Sogno di un parlamento senza partiti

mini-racconto di Anna R. De Santis (depositato 13-02-2008)

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Brano tratto dal romanzo “Edionel” di Anna R. De Santis, depositato il 20/02/07, di cui tutti i diritti sono riservati (L.633 del 22/04/41 e successive modifiche); anche il nome del protagonista, che dà il titolo al romanzo, è opera e proprietà dell’autrice.
Nel brano il ricorso ai sospensivi e alla X in luogo di un nome è stato giocoforza, ma nulla toglie alla comprensione del testo.
La storia è ambientata nel Secolo XIV.
Nel presente episodio il Re si sta lamentando con X dei propri consiglieri:


Percorrevano i passaggi che li avrebbero condotti alle scuderie.
- Ascolta. Io sono il Re, ma ho un solo paio d’occhi come tutti, e guardano entrambi una sola parte, come avviene per tutti. Insomma, non mi è possibile vedere le cose da ogni lato, e dunque posso errare come chiunque nei giudizi e nelle decisioni, ma, fatti da me, gli errori possono aver conseguenze più gravi. Onde poter valutare meglio ogni questione, nei suoi numerosi aspetti, mi son procurato altre quindici paia d’occhi. Ma cosa fanno invece coloro? Fazione! Ed io, invece di beneficiare di altri quindici pareri, ne ottengo solo tre… e tre pareri di fazione per giunta. E dunque non ho modo di sapere se un intento è condiviso dalla maggior parte di loro e dunque, forse, giusto.
- Quelli che concordano nel modo di vedere le cose e di giudicarle… tendono a unirsi. Forse la formazione di fazioni è inevitabile.
- Ma una volta che si son formate vi si resta impigliati. Già abbiamo tutti abbastanza desideri e filosofie che ci fanno veder le cose a modo nostro, figuriamoci ad aggiungere ai nostri gli occhi della fazione. Insomma, quei nobili messeri mi offrono i pareri cucinati nelle filosofie delle proprie fazioni, utilissimi per tener queste ognuna unita in sé stessa e ben separata dalle altre, ma che non servono per governare; mentre a ciò gioverebbe il buon senso di ciascuno di loro, uomini o asini che siano.
Giunsero alle scuderie, e si fermarono sulla soglia ad aspettare che i destrieri venissero sellati e portati fuori.
- Ora ti faccio capir meglio. Se ci fosse un disgraziato assetato, la maggior parte di quei bravi messeri, pensando solo col buon senso, mi direbbe che è cosa necessaria prendere la brocca d’acqua più vicina e dargli subito da bere. Invece, pensando con le fazioni, le necessità diventano altre: andare a cercare una sorgente, o attingere al pozzo, oppure aspettare che piova. E quel disgraziato avrebbe tutto il tempo per morir di sete.
- Sì… ho compreso. I vostri consiglieri adattano le situazioni alle filosofie delle loro fazioni, invece di adattare queste a quelle.
- Proprio così. E da ciò essi traggono senz’altro piacere, ma il popolo che sugo ci trova? Il popolo non vuol essere costretto nell’angusto spazio della filosofia di una fazione: saggiamente, vuole l’acqua di pozzo o di sorgente secondo delle circostanze.
Montati in sella, cominciarono a percorrere le stradine che conducevano al ponte levatoio.
- E c’è pure un’altra faccenda. Quei nobili messeri ricevono un compenso per il loro compito. Ora, se pure ammettiamo che il parere delle fazioni sia utile quanto quello di chi le compone, la questione è: perché dare il compenso per quindici pareri se alla fine se ne ottengono solo tre? Perché far spreco del denaro delle tasse per remunerare tanta gente in più? Se proprio essi non vogliono sciogliere le amate fazioni, non sarebbe un bel risparmio se si riunissero per proprio conto e solo tre di loro venissero a recarmi il pensiero delle fazioni, solo quei tre ricevendo compenso?
- Sì… lo sarebbe. Ma le fazioni non avrebbero più alcuna convenienza a sussistere… e a voi resterebbe il parere di tre sole paia d’occhi: lo riterreste poco bastante e ricomincereste daccapo.
- Mmh. Non se ne esce. Dovrò adattarmi a che si continui così.
Numerose dame, graziose nei loro freschi abiti primaverili, risalivano la strada con le braccia colme di fiori di campo. - Se avessi più coraggio, prenderei quelle per consiglieri. Sanno cogliere fiori come saprebbero cogliere ortiche. Mi farebbero scoppiar la testa, ma penso che quasi nessuna di loro rinuncerebbe a parlare secondo sé.
- Non farebbero anch’esse fazione?
- Poche, credo. O non molte. O almeno non tutte! Non sarebbero certo migliori dei miei asini ma non si contenterebbero di stare dentro le filosofie: vi entrerebbero e ne uscirebbero tutte le volte che vogliono, convinte, e con ragione, di saperla più lunga. Insomma troverebbero più gusto a cercare di sistemare le cose piuttosto che a giocare alle fazioni.
- Ma davvero vorreste…
- Per carità! Tempo un mese non baderebbero a me più che se fossi una suppellettile. E non potrei prenderle per i panni o a pedate. Mi farebbero fuori. Già devo difendere la corona da mia moglie, che tiene la sua solo per sé ma le piace tanto anche la mia.
X rise di cuore:
- Vi conviene tenervi le vostre fazioni.
- Sto pensando… E se imponessi una tassa sulle fazioni? Una pesante tassa… sarebbe la maniera per farle sparire senza privarmi dei consiglieri. Ciascuno tornerebbe a pensare solo secondo la propria testa, e per ogni questione io saprei il parere di ognuno, e ne caverei quello condiviso dalla maggior parte di tutti, e potrei stabilire ogni cosa con più certezza. E potrei anche aumentarne il numero senza il rischio di far sprechi a compensare un’inutile folla. Uhm… tassare le fazioni… Ci devo riflettere.
X, con l’ilarità che gli piegava le labbra, scosse il capo:
- Questa non sarebbe cosa da decidere insieme: dovreste imporre voi codesta tassa o le fazioni imporrebbero di essere immuni da tasse… per quanti vantaggi e privilegi esse possano procurarsi.

Come si evince dalla data di deposito alla SIAE, il brano l’ho scritto molto prima che esplodesse l’antipartitismo (evidentemente nell’aria da tempo). Attenzione: non è antipolitica.