Partenza

di Fabio Carpino

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PARTENZA

Il Paradiso.

O almeno, l'anticamera del Paradiso.

Non ricordo nulla della mia vita, soprattutto non ricordo della sua fine.

Anzi, non sono neanche sicuro che la mia vita sia finita.

Sì, perché potrei trovarmi in un sogno, un come mai ne ha fatti prima, estremamente nitido, estremamente reale.

Sono immerso in una marea di persone, tutta dirette verso un'unica meta: una scala mobile.

Mi lascio trasportare da loro, una mente superiore mi sta guidando in questo momento: la mia volontà è completamente azzerata.

Nonostante il gran numero di persone attorno a me (anime?..), nessun rumore.

Posso percepire moltissimi particolari dell'ambiente circostante, ma non riesco a distinguere i loro volti.

Potrei alzare lo sguardo e vedere i loro occhi, cercare conforto e chiedere loro spiegazioni, ma non ci riesco.

Forse non voglio.

Forse ho paura di scorgere solo inquietudine e terrore, ho paura di intravedere la pazzia, figlia della consapevolezza della fine di tutto. E non reggerei.

Ci muoviamo tutti all'interno di una costruzione immensa, identica in tutto e per tutto ad una stazione ferroviaria.

Posso distinguere chiaramente la stessa indifferenza, la stessa assenza, la stessa rassegnazione a dover seguire la strada che il destino ha tracciato per ognuno di noi: milioni di chilometri di rotaie tutte perfettamente uguali tra loro.

L'unica differenza da una stazione ferroviaria vera e propria sta ora nella destinazione: se ce n'è una, mi è sconosciuta, e credo che anche per gli altri (dannati?..) sia così.

Sono arrivato alla scala.

Procede lentamente e inesorabilmente verso il basso. Non riesco a scorgere la fine della sua discesa. In circostanze normali eviterei di proseguire, ma una volontà sempre più potente mi costringe a continuare.

Improvvisamente vengo investito da un desiderio impellente: voglio che questa scala conduca in un luogo dove Pace e Serenità regnino sovrane, dove non esistano Bene e Male, ma semplicemente ci sia la volontà di tutti di vivere in pace ed armonia con sè stessi e, quindi, con gli altri.

E' un desiderio che cresce col passare del tempo, si trasforma in ansia, in ossessione di arrivare a destinazione, ma la meta sembra ancora lontanissima.

La scala continua la sua lunga discesa, e allora un altro pensiero si sostituisce a quello precedente, improvviso e sferzante come una tempesta in alto mare: sto andando all'Inferno.

Un Inferno mille volte più buio e inquietante del peggiore degli Inferni mai immaginato e descritto da essere umano.

L'aver desiderato troppo il Paradiso ha fatto di me un peccatore meritevole di venire punito per la sua sfacciataggine, la sua superbia: un Dante metropolitano.

Ho dato per scontato l'ingresso al Paradiso: ora mi attende l'eterna Dannazione.

Mi verrà data una possibilità di riscatto prima dell'arrivo?

Sarà mai possibile per me dimostrare di meritare un posto tra i Giusti?

Schiacciato da questi dubbi, ho distolto la mia attenzione da quello che succede intorno a me, e solo ora mi accorgo di essere quasi arrivato alla fine della mia discesa. Ancora pochi metri e saprò quale destino mi è stato riservato.

Sono sorpreso.

E un po' deluso. Sollevato, questo sì, ma deluso.

Davanti a me non si estende un territorio celestiale popolato da eteree creature, e neanche (per fortuna) sono immerso in un mare di lava incandescente circondato da abissi di fuoco: semplicemente, sono arrivato ad una stazione ferroviaria. Migliaia, forse milioni di passeggeri senza bagaglio aspettano i loro treni ai rispettivi binari.

Che fare ora?

Innanzitutto, provo a muovermi, e scopro di aver recuperato la mia volontà, e con essa il controllo del corpo.

Mi avvio, quindi, verso il binario più vicino, cercando di leggere sul display la destinazione del prossimo treno. Quello che vedo, però, è solo una serie di simboli incomprensibili, probabilmente lettere e numeri di una lingua sconosciuta.

Il panico si fa strada nella mia testa: sono completamente in balìa degli eventi, uno straniero in terra straniera.

C'é una sola via d'uscita: cercare l'appoggio di un altro passeggero come me, sperando che sappia cosa fare.

Mi dirigo, allora, verso un gruppo di persone che stanno discutendo animatamente tra loro, con l'intenzione di squarciare almeno quel velo di solitudine che ha accompagnato finora il mio viaggio.

Non capisco se stanno litigando o solo scherzando, perché i loro volti sono ancora preclusi alla mia vista.

Arrivato vicino a loro, però, percepisco chiaramente la loro ostilità verso di me: smettono improvvisamente di discutere e si girano in direzione del binario, come se non si conoscessero affatto.

Capisco di non fare parte del loro gruppo, e perciò non mi sarà concesso di salire con loro sul treno.

Questo arriva silenzioso e veloce, in pochi istanti si ferma, inghiotte i suoi passeggeri, e riparte.

Un particolare curioso attira la mia attenzione, e contribuisce ad infittire il mistero di questo mio viaggio: nessuno è sceso dal treno.

Da dove arrivano i convogli?

E soprattutto, dove sono diretti? Chi c'è alla guida?

Guardo il display del binario: è vuoto, privo di simboli. Nessun altro treno in arrivo.

Decido allora di cambiare binario.

Per un periodo di tempo infinitamente lungo corro da un binario all'altro, cercando il treno giusto per me, ma ogni volta non riesco a salire. La scena si ripete sempre allo stesso modo: il treno arriva improvviso, carica i suoi passeggeri e riparte. Nessuno scende.

Ormai la stazione è deserta: niente più passeggeri, niente più convogli, niente di niente.

E' scesa la notte.

Mi siedo su una panchina a riposare e riflettere: nulla di tutto ciò ha senso, nulla di tutto ciò può essere reale.

Sto vivendo un sogno, non c'è altra spiegazione. La mia unica unica salvezza è risvegliarmi al più presto.

Improvvisamente un rumore cupo e sferragliante invade l'aria e arriva fino a me, trasportato da un vento gelido che sembra un alito di morte. Le rotaie di fronte a me tremano.

Sarà il mio treno?

Lo vedo arrivare lento, immenso e maestoso, nero come la notte che avvolge la stazione.

Qualcuno ha deciso che io, e nessun altro, debba meritarmi questo treno.

O piuttosto, tutti gli altri hanno avuto ciò che spettava loro, e a me non è rimasto che questo?

Osservo il display: ora sono comparsi segni che, come i precedenti, non riesco a decifrare, ma a differenza di tutti gli altri, provocano in me uno strano senso di conforto.

Capisco che questo è irrimediabilmente il mio treno: premio o punizione, devo salire.

E' il mio destino.

Lentamente mi alzo e mi avvio al binario.

A dispetto della sua stazza, l'ingresso in stazione del treno è dolce e discreto come un giovane amante che s’introduce per la prima volta nel letto della sua amata. L'averlo accettato lo ha reso mansueto. O cerca invece di conquistarsi la mia fiducia fingendosi innocuo?

Si ferma. Le porte si aprono. Al di là, il buio assoluto.

Come un burattino manovrato da un burattinaio cieco, salgo.

Continuo a non vedere nulla, eppure riesco a muovermi tranquillamente: è come se quel treno lo conoscessi da sempre. Percepisco il suo respiro, e capisco che in realtà è il mio.

Scelgo uno scompartimento a caso e mi siedo, in attesa della partenza.

Il mio viaggio è appena iniziato.

Avrà mai fine?

24/11/1998