Augusto e Clara

di Michela Sartori

È una bella giornata estiva, fa caldo. Riolo è particolarmente tranquilla, i più hanno raggiunto svariati posti di villeggiatura e chi rimane può godersi la pace e il silenzio. Sto passeggiando per le vie di questa cittadina nell’entroterra romagnolo e non posso fare a meno di pensare che la mia vita è legata a queste strade, ai muri, all’aria che si respira.
Riolo Terme 2007. L’anno in cui mio nonno è morto. Quanto mistero intorno alla sua vita. Una persona così vicina ma così lontana.
Non ho mai conosciuto mio nonno, Augusto. Non ho mai avuto la possibilità di vivere quella persona meravigliosa che era. L’ho conosciuta per lo più dalle parole di mia madre, sua nuora.
Trovo un po’ di ristoro sedendomi ai bordi della fontana nel parco vicino a casa di mia nonna, Clara. Quanti ricordi personali, quanti giochi, le risate, le posso ancora sentire, posso vedermi piccolina a giocare tra i cespugli con mia cugina. Sorrido.
Mi giro, sento qualcuno. Lo vedo. Mio nonno, già anziano, fermo vicino alla fontana. Sento le parole di mia madre che raccontano del loro ultimo incontro.
“Erano anni che non si vedevano. Lei, da molto tempo, aveva un altro uomo. Lui lo sapeva, ma il suo pensiero andava sempre e solo a lei. Una società ipocrita nelle vesti di un padre padrone e di un fratello lo allontanarono, liberarsi di lui definitivamente. Una donna codarda e venale ha svenduto la libertà per poche lire. Questo alla luce di oggi. Nelle ombre di ieri lui pensava solo ad amarla. E una volta ritornato al loro paese, lui ha cercato solo lei. Il suono di un campanello. La porta che si apre. Un piccolo uomo neanche troppo bello apre la porta.” Mia madre sorride “Gli sembrò di vedere un gigante, ma tuo nonno stava tre gradini più in basso e non se ne rese conto, tanto l’imbarazzo, tanta la paura”.
Fermo vicino alla fontana, sento la sua emozione, pensa che tra poco la rivedrà. Coprire quel breve tragitto fino alla porta è una delle cose più difficili da fare, più difficili che rivivere tutto ciò che ha vissuto. Il suono del campanello e quel omone che gli apre la porta e che gli dice che Clara non è in casa e di non farsi mai più rivedere. Lui abbassa lo sguardo e si allontana.
La sua Clara.
Lo vedo svanire nella mia fantasia. Abbasso lo sguardo anch’io. Sento il bisogno di allontanarmi da quella casa. L’odio si affaccia nel mio cuore, lo scaccio. Non ha senso. Sarebbe stupido da parte mia.
Lascio spazio a quella tristezza che riempie l’aria di questa città da quando lui non c’è più.
Arrivo, quasi guidata da un filo invisibile, alla loro prima casa. Una palazzina della famiglia di lui, benestante, una delle più ricche del paese. Avevano una status da mantenere. Il portoncino marrone scuro è logoro, sembra avere mille anni. Lo sfioro.
Stanno arrivando, li vedo al di là della strada. Lei è bellissima vestita di bianco. I capelli lunghi e castani, due cristalli azzurri al posto degl’occhi, sprizzano gioia, felicità. Clara, finalmente ha trovato un uomo forte con cui uscire dal buco in cui era finita, con cui vivere una vita speciale. Augusto, alto e affascinante, un uomo della sua epoca. Avrebbe costruito una famiglia solida con molti figli, una moglie fedele.
Li vedo entrare in quella casa, felici, spensierati. Lui non sapeva di aver sposato una donna che amava la bella vita, i vestiti, che adorava farsi guardare, perché era una delle ragazze più belle del paese. Lei, giovane e vogliosa di libertà, non sapeva che aveva fatto il passo più lungo della gamba accecata dal desiderio di fuga da una realtà detestabile.
Come se volessi lenire il mio senso di tristezza mi ritrovo ad accarezzare quel portoncino. Rido un po’ imbarazzata. Mi guardo attorno, nessuno ha assistito a quel momento intimo con la mia immaginazione. Mi allontano. Pensierosa.
Ogni posto di quel paese ha visto i miei nonni crescere, amarsi, allontanarsi. Quanto vorrei poter assistere alle loro vite. Avere l’orologio del tempo per sapere che cosa è successo, per ascoltare le loro parole.
Ma non ci è dato.
Il sole brucia in questo pomeriggio d’estate. I pochi che sono rimasti a casa, rifuggono la calura rinchiusi dentro casa. Incontro pochissime persone per le vie del paese. Tutti hanno un posto dove andare. Io no. Oggi seguo le orme dei mie nonni, seguo la traccia che hanno lasciato e cerco di rintracciare nelle parole che mi sono state raccontate la loro storia.
Il viale principale mi riporta al presente. Mi fermo davanti ad un portone. Li ci abita la migliore amica di mia nonna. Lei sa tutto.
Tempo fa mia madre è andata a trovarla. Ormai è vecchia. Sola. La sua famiglia è lontana e nessuno si prende davvero cura di lei a parte una badante. Ha voglia di parlare. Ma il passato è lontano e la sofferenza presente troppo forte. Poche cose ha detto di loro. Si amavano. Lei era giovane. Lui accecato dalla gelosia. Lei ostentava la sua bellezza. Lui l’ha picchiata. Ha minacciato con la lama di un rasoi un suo cliente. Niente di nuovo.
Perché, ferma davanti a quella casa, immersa in un tempo così lontana, felice della mia libertà, non riesco ad accusare lui ma riesco a condannare lei?
Come brucia questo sole, oggi. Ho il viso bagnato di lacrime. Mi guardo attorno. Ci sono solo io. E poi…
Voci, gente, mi sento catapultata in un'altra epoca. Vedo mia nonna. Ha il pancione. Un bimbo di poco più di due anni in braccio e un altro che gli cammina a fianco. Sorrido, il mio sguardo si ferma tenero sul bimbo aggrappato al collo di mia nonna.
Poi mi accorgo di lei, il suo sguardo è indurito. Mi fa venire i brividi. Sembra venire verso di me. Una voce da dietro mi fa trasalire. Una giovane donna mi passa al fianco.
“Clara, dove stai andando”. Mi nonna si ferma. Guarda quella donna. Tutto si ammorbidisce un attimo. Abbassa lo sguardo.
“Da loro”
“A fare che cosa? Non ti hanno mai accettata, non hanno mai creduto in voi e cosa pensi di ottenere, adesso che l’hanno mandato via”
“Parla piano per favore”
“Parlare piano? Perché? Tanto tutti sanno tutto o no? Devi fare in modo che lo portino fuori da dove l’hanno rinchiuso o i tuoi figli saranno marchiati a vita”
“No!”
“Perché?”
“Non saprei nemmeno come… e poi…”
“Clara, smettila. Quello che ti ha fatto… lo sai che sono all’ordine del giorno… e poi… scusa se te lo dico, ma siamo amiche, ti voglio bene e io…”
Le loro voci erano come sussurri, si perdevano nel rumori di una mattina vivace e allegra. Dei bambini correvano. Venditori ambulanti. Risate, chiacchiericcio. Rinascita e ricostruzione. Tutto questo non sfiorava quelle due donne, due amiche…
“Forza dimmi” il suo sguardo si era indurito di nuovo.
“Lo sai che tutto questo è successo anche per causa tua”
Mi nonna fece per allontanarsi, irritata di fronte alla verità.
“Fermati. Potrai scegliere quello che vuoi. Ma almeno ascoltami per una volta, fammi parlare.”
Mia nonna si girò a guardarla. I due bambini intimoriti si strinsero ancora di più a lei. Ora il suo sguardo era pieno di orgoglio, di testardaggine.
“Forza parla”
“Lo sai che se non fosse per te… quando si è innamorato di te ha perso il consenso della famiglia… suo padre vuole… rinchiuderlo in quel posto…” iniziò a piangere. Era così giovane quella ragazza ma così sensibile e dolce. Feci un passo verso di loro. “… se rimarrà la dentro sarà terribile, devi fare qualche cosa, lottare per lui, sei sempre sua moglie… ricordi… nel bene e nel male, nella gioia e nel dolore, in salute e in malattia… Lui ti ama, non è facile trovare un amore così grande…”
“Mi ha picchiata”
“Lo so… ma chi non è mai stata picchiata, chi? Io ho ancora i lividi delle botte di mio padre nella schiena! Basta, Clara! E poi…”
“Dillo”
“Si lo dico, tutte quelle feste… i soldi ti hanno dato alla testa. I vestiti… lo facevi solo per ingelosirlo ancora di più. Sapevi che rodeva di gelosia e lo hai fatto a posta. Devi ritornare sui tuoi passi e comparti da moglie e madre!”
“Ho sentito anche troppo”
Mia nonna si girò di scatto e i suoi occhi accecati di ira mi passarono di fianco. La verità era quella. Una donna troppo moderna per la sua epoca.
Ma perché la condanno? Doveva sottomettersi e accettare un marito padrone? Sono argomenti che mi fanno infuriare. Ma lei si doveva sottomettere… perché? … per evitare troppe sofferenze?
Mi asciugo gli occhi.
Silenzio. Tutto tace di nuovo attorno a me.
Rifletto. Forse a questo serve il passato per ragionare sul presente e sul futuro. Ho la testa in subbuglio, mi sembra di aver viaggiato nel tempo e di non aver più il sentore della realtà. Percepisco ogni oggetto in modo diverso. Mentre cammino, mi guardo attorno, alberi, le sedie di un bar gelateria, le cicale… il sole, brucia meno ora. Mi sento più serena. Un respiro profondo e liberatorio. In lontananza vedo la piazza dove si affaccia il castello. Sono ad un incrocio. Guardo alla mia destra. Una piccola piazzettina. Tante e tante volte sono stata in questo paese ma non l’avevo davvero mai notata. È piccola, sui tre lati si alzano palazzine a tre piani. Al centro c’è un grande vaso fisso con all’interno piantato un enorme albero. Crea una bella ombra invitante. Mi avvicino. Agl’angoli della piazzettina si allontanano due stradine. Chissà dove portano. Mi siedo sul grande vaso e mi godo il riparo di questo grande albero.
Questa piazzettina è diventata importante per me.
Qualche tempo fa passeggiando con mia madre ci siamo fermate davanti ad una saracinesca chiusa.
“Qui lavorava tuo nonno”
“Qui?”
“Si, qui aveva il suo negozio da barbiere”
Mi chiedo se dietro quella saracinesca chiusa ci sia ancora qualche traccia di lui.
La saracinesca sparisce. Una vetrina prende il suo posto. All’interno del negozio mio nonno sta lavorando. Sta tagliando i capelli ad un ragazzotto, più o meno della sua età. Parlano e ridono. Da dove sono io non riesco a sentire le loro parole, ma mi giunge all’orecchio il suono della sua voce. Una risata forte massiccia. Lo guardo. È un bel uomo. Finisce il suo lavoro. C’è confidenza tra i due, sono sicuramente amici.
Guardano fuori. Poi le loro risate si placano… il ragazzotto indossa un sorriso complice e malizioso, mio nonno è come rapito da qualche cosa…

Seduta di fronte a quella che una volta era la vetrina del negozio da barbiere di mio nonno, Augusto. Mi chiedo per l’ultima volta che persona fosse.

Mi volto verso la strada, e la vedo, attraverso gli occhi di mio nonno, vedo quella bellissima ragazza, molto più giovane di lui, passeggiare per le vie del paese.
Quanto è bella, il suo nome è Clara. Ha il viso di un’attrice, il corpo di una fata, fa girare molte teste mentre cammina, con finta noncuranza. Clara si avvicina.
Non lontano dal negozio da barbiere c’è un fruttivendolo. Augusto la guarda. È innamorato. Perdutamente innamorato. I loro occhi si incontrano.
Sono seduta davanti alla vetrina del negozio da barbiere di mio nonno e li vedo, il loro primo incontro.
Lui la saluta e si avvicina. È molto affascinante, alto, sui trent’anni, moro con occhi forti e sicuri. Lei rimane incantata, lei sa chi è. Tutti in paese conoscono la sua famiglia. La sua è una famiglia borghese, ricca, non come quella di lei, dove il padre è morto per mano dei tedeschi, dove tocca quasi morire di fame.
In quell’attimo tutto si crea, sono li e guardo il loro amore nascere e morire nel più atroce dei modi, sono lì con la consapevolezza del presente.
Mi sento racchiusa in un fermo immagine e vorrei solo correre da loro per avvisarli, per aiutarli per far vivere a mio nonno quel grande amore che non ha mai potuto godere fino in fondo, per colpa di lei. Un attimo lungo una vita e le immagini riprendono a muoversi, incurante dei miei avvertimenti, Clara ed Augusto, mia nonna e mio nonno, si allontanano, sono felici e inconsapevoli.
Chiudo gli occhi.
La vetrina del negozio da barbiere di mio nonno è chiusa. Da anni ormai. Tutto si è compiuto. Vorrei tornare indietro ma non ci è dato.
Rimango a guardare ancora un attimo la vetrina del negozio da barbiere di mio nonno, sorrido.
È ora di andare. Il mio viaggio è finito per oggi. Non so se sono davvero più serena o meno, la malinconia occupa ancora un grande spazio nel mio cuore. Il nostro passato, la nostra storia personale. Non ce ne occupiamo mai molto vivendo le nostre vite… mi sembra di aver imparato tanto, di aver ristrutturato un mosaico rovinato dal tempo e dai ricordi smarriti. Forse mi potrà aiutare ad accettare quella che era mia nonna e quello che era mio nonno, senza giudicarli…
Mi allontano verso il mio futuro consapevole di avere gli occhi di mia nipote verso di me ad immaginare la mia vita. Sperando che possa semplicemente accettarmi per quello che sono, in qualsiasi modo decida di vivere, inconsapevole delle conseguenze.

Michela Sartori