L’Ombra

di Clazan

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Un’ombra si muoveva nella notte, figlia della luna piena e chiara, ondulava stanca tra i vicoli sporchi della città. Con la bottiglia stretta nella mano destra cantava senza arte canzoni di altri tempi, le ripeteva senza sosta, ne ripeteva un verso e ogni volta sempre lo stesso.

Un gatto randagio in cerca di cibo le si avvicinò, poi sospettoso di quell’andare sbilenco, fuggì altrove senza voltarsi. Nessuno osava starle accanto da tempo oramai indefinito, ma di questo non si curava; viveva di espedienti in un mondo tutto suo fatto di ricordi, che come piccoli lampi, scuotevano la sua mente persa e offuscata.

Trascorse ancora qualche attimo di delirio nervoso, di grida e borbottii a chi non c’era più, a chi affollava i suoi pensieri, ai fantasmi di una notte fin troppo tranquilla, poi quell’irrequietezza confusa dagli effluvi dell’alcool, trovò riparo sotto un portico vicino alle maglie allargate di una vecchia rete da pesca, e lì si adagiò.

Gli occhi accorti della luna adesso non potevano più scrutarla, l’ombra così lasciò spazio a un corpo debole, sfiancato dal bere e dalla vita che non era mai riuscito a tenere stretta in pugno e che adesso, come una bambina capricciosa, si burlava di lui trascinandone l’esistenza fino a che un giorno, ancora lontano, non sarebbe caduta stremata.