La stanchezza premeva

di Pino Conte

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l.

… la stanchezza premeva, si faceva sentire, sui muscoli e dentro le ossa, rammolliva la carne e ne spezzava le leve. Lo stato di disfacimento perdurava sin dal ritorno a casa, scoccato all’alba di quella giornata lunga e tiepida, infine sopraffatta dal violaceo del tramonto, l’ora della sveglia; in genere suonava alle cinque del mattino, la domenica posticipava di dodici ore esatte. Il caffè s’era fatto freddo, nell’attesa, passata sul carrellino con le rotelle arruginite, di fianco al letto; non ce l’avevano fatta a strapparmi dalla dimensione liquida, in cui fluttuavo, neanche il loro sinistro e lugubre cigolio. Vinto dall’infiacchimento, avevo lasciato il caffè a fumare, inutilmente, nella tazzina in ceramica con i fiorellini violetti, come la luce della sera, fuori. Non era freddo solo il caffè, lo era anche la stanza, impermeabile al tepore della giornata primaverile; permanevo in posizione orizzontale, a letto, sotto le coperte, insensibile al calore che il sole, fuori, regalava con generosità. L’aria, tra le mie quattro mura, era gelida, appesantiva il senso di spossatezza che s’era impossessato del mio corpo, triturandolo senza pietà. Tra i mille dubbi che mi tormentavano, non c’era quello che fossi diventato, all’improvviso, senza preavviso, un mollaccione invertebrato; com’era fuori di dubbio che non avevo in uggia i tramonti che scendono sul lungomare. Al contrario, mi piace andarci a correre, quando il buio della notte non s’è ancora impadronito della spiaggia, il mare sembra uno specchio lucido, il cielo è una fascia di stoffa rara, striata con le sfumature dell’azzurro. Fatto sta che, quel dannato pomeriggio, non m’attirava neppure la spiaggia sotto il tramonto. Facevo il vip con la puzza al naso?, quello che la domenica sera fa vedere agli amici che è sfatto?, per la notte trascorsa a fare il bagno nello champagne, in dolce compagnia, ovvio. Nulla di tutto ciò. Anche se alcolici e spumante erano stati versati a fiumi, la notte prima – sabato-, e la compagnia -quella femminile, intendo- non aveva lasciato affatto a desiderare. Allora?, allora m’ero rotto le scatole uguale, una rottura bestiale, da farmi ripromettere ancora una volta che mai, mai più, gli amici sarebberi riusciti a trascinarmi con loro, nel pellegrinaggio del sabato notturno tra pub, bar, feste, discotche. M’inchinavo -per dire, sostavo sotto le coperte senza intenzione di uscirne-, al futuro, in cui ricercare nuovi orizzonti, rompere i soliti confini, ricominciare daccapo. Volevo varcare soglie sconosciute: gl’ingressi dei locali (e le delizie fasulle che nascondono) li conosco tutti, ad uno ad uno, in tutta la provincia.
In un altro tempo, tornavo a casa e c’era una mamma, una sorella, un cane ad aspettarmi; mi mancavano la camicia nuova e le scarpe alla moda, ma una parola buona me la sentivo dire. Anche se del tutto immeritata. Infatti, alla parola buona s’accompagnavano i rimbrotti. Adesso a casa ho il videotelefono, lo schermo al plasma, il computer portatile e quello fisso, e telefonini disseminati in ogni vano; mammme e sorelle, però, latitano: non vanno d’accordo con la tecnologia. E l’unico cane che è rimasto a farti compagnia è quello di peluche, abbandonato sulla poltrona. Svogliato, impigrito, triste, gli tiro la pallina, e lui niente, non un respiro, un fremito, un segno di vita, mentre la pallina da tennis giallo fosforescente rotola in fondo al corridoio, e si perde sotto i mobili. Di tanto in tanto s’affaccia alla porta qualche anima viva, perlopiù venditori porta a porta, che sono riusciti, non si sa come, ad oltrepassare lo sbarramento frapposto dalle barriere di cancelli e portoni da castello medievale, posti a protezione dello stabile; l’ho fatto notare, all’amministratore, “ma che è?, siamo in guerra con il palazzo di fianco?”, gli ho chiesto. Non mi ha risposto. Che sfigato, l’amministratore; è un professionista quarantenne, commercialista rampante a tempo pienissimo, con un occhio all’orologio e l’altro alla calcoltarice. Per costui il tempo è denaro, quindi non ne perde, a rispondere alle mie domande del cavolo. Lui amministra, gestisce, incassa. E stop. E’ una razza a rischio, quella dei professionisti quarantenni, giacca, cravatta, e sabati notte di follia. Non ci appartiene solo ‘sto amministratore; ne fanno parte anche i miei amici. Visto il legame che ci lega, posso dirlo: sono sfigatissimi anche loro, pari pari al loro compare posto ad amministrare il mio stabile. Vorrei sapere perché abito in un palazzo che sembra un carcere, tanto è chiuso e soffocante; e perchè i miei sabati notte sembrano una prigione, tanto sono forzati. La mia vita ha la strada segnata, scivola tra i vetri della sala parlatoio, quella dove i detenuti ricevono le visite, dove comunicano con l’altra parte della stanza tramite l’interfono. Nel salotto tecnologico, a casa, al bar, in discoteca, l’interfono manca; a parte il trascurabile dettaglio, la sensazione da parlatoio del carcere ci sta tutta. Nelle case di reclusione possibile che gl’interlocutori discutano delle porzioni con cui spartirsi la refurtiva, qua, nella prigione dorata riprodotta a casa e nei locali, i discorsi vertono su autovetture, pellicce, seconde case, e terze promozioni. Forse arraffate, il lavoro era stato fatto così e così, ammettono gli amici. E giù ghigni. Che s’ingrossano in solidi risentimenti, quando il discorso scivola sui relativi scatti di stipendi e di “benefit”. Il bottino, su cui delinquenti e professionisti hanno affondato gli artigli, è differente, le invidie, su chi tra essi ha di meno e chi di più, sono uguali. La forma cambia, la sostanza no; brutta razza, i quarantenni in carriera …