La stanza dei ricordi

di Marco Raiti

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A me piace molto parlare con i vecchi, discorrere con lo­ro del più e del meno attento a non tralasciare d'intendere neppure il più piccolo velo di una sfumatura, quando loro, i vegliardi, si pongono placidi con occhi pieni di ricordi a raccontare frammenti di vita ormai accatastati in una stanza, che ora che la stessa vita glielo permette, più so­vente possono scendere a visitare. Varcare quella soglia soli e silenziosi girando l'interruttore per illuminare tra la pol­vere sparsa i loro ricordi.
Quelli più preziosi, ancora lucidi e scintillanti quasi fossero fatti di metalli nobili o cimeli di una prestigiosa collezione che molto spesso viene ammirata e lucidata con cu­ra; gli altri, quelli meno amati o solo meno vivi, lasciati più in disparte, fuori dal colpo d'occhio che si può gettare appena varcata la soglia della stanza e già un po' meno lu­cidi. Fino poi a scovare con lo sguardo attento della memo­ria quelli più impolverati, lasciati lì, in un cantuccio del­la stanza, semi coperti dai primi.
Ebbene, dicevo, molto spesso mi soffermo a chiacchierare con loro, i saggi vecchi. Ma certo non immaginavo che, recan­domi nella vicina cittadella di Sarzana per svolgere alcuni affari, potessi scorgere, lungo la strada che vi si conduce, una vecchierella, che, a guisa di spigliata teen-ager, mi do­mandò un passaggio in auto; o meglio, in gergo, faceva l'auto­stop.
Per la verità, il suo gesto era molto differente dal so­lito pugno chiuso con il pollice rivolto all'esterno. Ella, infatti, alzò la mano blanda, con lo stesso gesto che si usa per indicare la fermata dell'autobus.
Io, superato il primo momento di perplessità, anche per­ché sospettoso che la nonna potesse avere urgente bisogno per risolvere qualche problema, mi fermai e la invitai a salire.
Portava con sé una larga borsa, dalla quale fuoriusciva­no tre grosse forme di pane ed aveva la testa fasciata in un fazzoletto, come era sovente vedere qualche anno fa e forse ancora oggi, magari solamente in qualche paesino di campagna. Sul viso segnato e cosparso di rughe spiccavano due piccoli occhi azzurri.
Mal adagiata sul sedile anteriore della macchina a cau­sa del fastidioso ingombro che le procurava la borsa, la guar­dai, mi ispirava un senso di simpatia misto al naturale ri­spetto che le dovevo data la sua veneranda età.
Settantotto anni, mi aveva detto e, tralasciando i solchi che il tempo le aveva inevitabilmente segnato sul volto e sul­le mani, le si avrebbe dato sicuramente qualche anno in meno; se non altro per la prontezza del suo parlare o per la giovale vivacità che scaturiva dai suoi modi.
Io ascoltavo attento cercando di capire il succo di quel­la preziosa esperienza.
Poi, come quasi sempre succede, si scese dagli argomen­ti di carattere generale a quelli più personali. Pur senza vo­lermi compassionare delle sue disgrazie, mi confidò che aveva una figlia invalida operata l'anno prima per un tumore alla mammella e un marito vecchio e logoro a cui, contrariamente a quanto era successo a lei, la spietata malattia dei molti anni lo aveva reso incapace di badare a se stesso.
 Lei era rimasta l'unico pilastro su cui poteva far con­to la disgraziata famiglia.
Ma non si lamentava di ciò, anzi diceva che la vita le aveva insegnato a non lagnarsi per tutto il male che può capi­tare. L'unico rimedio era rimboccarsi le maniche come sempre aveva fatto quando il dovere di moglie e ancor più l'amore di madre, l'aveva costretta a lavorare duramente nelle cave di marmo di Carrara per poche lire al giorno. Spesso si era ritrovata a girare nelle grandi città, lei umile paesana nativa di un piccolo borgo in provincia di Carrara.
Si capiva dalla serenità della sua espressione che, lun­gi da ogni tentazione di farsi commiserare, era veramente con­vinta di ciò che diceva e le sue parole erano vergini di qualsiasi retorica come invece potrebbe non apparire dal mio rac­conto.
Poi, come spesso succede tra tanto parlare, un silenzio si insediò nell'abitacolo dell'auto e le nostre menti si pro­iettarono a pensare indipendenti.
Arrivati a Sarzana, ci salutammo cordialmente ed ella mi ringraziò con la solita semplicità che aveva mostrato durante tutto il nostro breve incontro.
Ora io mi domando e dico, chi, ascoltando quell'anziana signora ormai alle soglie della vita, non sarebbe rimasto col­pito dalla sua forza, non le avrebbe invidiato la sua tenacia così come ora io le invidio?
E se per ciò m'è parso giusto raccontare questo episodio, quella vecchierella, che io probabilmente non rivedrò più, ri­marrà nella mia memoria con la stessa intensità di un ricordo prezioso, lucido e scintillante e, quando sarò più in là con gli anni, scenderò spesso nella stanza a visitarlo come ci­melio della mia preziosa collezione.