Loro attendono

di Letizia Giacopelli

ASPETTAMI, io non mancherò d’incontrarti nel profondo.

E.A. Poe

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Non ricordava come fosse arrivata fin lì.

Non ricordava di aver camminato lungo le strade già gremite della cittadina. Era passata davanti al Gran Hotel? Aveva attraversato il parco giochi dei bambini? Che percorso aveva scelto, la mulattiera o la scorciatoia, lo stretto sentiero che si snodava tra gli alberi?

Non lo ricordava… sembrava non ricordare nulla a parte una cosa: sapeva perché si trovava davanti alla villetta in cima all’altura.

Era a due piani, con il tetto a spiovente e tendine di pizzo bianco alle finestre. La sottile decadenza del luogo traspariva da piccoli particolari, ma la casetta ostentava un aspetto stoico e resistente. La donna che vi abitava era altrettanto vecchia e bellicosa.

Un’atmosfera da sogno aleggiava sull’intero paesaggio: il silenzio era assoluto, la dimora sembrava assopita, il tempo sembrava essersi fermato. Poi una lieve brezza agitò le fronde dell’albero che ombreggiava il prato incolto e uno scacciaspiriti, appeso sopra i gradini di legno che conducevano al portico e alla porta d’ingresso, tintinnò diffondendo nell’aria una melodia cristallina.

Si voltò. Il borgo era ai suoi piedi, sveglio solo da poche ore ma già brulicante di vita.

Poteva vedere i turisti, piccole figure lontane, uscire dagli alberghi, alcuni equipaggiati di zaini, macchine fotografiche e cartine stradali, altri con borse e asciugamani sulle spalle, diretti alla spiaggia. Poteva vedere uomini con grembiuli bianchi e scope spazzare i marciapiedi davanti ai loro negozi e lo sguardo arrivava fino al mercato anche se non poteva distinguere che i teloni sgargianti aperti sopra le bancarelle.

Sarebbe stato facile tornare indietro… riprendere il sentiero e sbucare sulla Jonestone Street, il viale che portava al centro.

Si girò di nuovo verso la villetta. La scrutò con circospezione, ma pensò che la cosa più naturale che in quel momento si sentiva di fare era andare avanti. Aprire il cancelletto fatto di stecche di legno smangiucchiate dalle termiti, percorrere il breve vialetto, passare sotto lo scacciaspiriti che emetteva tintinnii argentei e infine bussare alla porta.

Annuì, così avrebbe fatto e ignorando la vocina stridula che nella testa le chiedeva se fosse diventata matta, calzò le scarpette di raso a tacco alto che si era sfilata lungo la strada (doveva aver preso la mulattiera quindi, e aver percorso scalza il terreno sabbioso), e si avviò risoluta. Superò incolume i gradini precari e con mano ferma sollevò il pesante anello d’ottone incastrato tra le fauci spalancate di un’orribile maschera ghignante e attese. Attese di sapere se avrebbe incontrato la strega.


2

La gente diceva che fosse un’appassionata di gingilli e amuleti e che avesse una collezione infinita di bottiglie e barattoli che, erano pronti a giurarlo, contenevano parti di corpi umani. In cantina, dove qualche pipistrello ciondolava a testa in giù da una trave, sotterrava i cadaveri mutilati e in soffitta, tra le gabbie in cui teneva rinchiusi deformi animali randagi su cui sperimentava i suoi nuovi incantesimi, si nascondevano fatine e folletti.

Trascorreva le giornate a spiare nella sfera di cristallo le scene più intime della vita di qualche malcapitato paesano, mentre la notte organizzava sedute spiritiche o sfrenate danze voodoo al chiaro di luna. Possedeva tomi antichi e polverosi rilegati in pelle di serpente e scritti in lingue dimenticate e conosceva a memoria ogni formula possibile per scatenare tempeste o epidemie.

I bambini avevano paura di lei, inventavano storie bizzarre e raccapriccianti e confidavano agli amici di aver vinto prove di coraggio ed essere arrivati a toccare la porta della casa della strega anche se la notte, al sicuro nei loro letti e con una lucina accesa sul comodino, rabbrividivano al solo pensiero di superare il cancello che delimitava la proprietà della vecchia.

Gli adulti sorridevano dei loro racconti. Folletti? Spiriti? Streghe?

Stupidaggini, dicevano, ma più della metà di quelle stesse persone almeno una volta si era rivolta alla vecchia chiedendo il suo magico intervento.

La porta della sua casa si aprì dopo lunghissimi minuti di attesa e le due donne si scrutarono a vicenda.

Una era vecchissima, il volto profondamente segnato dall’inclemente trascorrere del tempo, gli occhi velati, i lunghi capelli bianchi con qualche striatura nera tanto arruffati e scarmigliati da far invidia ad uno spaventapasseri, le mani ossute dalle dita ornate di anelli d’argento. Indossava una gonna lunga, un corpetto nero e uno scialle sfrangiato le copriva le spalle. Al collo portava un ciondolo rappresentante un serpente che si mordeva la coda.

L’altra era giovanissima, la pelle fresca e candida come neve appena caduta, i capelli biondi acconciati in morbidi boccoli sotto un bizzarro cappellino di paglia ornato da un grosso nastro bianco. Il suo abito di mussolina, di un violetto chiaro, scollato sul petto, strettissimo sul torace e corredato da nastrini e fiocchetti, arrivava fino a terra tanto che c’era da chiedersi come facesse a camminare senza inciampare ad ogni passo.

“Ti stavo aspettando.” esordì la vecchia con voce sepolcrale e si fece da parte per far entrare la ragazza.

La strega, attraversando un disadorno corridoio in cui riecheggiava il fruscio dei suoi passi, condusse la giovane in una stanza che avrebbe sorpreso tutti. Era stracolma di ogni tipo di chincaglieria, ma era anche confortevole e accogliente: era il posto in cui chiunque avrebbe potuto sentirsi a casa.

Nelle innumerevoli scansie di legno erano disposti una serie infinita di volumi, rilegati in qualcosa di più consono che non la pelle di qualche animale morto, e vasi e caraffe di vetro colorato che sembrava contenessero erbe naturali e oli profumati anziché gli avanzi di qualche amputazione umana. Nell’aria aleggiava la fragranza leggera e dolciastra di un incenso, un prisma di cristallo pendeva davanti alla finestra proiettando pallidi arcobaleni sul pavimento e sparsi dovunque c’erano candele, talismani, ciondoli, piccoli specchi e miniature di animali tra cui ranocchi, farfalle, pantere e persino formiche.

Su una mensolina accanto alla statuina di un gatto siamese dai vividi occhi castano-dorato, era seduta con le gambe a penzolare oltre il limite del ripiano, una graziosa ninfa di ceramica. Lunghissimi capelli rossi, occhi socchiusi, labbra sottili e un succinto abitino verde, poggiava le spalle contro il dorso di un libro. ‘Un angelo al piano di sopra’ diceva il titolo. Sul ripiano inferiore due piccoli cupido portavano sulla schiena il quadrante di un orologio le cui lancette finemente cesellate erano ferme sul 7 e sul 5. Al loro fianco, oltre un grottesco teschio di marmo grigio sulla cui sommità gli si era consumata una candela, una scacchiera faceva bella mostra di sé e delle sue pedine. Delicati pezzi di porcellana come un cavaliere in groppa ad un cavallo impennato sulle zampe posteriori o una Regina dalla lunga chioma sotto una corona modellata fin nei minimi dettagli.

“Siediti, bimba.” disse la strega facendo spazio sul tavolo ingombro da altre cianfrusaglie “Io mi chiamo Minerva, non faccio sortilegi che possano nuocere ad altre persone e non vendo neanche il più stupido gingillo che puoi trovare qui dentro.” l’ammonì severa sedendo di fronte alla ragazza “Gli amuleti servono solo a compiacere quegli stupidi creduloni che vengono a chiedermi colla miracolosa per cuori infranti o scemenze del genere.” osservò la giovane che l’ascoltava in educato silenzio “Dovevo avere circa la tua età quando ho scoperto i racconti sui Sabba delle streghe e ridevo di quelle cose: gatti neri, scope volanti, polverine magiche… stupide frottole, mi dicevo, ma da quando sono diventata io stessa una protagonista di quelle favole le mie presuntuose idee sono cambiate.” sospirò e scosse la testa “Ma sto divagando… come ti chiami?”

Lo sguardo della ragazza saettava da un angolo all’altro della stanza: troll, gufi impagliati, un paio di totem indiani alti fino al soffitto, un vaso colmo di margherite fresche posato su un tavolino a tre gambe “Lucille Latour.” rispose portando per un attimo lo sguardo sulla strega poi alzò gli occhi e rimase attonita. Sulla mensolina alle spalle della vecchia era rimasta la ninfa di ceramica, ma era scomparso il gatto grigio.

Minerva ridacchiò “Hai appena conosciuto Merlino. E’ vecchio e quasi del tutto cieco, ma si diverte ancora a fare qualche scherzetto! Non ti può vedere, ma percepisce le tue emozioni.”

Lucille rivide il siamese seduto in cima ad una pila di volumi posati in terra davanti ad uno stazzonato divano. I suoi occhi ciechi e dorati ammiccavano sornioni.

“Ora, Lucille, cosa posso fare per te?” domandò la strega con voce mielosa.

Lucille riportò i suoi occhi azzurri colmi di giovane innocenza sul volto rugoso della vecchia “Voglio ritrovare il mio fidanzato.”

“Non sono la divisione ‘persone scomparse’ della polizia.” obiettò la strega, ma non diede alla ragazza il tempo di spiegarsi “Se è innamorato di un’altra non posso fare molto per aiutarti, ma…” osservò ancora Lucille e dal mucchio accantonato in un angolo del tavolo prese uno spesso mazzo di carte che mescolò con le dita sottili e grinzose “Ma credo che non sia il tuo caso. Quando sei nata?”

Lucille lasciò che lo sguardo vagasse avido e affascinato dai libri di spiritismo agli (inutili) amuleti d’oro e argento, dalle mappe stellari arrotolate e accumulate una sull’altra in una piramide di carta alla piccola bacheca in cui riposavano frammenti di quarzo rosa, onice, agata, ametista ed altri ancora “Mille… milleottocentosettantatrè. Il 20 giugno.”

Minerva non si scompose “E quando avresti perduto questo amore?”

Lucille riportò in un lampo lo sguardo sulla strega “Vede signora, io e Novel ci dovevamo sposare…” si passò le mani sul corpetto strettissimo cercando di tirare un respiro profondo. Il leggero fruscio delle carte era rilassante, quasi ipnotico “Una mattina, qualche settimana prima delle nozze, ci stavamo recando in campagna per un pic-nic, quando abbiamo avuto un incidente. Un altro automobilista, che proveniva in senso contrario al nostro, ha perso il controllo dell’auto e ci è venuto addosso…” raccontò Lucille con voce sempre più atona “Io sono rimasta senza conoscenza per parecchi giorni nel letto d’ospedale e quando ho ripreso i sensi… non capisco, non so dove sia Novel e nessuno mi spiega cos’è accaduto. Mi ignorano…”

Minerva fermò di colpo il rimestare delle carte e le posò davanti alla ragazza “Dividi il mazzo.”

Le sue parole avevano spezzato l’effetto ipnotico e Lucille riprese con voce più squillante “Mi sembra di aver dormito per anni! Ricordo a malapena metà delle mie giornate, il resto è buio. E’ come se fossi ancora in coma.”

Minerva scoprì le prime due carte. La torre e la morte. Lucille sussultò, ma la strega proseguì imperterrita. Il carro, l’eremita, la papessa, gli amanti.

“Cosa… cosa vuol dire?”

“Un brusco cambiamento ha sconvolto la tua esistenza.” spiegò la vecchia osservando le carte come se vedesse oltre la semplice figura che mostravano.

“Lo so già questo!” protestò Lucille “Cosa vuol dire quella?” chiese puntando il dito sulla seconda e inquietante carta.

“Oh, quello è il passato, non è più un problema ormai. Andiamo avanti… il carro! Un lungo viaggio. Gli amanti… bene, molto bene!”


3

“Dovrai tornare un’altro giorno.” concluse un’ora dopo la strega raccogliendo i Tarocchi esposti sul tavolo.

Lucille emise un suono a metà tra un gemito e un grugnito. La vecchia non era stata molto esplicita e la sua situazione, se possibile, le appariva ancora più confusa “Spero mi aiuterete… voi signora, siete la mia ultima speranza!”

“Oh, non essere così tragica!” brontolò Minerva alzandosi in piedi “Per prima cosa devo riuscire a ripescare questo Novel.” osservò tra sé e sé “Dopo tutto questo tempo chissà…”

“Farete un incantesimo?” gridò Lucille “Una specie di richiamo?”

Minerva l’accompagno all’ingresso e aprì la porta “Gli unici richiami che io conosca sono i fischietti ad ultrasuoni per gli animali. Temo dovrai rivedere la tua definizione di ‘magia’.”

Lucille uscì sul portico “Signora, come farò io…” la porta le si chiuse in faccia con un tonfo e si trovò a fissare gli occhioni sbarrati e indemoniati della maschera di ottone del batacchio “… a sapere quando dovrò tornare.” finì con un sospiro. Abbassò lo sguardo sul vecchio gatto Merlino che dormiva sprofondato in un morbido cuscino a fianco di una sedia a dondolo. Un brivido gli attraversò il corpo e il pelo della coda gli si arruffò “Gli amuleti sono di figura, non fa sortilegi… siamo sicuri che sia una strega?” scese i gradini e si allontanò. Arrivata in cima alla mulattiera si fermò per togliersi le scarpette a tacco alto poi riprese a camminare e scomparve dietro gli alberi.

“Signora!” grugnì la strega “Santo cielo, quanto tempo è che non mi chiamano più signora?” tornò ciabattando in soggiorno e sedutasi al tavolo riprese a mescolare i Tarocchi.

“A quanto ne so io, nessuno lo ha mai fatto.” osservò una voce maschile che fece sussultare la vecchia poi una figura si materializzò sulla sedia dove fino a pochi minuti prima sedeva Lucille.

“Per tutti gli angeli del Paradiso! Per poco non mi fai venire un infarto!” si lamentò Minerva “John, ti sembra il modo di presentarti?”

John era un giovane dai corti capelli castani e occhi scuri, le belle labbra piegate in un sorrisetto ironico, indossava una camicia bianca aperta sulla gola… sembrava un uomo in carne e ossa “La prossima volta busserò alla porta come un comune mortale.” disse poi chiese “Da quando ti spaventi di me?”

Minerva scosse la testa “Sono troppo vecchia per queste cose…”

“Interessante la tua nuova cliente.” osservò lo Spirito “Quando si dice che neanche la morte può fermare l’amore!”

“Niente smancerie, per favore.” lo redarguì aspra Minerva. Posò il mazzo di Tarocchi e scoprì la prima carta: le stelle “Novel… dove accidenti l’avranno scovato un nome simile? Sembra francese, vero? E hai notato come parla quella ragazza, che pronuncia particolare? Ci mancavano solo francesini ricchi e viziati!” sospirò e occhieggiò lo Spirito “John, perché non vai a dare un’occhiata in giro? Magari ti riesce di scovare questo Novel.”

“Io? Mi hai preso per il tuo galoppino personale’”

“Tu invece pensi che mi metta a girare per le strade del paese scrutando nell’anima delle persone come si farebbe con la loro borsetta, in cerca dello Spirito di un uomo morto da più di un secolo? Sempre che si sia reincarnato, perché altrimenti…”

“Mia dolce Minerva” la interruppe John “Forse non ricordi che anch’io sono uno Spirito. Come fai per chiamare me?”

La strega lo guardò “John!” abbaiò con voce roca “Dove accidenti ti sei cacciato, non ci sei mai quando ho bisogno di te! Porta subito qui le tue spiritiche molecole!”

“Bè, con un pochino di garbo in più, puoi provare ad evocare così anche lo Spirito di questo ragazzo.”

“Ma certo! Come ho fatto a non pensarci, un’evocazione!” Minerva mise da parte i Tarocchi e si alzò.

“Stai diventando vecchia.” sospirò malinconico John.

“Figuriamoci!” grugnì la strega ciabattando verso uno scaffale “Dunque… mi servono un paio di candele bianche, qualche foglia di alloro, celidonia…”

“Minerva, cosa stai facendo?”

“John, che domande fai? Preparo il necessario per evocare questo benedetto…”

“Spero tu non abbia intenzione di farlo adesso!”

“Perché?” domandò con candore la strega “Quanto sei polemico stamattina. Ti sei alzato dalla parte sbagliata della cripta?”

“Tu invece sei molto spiritosa ma non altrettanto coscienziosa.” ribatté placido lo Spirito “Come dovresti ben sapere, perché uno Spirito incarnato possa rispondere ad un’evocazione il suo corpo materiale deve essere addormentato. Ora, noi non sappiamo dove si trovi questo Spirito, ma metti che sia addirittura uno dei paesani!” indicò la finestra che dava su un giardino inselvatichito “Qualcuno che ora sta guidando un camion sulla statale, o che sta attraversando la strada spingendo una carrozzina! Aspetta questa notte quando sarà più facile che egli possa lasciare il suo involucro di carne e sangue. Per sicurezza…”

“Sono troppo vecchia per queste cose…” si lagnò Minerva poi guardò con alterigia lo Spirito “Ma non abbastanza da non capire che tu sai qualcosa che non mi dici!”


4

Si ritrovò a bussare alla porta della strega di nuovo senza ricordare come fosse arrivata fin lì. I buchi neri nella sua mente stavano divorando tutto e nel tempo che la vecchia impiegò per arrivare ad aprire la porta, quasi cinque minuti, la mente di Lucille generò le più stravaganti fantasie.

La immaginò in cantina, le mani come artigli strette sul manico di una vanga, a scavare nella terra umida con un cadavere mutilato e decomposto a pochi passi. Oppure con un crudele ghigno ad alterare i lineamenti di un viso che una volta doveva essere stato molto bello, china su un piccolo fantoccio di stoffa dalle sinistre sembianze umane, con una manciata di spilli aguzzi a portata di mano.

Quando finalmente l’uscio si aprì Minerva la scrutò in silenzio come la prima volta.

Lucille indossava lo stesso corpetto scollato e soffocante, la stessa gonna lunga e le stesse scarpette a tacco alto. Il cappellino di paglia e l’acconciatura elaborata e fuori moda dei boccoli biondi erano uguali: non era cambiata di una virgola.

“Alla buon’ora!” brontolò la strega che come notò subito Lucille, a parte i capelli scompigliati che davano l’idea che fosse appena passata attraverso una bufera, non aveva abiti sporchi di terra o spilli appuntati sullo scialle “Non hai idea di quant’è che aspetto!”

‘Se avesse aperto la porta mezz’ora fa, mi avrebbe aspettato meno.’ pensò Lucille infastidita “Signora, io non so…” disse a voce alta entrando in casa.

“Bimba mia, ci sono tante cose che tu non sai.” la interruppe sgarbata Minerva “Alcune di queste ti saranno però svelate molto presto.”

Lucille seguì la strega nel soggiorno notando che la vecchia, che camminava un poco curva e con grande strofinio delle ciabatte, questa volta si aiutava con un lungo bastone di legno bitorzoluto dall’aspetto tanto antico e maestoso da poter essere lo stesso che era appartenuto a Mosè. D’altronde la strega stessa era tanto vecchia da poter essere Mosè in persona.

Sul tavolo c’erano solo due mozziconi di candela incastrati su un piattino sporco di cera, nell’aria aleggiava un nuovo aroma ed essendo pomeriggio inoltrato cupe ombre si addensavano negli angoli. Minerva posò il bastone contro gli scaffali, si frugò nelle tasche della gonna poi si guardò attorno “Accidenti!” abbaiò “Ho tutto il ciarpame del mondo, ma non l’unica cosa davvero utile: fiammife... oh, eccoli!” accese un cerino sfregandolo contro un pollice e accese le due candele.

Anche Lucille girò uno sguardo attorno a sé, ma in quel guazzabuglio di forme e colori tutto sembrava avere un’unica e imperfetta sagoma. Pensò che doveva essere bello essere una strega... se lei ne fosse stata capace avrebbe trasformato quella catapecchia in un castello, quella vecchia in una principessa e il suo gatto spelacchiato in un bel principe. E il pensiero del principe la riportò al vero motivo della sua visita. Non era lì per imparare quali ingredienti mescolare in un calderone una notte di luna piena “Avete trovato Novel?” domandò.

“Sì, l’ho trovato.” rispose Minerva “Abbiamo avuto un’illuminante conversazione, però quello che devo dirti non riguarda lui, ma te.”

Lucille la fissò “Non credo di capire…”

“Oh, John, come glielo spiego adesso?” brontolò la strega. Si guardò attorno pur sapendo che dello Spirito non avrebbe trovato traccia e vide il vecchio Merlino seduto tra un elfo dalle orecchie a punta alto quasi quanto lui e una tavoletta oui-ja, la tabella per le comunicazioni spiritiche “Dove sei nata, Lucille? Come si chiama il tuo paese?”

“Le Hall.” rispose circospetta la ragazza “Ma come fate a non sapere neanche il nome del luogo in cui vivete?”

“Non esisterà neanche più!” tagliò corto la strega “Francia, vero? Bè, in questo posto l’unica cosa di francese è il nome di una bottega in centro. Quanto tempo è passato dal giorno dell’incidente con Novel ad oggi?”

“Non lo so…” rispose Lucille, ora cauta e sospettosa.

“Sono trascorsi centocinquant’anni. Secolo più, secolo meno.”

“Cosa?” gridò Lucille “Oh, signora, vi prego smettetela di scherzare.”

“Sei morta Lucille.” rivelò impassibile la strega “O meglio il tuo corpo è morto in seguito all’incidente in automobile, ma il trauma non è stato superato dal tuo Spirito così vivi, pensi e agisci come se non fosse mai accaduto nulla… come se non fossi mai morta.”

La ragazza scosse piano la testa e mosse le labbra in balbettii incomprensibili ‘Questa vecchia è matta!’ pensò ‘Troppo tempo passato in compagnia di un gatto cieco e le superstizioni di compaesani ottusi!’

“Non è possibile.” obiettò Lucille “Io sono qui, vi vedo, vi parlo…” il panico stava prendendo il sopravvento. Il corpetto stretto del vestito le impediva di respirare e persino la stanza sembrò serrarsi intorno a lei per soffocarla. Poi notò il silenzio: non il suono monotono di una pendola che scandiva i minuti, o lo scricchiolio di assestamento di un’asse del pavimento, neanche l’irritante gocciolare di un rubinetto.

“Il tuo vestito andava di moda più di cento anni fa.” proseguì la strega dopo qualche minuto “E questo paese si chiama Cartwich Town. Non sei neanche più in Francia.”

“Non riesco a…” balbettò Lucille.

La vecchia le rivolse uno sguardo caparbio “Cosa pensi ci sia nell’Aldilà?” domandò.

Lucille la guardò indignata “Cosa accidenti ne posso sapere! Non so cosa c’è oltre quella porta, figuriamoci nell’altro mondo!”

“Devi sapere che gli esseri umani non sono carne e basta!” le svelò Minerva come un oracolo “Sono Spirito e materia e quando la materia smette di ‘funzionare’ e muore lo Spirito sopravvive ed a seconda del suo karma si può reincarnare.” sbuffò annoiata “Non è molto complicato da spiegare ma è lungo! A te basta sapere che anche Novel è morto in quel incidente, ma il suo Spirito si è reincarnato. Tu invece hai continuato a vagare come un fantasma, non più provvista di un involucro materiale, ma neanche del tutto consapevole della tua ritrovata essenza spirituale. Tu e Novel siete nello stesso mondo, ma non riesci ad incontrarlo perché siete su un diverso livello esistenziale. Ehm… mi sono spiegata?”

Lucille si limitò a fissarla con la stoltezza di una bambola. Si sentiva istupidita, persa come chi vaga di notte in un luogo che dovrebbe essergli familiare, ma non lo è.

Minerva si alzò, prese Merlino tra le braccia poi lo depositò sul tavolo, a debita distanza dalle candele accese “Merlino è abituato alle mie sedute spiritiche.” disse accarezzando la testolina grigio fumo del gatto “Come devo averti già detto è quasi del tutto cieco, ma i suoi sensi sono ancora molto acuti e non si è mai fatto toccare da nessuno Spirito per quanto egli fosse familiare. Perché non provi tu? Con le persone in carne e ossa non ha mai avuto problemi e questo semplice gesto ti darà la prova che ora stai cercando.”

Lucille che la guardava bevendo ogni sua parola, dopo un attimo di perplessità spostò lo sguardo sul gatto. La lunga coda grigia arrotolata intorno al corpo, gli occhioni dorati, scintillanti e ciechi rivolti in un punto vuoto della stanza. Lucille trasse un respiro profondo per quanto le consentiva il corpetto (di un abito che andava di moda più di cento anni prima) e allungò piano la mano.

Merlino mosse le orecchie come se avesse percepito un rumore dietro di sé e si voltò verso la ragazza. Incontrò i suoi occhi e per un attimo fu come se la vedesse davvero, poi si alzò e saltò giù dal tavolo scomparendo nel buio, oltre il ristretto cerchio di luce proiettato dalle candele.

“Non l’ho toccato.” mormorò Lucille.

“Non aver paura.” gracchiò rassicurante Minerva e furono quelle parole, forse anche un po’ ridicole, a rendere alla ragazza la vera entità della rivelazione.

Una luce accecante le invase la mente e in un lampo ricordò ogni secondo trascorso dal momento in cui aveva chiuso gli occhi, morente sul sedile di un’auto distrutta, all’attimo prima in cui si era trovata ad osservare indecisa la casetta della strega. E così si rese conto che qualcosa in lei era cambiato, che la sua percezione delle cose era diversa: sentiva i topi correre in cantina e i ragni muoversi in soffitta. Sentiva il lento e pesante respiro del gatto Merlino che s’incamminava verso il portico, gli occhi le mandavano colori magnificati e dagli scaffali immersi nelle ombre riusciva a distinguere il più piccolo particolare. E forse dopo molto tempo (centocinquant’anni… secolo più, secolo meno) si sentì pienamente sé stessa.

“Sono un fantasma!” disse.

“Sei uno Spirito rimasto vincolato al mondo materiale.” precisò la strega tornando a sedersi.

Lucille posò su di lei gli occhi illuminati da una nuova scintilla di consapevolezza “Cosa posso fare ora? Per rivedere Novel?”

Minerva sospirò. Chissà da dove aveva tirato fuori i Tarocchi ed ora li stava mescolando. Le dita sottili e rugose carezzavano le carte con delicatezza e destrezza insieme “Ti puoi reincarnare. Novel, o meglio il suo Spirito, ora è nel corpo di un altro uomo. Tu saresti una bambina, ma il paese è piccolo, prima o poi s’incontrano tutti. Oppure puoi mantenere il tuo attuale stato incorporeo e attendere che lui ti raggiunga per poter proseguire insieme in questo o qualsiasi altro mondo.”

“In un modo o nell’altro ci sarebbe sempre qualcosa che ci divide…” osservò Lucille.

“Hai passato più di un secolo nel vuoto assoluto, ti viene fretta adesso?” rimbeccò la strega “Comunque, c’è un’altra possibilità. Puoi prendere il posto di uno Spirito che lascia il suo corpo.”

“Davvero lo posso fare?” gridò Lucille.

“Ecco, non è un procedimento molto comune e soprattutto non esente da trauma e dolore.”

“Devo provare! Voglio una ragazza della stessa età che ha ora Novel, di cui prendere il corpo!”

“Bimba, non stai ordinando una pizza. Ci vuole tempo per…”

“Certo, ma quando si fa?” la interruppe Lucille impaziente “Non le sembra che abbia già atteso abbastanza?”

La strega le rivolse un’occhiata severa “Torna nel tuo limbo d’incoscienza, Spirito!” ordinò secca “Quando sarà il tempo tornerai da me… com’è sempre accaduto fin ora.”


5

Quando ricomparve, direttamente nel soggiorno della strega, Minerva non era sola.

Centinaia di candele accese conferivano un senso d’irrealtà alla stanza, da un vaso di terracotta si alzava una sottile linea di fumo e dal divano venivano i lamenti di una giovane donna che dormiva un sonno agitato. La strega le era seduta accanto, accovacciata su una pila di volumi, teneva tra le sue grinfie la manina pallida della donna.

Lucille si avvicinò “Chi è? Cosa le succede?”

“Sta morendo.” rispose Minerva “E’ orfana, sto realizzando il suo ultimo desiderio: non lasciarla morire sola.” e con le dita ossute accarezzò amorevole il suo viso.

Lucille la osservò con distacco “Sta tornando a casa… tra poco starà meglio.”

La strega alzò gli occhi su di lei. Nonostante non vedesse attraverso il suo corpo, Lucille non appariva neanche più come una ragazza in carne e ossa “Noto che hai preso confidenza con la tua nuova condizione.”

Lucille sorrise. Da quando non si trovava più a vagare ciecamente tra le ombre, aveva conosciuto un profondo senso di pace. Il suo sorriso però vacillò “Novel mi manca molto. Non mi basta stargli accanto come una nuvoletta incorporea.”

“Quindi sei sempre convinta di…”

“Certo!” assentì Lucille. Una corrente d’aria fece tremare le fiammelle delle candele e fu come se simboleggiasse una nuova presenza. Lucille tornò a guardare la donna che giaceva sul divano. Non si muoveva più.

“E’ morta.” dichiarò la strega. Lasciò andare la sua mano e si fece il segno della croce, mormorò una breve preghiera poi chiese allo Spirito di mostrarsi.

“Grazie, Minerva.” esordì una voce nuova. Lucille e la vecchia alzarono gli occhi e videro lo Spirito. Era uguale alla figura distesa sul divano, stessi abiti, stessa altezza e colore dei capelli ma mentre il corpo era inanimato, lo Spirito era luminoso, vivente “La mia vita mortale è stata molto tormentata, ti ringrazio per aver addolcito il mio dolore nelle ultime ore.”

“E’ stato un onore.” disse umile Minerva “Ti auguro di trovare un’esistenza migliore di quella che lasci. Questo Spirito accanto a me era una ragazza che si chiamava Lucille e desidera ritrovare qualcosa di prezioso perduto nel mondo materiale e per fare questo necessita di un corpo già adulto.”

Lo Spirito guardò Lucille “Il tuo intento è nobile, lo leggo nei tuoi pensieri.” disse con voce morbida e suadente “Non capita tutti i giorni d’incontrare nello stesso mondo la propria anima gemella!” poi guardò il cadavere della donna che era stata, con disinteresse “Non ha più importanza per me quello che farete di quel corpo. E’ come un abito smesso che ho gettato via.” tornò a rivolgersi a Lucille “E’ un corpo malato, però! Se accetti di vivere in lui dovrai patire la prigionia, oltre che della materia, delle cure mediche a cui io non ho voluto sottopormi. Valuta con attenzione il rischio che comporta la tua scelta. Di ogni tua scelta! Ricorda la divina legge karmica: ad azione corrisponde reazione. Agisci sempre per il bene ed utilizza nel migliore dei modi la preziosissima nuova possibilità che Dio ti concede. Torna ad essere carne e sangue e grida a quegli uomini stolti che sono destinati a cose molto più grandi di quelle a cui ora anelano sprecando tempo ed energia!”

“Raggiungi la pace, Spirito. Le nostre preghiere ti accompagneranno.” disse con reverenza Minerva e lo Spirito svanì dal soggiorno della strega per tornare alla sua vera dimora.

“Svelta ora, non aspettare che questa carne diventi dura e fredda!” incitò la vecchia a Lucille in tono brusco.

La ragazza però esitava. Fu il pensiero di Novel a darle forza e con l’aria di chi si accinge a compiere un’azione in cui risiede tutta la sua speranza, si distese sul cadavere. Un fremito scosse il corpo e lo Spirito scomparve, assorbito come acqua da una spugna. I lineamenti del viso si contrassero grottescamente, le membra prima s’irrigidirono poi furono scosse da convulsioni violente, le dita artigliarono l’aria, infine tutto tornò a rilassarsi. Minerva si chinò su di lei, posò le labbra secche sulla sua bocca morbida e tiepida e soffiò aria nei polmoni e premendo sul torace con tutta la forza delle esili braccia cercò di rianimarla. Dopo minuti interminabili sentì il cuore battere e quello che era solo più un insieme di particelle organiche tornò ad essere una cosa viva ed animata.

“Come ti senti?” domandò la vecchia quando più tardi la ragazza aprì gli occhi.

Lei la guardò disorientata “Stordita. Cosa… cosa ci faccio qui?”

“Non ricordi? Eri venuta a chiedermi di leggerti le carte e mi hai raccontato qualcosa di te. Il tuo cuore!” disse Minerva puntando un dito scheletrico contro il petto che la giovane si stava massaggiando “Devi prendere le medicine, Lucille, sei malata. Se non sbaglio il rigonfiamento della tasca sinistra dei tuoi jeans rivela un tipico tubetto di compresse.”

La ragazza ancora smarrita, mise mano alla tasca e tirò fuori un botticino di plastica marrone ancora sigillato. Prescritto dal dottor S. Macklin per gravi insufficienze cardiache a nome Susan Cross, lesse sull’etichetta “Perché mi ha chiamato Lucille?” domandò con un’occhiata sbieca alla strega.

“Oh, sono vecchia, la mia memoria non è più quella di una volta. E’ già qualcosa che non ti abbia chiamata Thomas, ti pare?” Minerva si alzò in piedi aiutandosi con il suo bitorzoluto bastone di legno “Ti porto un bicchiere d’acqua così prenderai subito una pastiglia. E ti posso assicurare che le cose cambieranno presto. Anzi, sono già cambiate: il futuro è adesso!”

E come se la profezia fosse destinata ad avverarsi appena pronunciata, risuonarono i cupi rintocchi del batacchio. Susan restò ferma, immobile e senza fiato come se quel rumore avesse segnalato la fine del mondo.

“Non ti muovere bimba.” consigliò la strega poggiando il bastone contro lo stipite della porta “Non vorrei aver faticato tanto per niente.” disse enigmatica ciabattando verso l’ingresso.

Susan rimase distesa sul divano a guardare perplessa il botticino che aveva in mano. Avrebbe voluto prendere una pastiglia, forse avrebbe placato non solo il sordo dolore nel petto, ma non aveva neanche la forza di rompere il sigillo del tappo. Si alzò a sedere e un capogiro le fece oscillare il mondo sotto i piedi. Le doleva anche la testa e in bocca si sentiva un sapore disgustoso, come se avesse baciato un topo morto.

“E tu chi sei, cosa vuoi a quest’ora?” brontolò la vecchia dal corridoio.

“Minerva, sono io!” obiettò una voce maschile “Sono Jason, le ho portato la spesa della settimana, come sempre.”

“Oh, santo cielo, Jason!” strillò Minerva “Ma certo… sai, per un attimo ho avuto una sensazione...”

“Ho fatto tardi perché ho avuto problemi con il furgoncino.” disse Jason “Si è fermato nel bel mezzo dell’incrocio tra la Dorsey e la Cedar Street. Poi per poco non mi ammazzo su quei gradini! Dovreste decidervi a farli sistemare prima che qualcuno sprofondi fino in cantina tirandosi dietro tutta la casa. I bambini hanno già abbastanza fantasia a inventare storie stravaganti, non vorrete alimentarla facendo credere di aver disseminato di trappole…”

“Per la miseria, Jason!” lo zittì la strega e i suoi passi strascicati seguiti da quelli più pesanti del giovane, risuonarono nel corridoio “Il diavolo farebbe nevicare all’inferno pur di farti tacere.”

“Sapete che l’altra notte vi ho sognato!” riprese imperturbabile Jason “Però non ricordo quasi nulla…”

“Povero figliolo.” lo compatì la strega “Sei giovane, non dovresti sognare vecchie bisbetiche che…” s’interruppe pensierosa.

Jason s’immobilizzò subito dopo aver superato la soglia del soggiorno e per un paio di secondi lui e Susan rimasero a guardarsi immobili e silenziosi nella penombra, turbati come se ognuno di loro vedesse un fantasma.

La strega osservò incuriosita quella reazione poi si lasciò andare in una risatina maligna.

“Buonasera.” disse Jason avanzando nella stanza e sul tavolo posò la busta di carta con la spesa.

“Buonasera.” mormorò Susan.

Minerva si fece avanti “Jason, questa fanciulla non si è sentita molto bene…”

“E lo credo!” esclamò lui “Quest’atmosfera farebbe venire i brividi perfino al conte Dracula!”

Minerva afferrò il suo bastone e fissò il giovane. Nonostante l’aspetto vecchio e fragile della strega, i suoi occhi esigevano rispetto e incutevano anche un po’ di timore “Invece di fare lo spiritoso, perché non l’accompagni all’ospedale?”

Jason distolse lo sguardo da lei e si avvicinò alla sconosciuta “Mi chiamo Jason Merrill.” disse porgendole la mano.

Lei la strinse aiutandosi a tirarsi in piedi e dopo un attimo di esitazione sorrise “Susan Cross. Avevo temuto di averlo dimenticato!”

“Certo, certo, ora perché non andate a cinguettare fuori di qui?” grugnì dispotica la vecchia.

“Ci vediamo la prossima settimana, Minerva.” disse Jason e aiutando Susan a camminare uscirono dal soggiorno “Non ti preoccupare, sembra tanto scorbutica, ma in realtà è la strega più buona che conosca!”

“Già, perché immagino tu ne abbia conosciute molte altre!” brontolò la vecchia e un tonfo sordo l’avvertì che i due giovani erano usciti tirandosi la porta alle spalle.


6

Il cielo era limpido e stellato e nella notte tranquilla gli unici suoni erano quelli che emetteva qualche animale dal cuore del boschetto e il cigolio lamentoso della sedia a dondolo della strega. Merlino ronfava acciambellato sul suo soffice cuscino e Minerva, dondolandosi piano, si strinse al petto i lembi sfilacciati dello scialle e chiuse gli occhi. Una fredda brezzolina agitò le foglie degli alberi e lo scacciaspiriti tintinnò. Merlino gemette, ma il suo sonno era profondo e non si mosse.

La vecchia fermò il dondolio della sedia e sorrise “Bentornato, John.” mormorò ancora prima di aprire gli occhi.

John, appoggiato alla ringhiera del portico, ricambiò il sorriso “Hai fatto un buon lavoro con Lucille.”

Minerva lo guardò in silenzio per un lungo momento “Perché non ti sei ancora reincarnato?” domandò infine.

“E’ dura abbandonare la propria anima gemella… non potrei lasciarti sola.” rispose lo Spirito poi aggiunse “Hai una vaga idea dei guai che potresti combinare senza una valida guida?”

“Con che coraggio osi definirti una valida guida?” obiettò scontrosa Minerva “E poi non sarei sola, c’è Merlino.”

“Il buon Merlino un giorno o l’altro si addormenterà per non svegliarsi più.”

Minerva sospirò “Succederà anche a me… sono diventata vecchia, sai? Il mio corpo è stanco e pesante, la mia mente lenta e affaticata; non sono più una rosellina fresca di prato.”

Lo Spirito sorrise, protese in avanti una mano e nel palmo gli si materializzò un piccolo specchio. La strega lo prese ed osservò la sua immagine riflessa.

I lunghi capelli erano ben pettinati, neri e lucenti come l’ebano, gli occhi limpidi, la bocca morbida, la pelle liscia come la buccia di una pesca. Ma quello non era il suo riflesso… quella era l’immagine di un lontano passato, di una donna che viveva ancora immutata solo agli occhi di un innamorato.

Minerva incurvò le labbra escoriate in un sorriso e si posò lo specchio sulle gambe “Non ti ho mai ringraziato…” osservò distrattamente “In fondo è grazie a te che sono diventata quella che sono e ho potuto aiutare tante altre persone. Non che sia contenta della tragedia che ha sconvolto le nostre vite, ma…”

“Tanti uomini hanno dentro di sé questi poteri.” la interruppe John “Ma ne hanno anche troppa paura perché li rende diversi e non sanno cosa sono e non capiscono che fanno parte della loro stessa natura.”

La vecchia riprese a dondolarsi e la sedia scricchiolò, quasi con rassegnazione. Dalla Jonestone Street provenne ovattato dalla distanza il frastuono molesto di un’auto che sfrecciava ad alta velocità accompagnata dalle risa sguaiate di alcuni ragazzi “Sono contenta che nonostante tutto l’amore continui a resistere.” disse Minerva quando tornò il silenzio “La tecnologia ha dato grandi cose all’uomo, ma gli ha tolto cose ancora più grandi.”

“Minerva, non ricordi che è l’amore che fa girare il mondo?”

La strega sospirò “Sono troppo vecchia per pensare all’amore, John.” lo guardò e anche se i suoi occhi erano vecchi e intrappolati in un reticolo di rughe, brillavano ancora con ardore “Tu è tanto tempo che aspetti, non sei stanco?”

“Il mio concetto di tempo è diverso dal tuo. E poi sto aspettando te, non crederai di essere immortale? Un giorno anche tu ti addormenterai in questo mondo per risvegliarti nel mio!”

Minerva sorrise e chiuse di nuovo gli occhi. Tirò un lungo respiro e lo esalò lentamente. Lo specchio posato nel suo grembo svanì, la sedia a dondolo si fermò con un ultimo cigolio e lo Spirito rimase a vegliare sul sonno della strega.


Letizia Giacopelli