Questione di chic

di Carlo Ragonese

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Un silenzio delle marie. Curvo sul bancone, Falsaperla è impegnato a fare i conti. Vado da lui. Perché lo conosco. Se non lo desto io da quella sua attività di ragioniere, stasera nisba cena. Intanto si tira su, si mette la penna dietro l’orecchio e incomincia a contare con le dita. Non mi vede nemmeno. È tutto un programma. Le dita della mano destra saltellano sul pollice alzato della sinistra, danzano sul labbro inferiore, sul mento, ora si dispiegano dal pugno: pollice in testa, un due tre… e si arrestano. Si dispiegano dall’altro pugno: un due tre quattro... cinque. E ricominciano.
L’occhio mi cade sul quaderno dei conti lasciato sul bancone. Mi avvicino di più. Riesco a cogliere una caterva di numeri in colonna, cancellature, qualche doppia sottolineatura, scarabocchi, degli appunti in fondo alla pagina. Sono curioso: chissà che ti scrive un oste come quello. Storco il collo e metto gli occhi come scorre la scrittura. Cerco soprattutto le frasi in fondo alla pagina. Riesco a leggerle. Io, devo aumentare il conto del 5 per cento a chi non paga subito. E sul rigo di sotto: Il vino di Aci, posso benissimo spacciarlo per il Chianti. Penso che le due frasi hanno qualcosa che le accomuna. Prima di tutto mi confermano che Falsaperla è un ladrone. In entrambe, tuttavia, la virgola è posta dopo il soggetto e precede il verbo. E questo infilare la virgola proprio lì, è peccato mortale, dicono. Niente di strano. Mica il Falsaperlone è un letterato impegnato come me eh. Eppure sento che qualcosa di quelle frasi mi attrae. Ma cosa diamine, non saprei dirlo. Patatine fritte non sono, mi dico intanto che mi avvio a un tavolo. Solo quando mi siedo e finisco di trascrivere le frasi sul mio quaderno mi rendo conto di non aver reclamato l’attenzione dell’oste ““ la cena, diavolo! Ma non c’è tempo per puntare i piedi: in una botta entrano Filippo Lo Sciuto, il vecchio Poeta e Riccardo il filosofo. Me li vedo arrivare pari pari. Riccardo il filosofo è teso e liscio come il culo di un prete, tiene il cappotto rovesciato sul braccio e avanza che pare il padre della sposa. Il vecchio Poeta lo precede: maneggia il suo bastone tipo raccoglitore di foglie secche sul viale. Ma finisce per infilzare un calcagno a Filippo Lo Sciuto che ha davanti e che ora mi arriva al tavolo saltellando su un piede.
“ Quel duecento volte cornuto!
“ Così impari a camminarci davanti. I poeti, caro Filì, li devi tenere sempre sotto controllo. Se li hai alle spalle, non sai mai che ti combinano.
“ Vecchio malefico!
“ E’ che ti sa mio amico. Si vendica come può, quando può, e se può.
“ E può?
“ Può, può. Non dimenticarti che mette sempre la buona parola per farti pubblicare le poesie” Epoi ogni tanto non ti offre la cena? E tutto ciò, tradotto in lingua nostrana significa può. Su, siediti. Se tutto va bene ordiniamo la cena a quel cornuto.
Intanto Riccardo il filosofo ha preso posto a un tavolo vicino. Mi saluta col mento. Ricambio uguale. Il vecchio Poeta lo vedo perso in mezzo a una teoria di tavoli. Aiutandosi col bastone gira un’occhiata attorno a sé. Su Falsaperla si blocca. Lo fissa. Scuote la testa. Ora viene verso di me. Ora me lo ritrovo davanti.
“ Mi dica una cosa lesta lesta, mio giovane intellettuale – mi fa. “ Lei presume che quel Falsaperla riuscirà a servirci la cena?
“ Patatine fritte presumo! Se non lo distogliamo da quella catalessi, la fame facciamo. Quello tutto doveva fare, fuorché l’oste.
“ Eppure i conti li sa fare.
“ Li sa fare! Diciamo che di farli li fa, ma li fa a modo suo.
Sposto il quaderno verso il centro del tavolo e con un cenno della mano invito a leggere. Filippo Lo Sciuto è il primo ad allungare il collo. Legge a voce alta.
“ “Io, devo aumentare il conto del 5 per cento a chi non paga subito. Il vino di Aci, posso benissimo spacciarlo per il Chianti”. Che diavolo significa?
Riccardo il filosofo ha sentito le frasi. Il vecchio Poeta pure. Si alzano e vengono a curiosare sul mio quaderno. Filippo intanto ha l’espressione incarognita, e mi fa.
“ Non dirmi che questi obbrobri sono opera di quel fetente di un oste!
“ Lo dico invece. Proprio di quel fetente di un oste, sono. Le ho appena lette dal suo quaderno.
“ Il 5 per cento in più… Dannato verme!
“ Frasi sgrammaticate, comunque – dice il vecchio Poeta dopo aver letto.
“ Giusto, sgrammaticate. E ci rivelano un ragionatore ignorante e ladrone – fa Riccardo il filosofo con gli occhi ancora fissi sul quaderno.
Segue un silenzio che stimo di rancorosa riflessione. Tutti gli occhi ora sono su Falsaperla. È ancora in preda ai conti. Riccardo il filosofo se ne ritorna al suo tavolo, il vecchio Poeta lo segue. L’uno è dritto, semina boria, l’altro è storto, sparge veleno. Davvero una strana coppia.
“ Direi che c’è qualcosa di mazziniano in quell’oste “ me la sparo io.
“ Che vuoi dire? “ mi fa Filippo Lo Sciuto.
E intanto mi accorgo che le orecchie della strana coppia si è subito sintonizzata su di noi.
“ Vedi, “ faccio, “ con la sua Giovine Italia Mazzini non ebbe a preoccuparsi minimamente di farsi comprendere dai più. La maggior parte della gente era analfabeta, le sue idee erano cibo per il borghese, per il gentile galantuomo, per l’aristocratico, per il figlio di puttana. Insomma per chi intellettualmente era in grado di recepire la sua dottrina. Il nostro oste, similmente, ha riguardi solo per chi lo può pagare in contante. Degli altri clienti non gli frega nulla, tranne appioppargli un 5 per cento di interessi. Non so se mi spiego.
“ E io sono vittima conclamata! – fa Filippo Lo Sciuto.
“ Lei però paragona un eroe nazionale a un oste. Non le sembra di esagerare? – mi fa Riccardo il filosofo.
“ Beh certo, volendo considerare è questione di accostamenti e di situazioni – gli faccio. “ In quel suo quaderno l’oste ripone le speranze della sua vita. Lì dentro c’è il suo credo, la sua idea fissa, la sua Giovine Italia. Gli manca un sigaro in bocca, un caffé fumante sul tavolo e una chitarra a tracolla, ed eccoti l’oste dalle idee risorgimentali, pulito pulito.
“ Manca il Garibaldi della situazione, però “ fa il vecchio Poeta.
Si sente abbaiare.
“ Bau! Bau!... Bauuuuuuu.
E’ quel minchia di cane che mi chiama. È dietro la porta d’ingresso, come sempre. Quando si apre la porta, gli faccio un cenno ed è già entrato. Sgattaiola fra i tavoli, come sempre. Scodinzola, fa le feste con il divertimento dei clienti che fanno a gara per salutarlo: chi gli lancia un fischio, chi gli molla carezze, chi gli batte le mani, chi gli abbaia contro…
In quel fracasso Falsaperla si scuote. Si accorge del cane, quindi si dà una controllata attorno. Ci vede. Richiude per bene il quaderno e lo infila dentro un cassetto. Sembra finalmente riprendere la sua attività di oste.


“ Ma eccolo lì il Garibaldi della situazione “ faccio io indicando quel minchia di cane.
“ Come, un cane?! “ fa Riccardo il filosofo.
“ Un cane “ faccio io.
“ Un cane?! – fa Filippo Lo Sciuto.
“ Un cane “ rifaccio io.
“ Un cane! – fa quel vecchio Poeta.
“ Un cane – dico ancora io. – Perché vedete, dove prima c’era un silenzio tombale e sguardi flaccidi e freddi, ora regna l’armonia. Con il suo allegro abbaiare il cane ha messo d’accordo tutti. Ha persino attirato l’attenzione dell’oste. Eccolo: finalmente si è deciso a servire i clienti.
“ Lei è un vero lestofante “ mi fa il vecchio Poeta. “ Ha architettato un paragone in modo chic: usa l’antico per posporlo al moderno. Lei è neoclassico nei ragionamenti, dalla testa ai piedi. È come quel rampicante che fa delle cacciate lunghe e larghe ma che non si arrampica mai da sé: vuole sempre essere aiutato e assicurato a un sostegno. Il suo sostegno è per l’appunto la figura retorica. E io gliela concederei, se non fosse che quelle frasi sgrammaticate dell’oste rendono improponibile il suo accostamento. Vede, può darsi che Mazzini non fosse un grande scrittore, ma in grado di scrivere correttamente delle frasi lo era senz’altro.
Rileggo e rielaboro le frasi dell’oste.
“ “Io, devo aumentare il conto del 5 per cento a chi non paga subito. Il vino di Aci, posso benissimo spacciarlo per il Chianti”. Per certi aspetti non sono frasi sgrammaticate – dico. “ Le virgole hanno la funzione di imprimere una pausa, concentrando l’attenzione sul soggetto. Una questione di ritmo, quindi. E Mazzini, da bravo chitarrista qual era, di ritmo se ne intendeva.
Il vecchio Poeta sferra un colpo di bastone sul tavolo. E fa.
“ Lei sarebbe capace di asserire che la terra è triangolare!
Spunta l’oste, sudaticcio, tovagliolo in mano. Lesto, dà una passata nel punto del tavolo dove il vecchio Poeta ha colpito col bastone. Ha il solito sorriso ambiguo stampato in faccia.
“ Allora signori. Una bottiglia di Chianti, giusto per incominciare?” “ fa.
“ Niente Chianti, per favore – dice Filippo Lo Sciuto.
“ No, che Chianti d’Egitto! – fa Riccardo il filosofo.
“ Chianti?! Nemmeno per sogno! – fa il vecchio Poeta.
- Nisba Chianti, giustissimo – faccio io. “ Porti un buon rosso di Aci, invece. Dicono abbia lo stesso sapore del Chianti, e soprattutto… “ sospendo la frase per tirarmela un po’.
“ E soprattutto…? “ fa l’oste.
“ …costa decisamente meno.
“ Ah…! – fa lui.
“ Ahahhh! – facciamo in coro tutti noi.
“ Bau! Bau! – fa quel minchia di cane da sotto il tavolo.