ma che lo dovessi pure  trascinare  come  un  peso  morto per le scale,questo no,era decisamente troppo!. Così feci uno strappo all'etica professionale,  e gli mollai uno schiaffo. Lui,credendo giocassi, me lo restituì e ridendo me ne diede anche  un  altro. Non ci vidi più; cominciai a picchiarlo,e  questa  volta  sul serio. Lui si difese,e tra l'altro anche bene,tanto che alla fine quello che le aveva prese forse ero io. Una folla di curiosi richiamati dalle nostre urla pian piano si era riunita attorno a noi e  partecipava divertita facendo il tifo per Marco,beniamino di casa. Tra  quelle  facce  incuriosite  vidi quella del fratello più grande e per un attimo temetti  il peggio. Non successe nulla però e dopo quello sfogo  accadde  il miracolo: lui  sorrise  e lo fece in maniera così buffa da contagiarmi poi guardandomi con furbizia disse:"Sei simpatico........ti accompagno al Centro.............". Il miracolo durò qualche mese,Marcò  frequentava  il  Centro  di aggregazione con regolarità. Mi seguiva come un'ombra  dovunque  mi spostassi ed  a  tutte le attività che là si tenevano preferiva la mia compagnia,tranne che  per  il  corso di pittura dove invece la mia presenza non era gradita,stava  preparando una sorpresa per me e non voleva che la vedessi prima del tempo. Passeggiata  dopo  passeggiata  vinse  la  diffidenza e cominciò a raccontarmi della sua vita;era orfano di padre, e Vincenzo,il tipo che mi aveva aperto,non era altro che un amante  della  madre: "Si sente sola,e ha bisogno di compagnia!"mi disse, ma  mi spiegò anche che era un ubriacone e lui lo odiava. Del padre aveva pochi ricordi, mi raccontò solo che era morto di polmonite,perchè il medico, secondo quello che aveva sentito dalla madre e dal fratello più grande era arrivato troppo  tardi,quando  ormai non c'era più niente da fare."Siamo poveri,il medico a casa nostra non viene!", diceva. Era  intelligente e quando parlava,gesticolava per farsi capire; ero la prima  persona  che  sentiva  certe  cose,  e quella  continua voglia di chiacchierare tradiva una grande solitudine. Secondo lui facevo "il maestro" perchè avevo gli occhiali:"Tutti i maestri hanno gli occhiali. Chi ha gli occhiali non può fare altri lavori!", diceva, ed  era  così  convinto di ciò che difficilmente sarei riuscito a fargli cambiare  idea. Incuriosito dalle sue idee sul mondo degli adulti un giorno  gli chiesi:"Cosa farai da grande Marco?",e lui senza pensarci tanto:"Il muratore e mi farò una casa bellissima..""Ti sposerai?""Non lo so, forse""Perchè,forse? "Perchè per sposarsi e fare figli,ci vogliono soldi,mia madre,dice  sempre  che non ce la fa a mantenerci perchè  siamo troppi,e non vede l'ora che andiamo via." "Puoi sposarti senza avere figli."gli dissi, ma lui mi guardò come se avessi detto chissà  che cosa e a sua volta chiese:" Cosa ci si sposa  a  fare  se  non si fanno figli?". Preferii non rispondere a quella domanda,e cambiai argomento.
Dopo una  lunga  camminata  arrivammo alla "panchina solitaria",la meta di quella nostra ultima  passeggiata. L'avevo ribattezzata in quel modo perchè come un fungo  spuntava  nel  bel  mezzo  di  una piccola radura circondata dagli alberi. Era  sola e nascosta tanto che  anche  noi l'avevamo scoperta per caso. Si era alzato un pò di vento  e qualche nuvola si avvicinava minacciosamente a quel caldo sole. Era giunto  il  momento  di  parlare. La rabbia,che credevo di aver scaricato però  mi  assalì di nuovo,ed a quel punto non potei più trattenermi :" Complimenti! sei stato proprio uno stupido, era da molto che non lo facevi vero?",lui  mi  guardò  come  se  fossi diventato matto:"Ma che cosa stai dicendo?",”Sto dicendo che era da molto che non rubavi!"Quelle parole lo scossero. Diventato improvvisamente serio, si alzò e dopo qualche istante di silenzio con voce grave  mi  chiese:"Chi te lo ha detto,l'assistente sociale?" “Si,proprio lei"risposi.Ci fu nuovamente silenzio. Sconsolato Marco disse qualcosa  a  voce bassa ma il vento mi impedì di sentirlo. Rimase in piedi,immobile,a guardare lontano chissà dove oltre quei pini che ondeggiavano. Dopo un pò però ritrovò la sicurezza di sempre:"Avevo fame!. Ho rubato per mangiare!.""Non è una buona scusa,te  li  avrei prestati io i soldi per mangiare!",urlai alle sue spalle,ma lui si mise a ridere."Meglio rubare che chiedere l'elemosina a te!"Aveva  rubato  perchè  costretto!. Non  c'era  altro  da aggiungere,quelle parole si commentavano da sole. Era  inutile  del resto sperare di poter rimediare;era troppo orgoglioso per tornare in quel supermercato e chiedere  scusa. Mi  dovevo  rassegnare,era infatti il secondo richiamo  del  Tribunale  dei  minori  e  Marco sarebbe finito in una"casa famiglia". Mi chiedevo se anche lui a questo punto avesse capito quello che lo aspettava,da come aveva reagito pensai di si, ma  non  ne  ero  sicuro  perciò  decisi  di metterlo  al  corrente  di tutto, era  per  questo poi che l'avevo portato qui. Mi alzai e gli misi una mano sulla spalla,era la prima volta che in tre mesi lo facevo:"Sai cosa succederà adesso?""Mi manderanno via dal Centro, e noi non ci vedremo più!.". Avevo visto giusto, gli avevano  fatto  credere  che  si  sarebbero limitati a separarci. Non potevo accettare  quelle  assurde  bugie:"No Marco,l'assistente sociale non ti ha detto tutta la verità. Ti manderanno in una casa famiglia!"."Che  cos'è  una "casa famiglia"?",chiese lui con tranquillità."E'una casa dove ci sono tanti ragazzini come te!", gli risposi senza pensarci su."Allora mi divertirò se ci sono tanti ragazzi come me......"Dopo  quella  risposta  sarebbe  stato  inutile  continuare  e  mi accontentai della mezza verità che gli avevo svelato.
Tornammo indietro. Arrivati alla macchina gli chiesi se volesse un passaggio ma lui  rifiutò. Prima di andar via tolse dalla tasca del giubbotto un piccolo pacchetto:"Aprilo quando non ci sarò più!",disse e se ne andò. Avvolta nella carta  di  un  giornale,c'era una miniatura che rappresentava un paesaggio di montagna;l'aveva fatta  lui  al  corso  di  pittura!.Dietro c'era scritto solo il suo nome.

Stefano Atzori