Amanda

di Renato Pisciella


Potevi trovarlo sempre lì, al solito posto, al bar “Achille Campanile”: il proprietario era un professore d’italiano in pensione innamorato del “Signor Campanile”, come diceva da sempre anche quando lo spiegava ai suoi ragazzi.

Lui, “il Prof.”, così lo chiamavano i suoi clienti, si chiamava Piero, aveva sessantacinque anni, e aveva preso in gestione il bar da ormai cinque anni, e da cinque anni, ogni giorno, alla stessa ora, allo stesso tavolo e sorseggiando la stessa birra alla spina, sedeva un ragazzo che non pronunciava mai più di tre frasi: “Buongiorno”, “Birra alla spina, per favore” “Arrivederci”. Nient’altro, eppure conosceva tanta gente, lo salutavano tutti, nessuno escluso. Piero però l’osservava e ogni volta che lo guardava gli ricordava se stesso da giovane: barbetta, capelli sfatti, birra alla spina e libro in mano. Non sapeva chi fosse, al di là di alcune informazioni passate sotto il bancone da Carlo: “Si chiama Franco, ventitre anni, ed è laureando in lettere classiche. Di più però non ti so dire”. Piero sentiva tra loro un’energia, una forza, e non sapeva spiegarselo: “ È come se tra me e lui ci sia un qualcosa…ma forse sto uscendo pazzo” concludeva lasciando cadere quel pensiero che poi però tornava puntualmente alle dieci del giorno dopo, quando Franco faceva il suo ingresso nel bar: “Lascia andar via questo pensiero, vecchio professore, è un ragazzo, problemi da adolescente”, pensava, e fino alle dieci del giorno dopo la sua mente era libera, tranne che per un ricordo, che gli martellava in testa da quando aveva avuto venticinque anni: era estate, e Piero per la prima volta con i risparmi dell’anno precedente, lavorando come cameriere, si era potuto affittare una modesta casa, anche se solo per una settimana, che distava dal mare solo cento passi. Era solo in quei giorni, come sempre del resto: conosceva tutti lui e tutti conoscevano lui, ma in realtà nessuno sapeva chi fosse o semplicemente cosa volesse, era fidanzato da un anno e mezzo con una ragazza che sì e no aveva visto solo quattro volte (sua moglie fino a qualche anno prima) e che diceva di amare alla follia, anche se a volte si chiedeva come potesse amare una ragazza che riusciva a vedere solo a Natale e Pasqua e neanche tutti gli anni. Piero, vedendo quel mare, si accorse per la prima volta di vivere e di assaporare il gusto di quel paesaggio inebriante, pieno di energia e in cui il ragazzo nato grande non vedeva l’ora di tuffarsi. Ci si tuffò con l’entusiasmo di un bambino: lui il mare non l’aveva mai visto o meglio non così, e quel giorno lo vedeva come non mai, con gli occhi di ragazzo e non con quelli di un adulto. Successe tutto in fretta: il bagno, i tuffi dal molo e lo sguardo di lei che, ne era certo “il Prof”: “Aveva gli occhi neri, così profondi che potevi sentire il suono dell’anima. Era qualcosa di etereo”. Per quel giorno tutto aveva perso senso, anche “il signor Campanile” – già all’epoca era il suo preferito –, l’unica cosa che Piero vedeva era lei e i suoi occhi. Il giorno dopo si fece coraggio e le chiese: “Ciao, io sono…ehm…ehm…Piero, sì Piero” e lei: “ Ciao Piero sì Piero. Io sono Amanda”.

Pensare che per rivolgerle quell’unico “ciao, sono Piero” aveva ripassato tutta notte i vari procedimenti dell’approccio: passo felpato, sguardo sicuro e poi un ciao deciso, da uomo; tutto dissolto in un lampo da quel “ehm…ehm…Piero sì Piero”. Nonostante il vuoto di memoria parlarono tutto il giorno di musica, di arte e dei poeti preferiti, Campanile per lui, ovviamente, e Van qualcosa per lei, un poeta fiammingo, almeno così “il Prof.” si ricordava. Stettero insieme per quattro giorni, che Piero ricordava come “i più vivi della mia vita”, fecero l’amore sul molo prima della partenza di lei, e ogni volta che tornava in quel luogo, anche dopo quarant’anni, “il Prof.” poteva ancora percepire nell’aria il suo profumo, e accarezzando il mare gli ritornava alla mente la sua pelle liscia, scura e piena di vita. Era il suo unico segreto, lui, tutto casa, scuola, studio e cene insipide con la moglie e gli amici di sempre.  

Una mattina, alle dieci in punto come sempre, entrava Franco: barba incolta, capello sfatto, “birra alla spina” e un libro, naturalmente. Piero si avvicinò: “Ecco a te, birra alla spina. Sai cosa dice Van…Van Durre...”; non se lo ricordava proprio, anzi, in realtà non lo conosceva affatto e il nome quell’estate di quarant’anni fa non l’aveva neanche capito. “Che diceva?” “Il Prof.” si sedette e giocando con gli occhiali rispose: “Nella vita la variazione è il sale e l’abitudine è il cibo; per una vita vissuta bisogna variare più spesso di quanto crediamo. Domani vieni alle undici e prenditi una birra in bottiglia magari anche straniera e vedrai che tutto avrà un sapore diverso”. Quando spiegava, Piero era sicuro, avvolgeva nello sguardo e prendeva al cuore. La sua passione per cultura, letteratura, teatro, cinema entrava dentro come un giorno freddo di novembre in cui l’inverno penetra nelle ossa; qualsiasi cosa spiegasse rimaneva nel cuore, persino la geopolitica faceva amare “Il Prof.”.

“Il ragazzo delle dieci”, ribattezzato così, rimase muto per circa cinque minuti, come se un treno fosse sfrecciato proprio in quel momento davanti ai suoi occhi, con una scritta: “io ti conosco”. Dopo altri cinque minuti di mutismo, Franco riacquistò il dono della parola: “Sa, mi sembra che lei mi conosca meglio di tanta gente che frequento da dieci anni. Sa che le dico, seguirò il suo consiglio“. L’indomani, alle undici, gridando a squarciagola: “Birra in bottiglia, avete capito? In b-o-t-t-i-g-l-i-a!” Franco entrò: “Ah sì, oggi è una giornata solarmente solare, vedete? Vedete, c’è il sole!”; “il Prof.”, senza spezzargli quel sogno, gli disse: “Ehi ragazzo, non so se te ne sei accorto ma fuori sta diluviando”, e lui senza orecchie: “Sì, si lo so però è stupendo! Pensa, oggi invece di fare la stessa strada che faccio ormai da tre anni ho svoltato a sinistra. Capisci? A sinistra!”. Sedendosi gli porse la mano: “Io sono Franco”, e il boss: “Piero, lieto di fare ufficialmente la tua conoscenza”. Parlarono tutto il giorno - Piero ci chiuse persino il locale - di come entrambi, a distanza di anni, avessero fatto le stesse scelte: lettere classiche, fidanzata della quale l’unica cosa che conoscevano era la voce e una passione spasmodica per Campanile. A distanza di quarant’anni per Piero era come rivedere se stesso: “Tutto quello che ho fatto, Franco, nella mia vita, è stato restare e accontentarmi. Le uniche cose vive sono state Amanda, di cui un giorno ti parlerò, e la letteratura, insomma lo studio; il resto è stata solo una sequenza di un film visto cento volte…fino a cinque anni fa, quando ho smesso di accontentarmi: ho lasciato mia moglie, mi sono preso questo bar e, Franco, posso dire di essere tornato a vivere. Vedi caro ragazzo, l’apatia è il male peggiore, e non avere curiosità forse è anche peggio: non chiedersi il perché delle cose che ci girano intorno è sinonimo di stupidità…Dopo anni di vita ti dico che bisogna variare, bisogna assaporare e bisogna danzare. La vita è una musica e tu devi danzare, ballare, ma non parlo di quei balli scimmieschi - con tutto il rispetto per le scimmie - ma della danza dell’anima precisamente, e me la fece conoscere Amanda. Si chiama “la danza della vita” di Van…Van…Ah è inutile che cerco di ricordare il nome di quel fiammingo lì, tanto non lo so, anzi sai, ti dico la verità, non l’ho mai saputo”. E mentre faceva la sua tirata quasi teatrale giocava con gli occhiali e con quei pochi capelli che gli erano rimasti. Franco rimase affascinato ad ascoltare e dopo dieci minuti di silenzio disse: “Partiamo, andiamo io e te, sì Piero io e te come padre e figlio…via, via per conoscere nuove cose, nuove storie; in giro da qui a Roma e poi giù al sud e poi su al centro per goderci il Gran Sasso, e poi su al nord e poi di nuovo giù, andiamo, assaporiamo la strada e il nostro paese che trasuda così tanta cultura che se la cultura fosse sudore ci riempiresti l’Atlantico. Io e te, che dici?”, e lui: “Dico che sei pazzo, e sai una cosa? Dopo trentacinque anni d’insegnamento ho capito che i pazzi sono i migliori amici che un uomo possa avere…D’accordo, tra due settimane. Data la mia età suggerisco una cosa che renderà il nostro viaggio più interessante: non partiamo di giorno, variamo, partiamo di notte, che dici?” il ragazzo pazzo fece un cenno con l’occhio sinistro e “il Prof.”: “Perfetto, siamo d’accordo. Partiremo di notte”.

Due settimane dopo lasciarono la città senza che nessuno venisse a salutarli, eccezion fatta per Carlo, fedelissimo del bar “Achille Campanile”: un abbraccio lungo un atto di una tragedia shakespeariana. E mentre levavano le tende, dalla tasca del “Prof.”, intento a salire sulla bicicletta – “I primi sessanta chilometri in bici, poi chissà” - gli cadde un biglietto. Carlo lo raccolse da terra che erano già lontani, oltre l’orizzonte; lo aprì: “Scrittura femminile”, notò, e lesse: “In questo mondo c’è bisogno di variazione: è il sale della vita. Assapora ogni istante di questa immensa tavolata. Siediti, osservala e gusta con gli occhi ogni singola pietanza e vedrai che non ci sono solo le patate, ma molto di più. La vita è una tavola ricca di ogni tipo di prelibatezza che l’uomo  possa conoscere: siediti e gusta lentamente ogni singola portata, bevi a piccoli sorsi ogni singola bevanda, non correre e fermati a pensare. Prendi da un piatto da cui non hai preso ieri e da cui non prenderai domani. Assapora la vita e vivi ogni istante come se quella che stai consumando fosse la tua ultima cena. Van Der Kock...”. Poi, di seguito, una grafia familiare: “...poeta fiammingo mai esistito. Ora l’ho capito, Amanda”.

Carlo guardò il foglio e poi l’orizzonte e ancora il foglio. Poi, girando lo sguardo a destra, vide una bicicletta abbandonata e improvvisamente decise di servirsi quella nuova e gustosa pietanza. 

Renato Pisciella