La pelatrice

di Franco Pastore

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  • Scusate, mi sapreste dire dov’è l’officina d’Andrea, il meccanico?-
    Mi guardò con i suoi occhini neri e sorridendomi come un angelo:
  • Non lo so, non conosco bene Casatori!- mi rispose con garbo e si accinse a proseguire verso il capoluogo.
  • Ditemi almeno come vi chiamate!- aggiunsi in fretta, prima che si allontanasse.
  • Mi chiamo Lucia-
  • Siete di San Valentino?-
  • Si, abito in San Valentino, subito dopo il palazzo Borgia.- disse tutto d’un fiato,   allontanandosi in fretta verso il capoluogo. Entrai nell’officina e chiesi di lei a Mastro Andrea, ma rispose che non la conosceva.
               Una settimana dopo, mi recai a San Valentino e la cercai, senza successo. Presi un caffè in piazza e ritornai sui miei passi. Camminavo piano, con la mia galera,  e stavo pensando a lei, quando, nei pressi del cimitero, che divide la frazione dal suo capoluogo, mi comparve davanti, con una gonna celestina sotto un bella camicetta bianca, con delle roselline ricamate sul petto.
  • Ciao- le dissi sorridendo, mi rispose abbassando gli occhi e guardandosi intorno, come se si vergognasse di farsi vedere in compagnia di un giovanotto.
  • Se sei fidanzata, vado subio via!- proseguii.
  • No, non sono fidanzata, e non lo sono mai stata! – mi rispose in fretta, arrossendo notevolmente. Camminammo insieme fino all’inizio del paese, poi, mi salutò ed andò via, dileguandosi,  tra le case di periferia. Mi aveva colpito il suo modo di arrossire per un nonnulla ed il suo parlare schietto, come tutte quelle donne che parlano col cuore e recano negli occhi la loro anima.
               Pensai a lei tutta la settimana e la domenica mattina ero lì, dove m’aveva detto di abitare, ad attenderla, per dichiararmi e pensare con lei al futuro.
     Era quasi mezzodì, quando la vidi con la mamma e la sorella più piccola,  tornava di sicuro dalla messa e fece l’atto di fermarsi, non appena mi vide. Sussurrò qualcosa a sua madre, che iniziò a fissarmi con insistenza. A questo punto mi avvicinai e mi presentai:
  • Sono Antonio Frigenti – dissi, rivolgendomi a sua madre.
  • Che vulìte ? – mi chiese, di rimando, l’anziana signora.
  • Vorrei fidanzarmi con vostra figlia Lucia, se non vi dispiace!- Sorrise .
  • Ve piàce a fatica?-
  • Certo ca me piace!- le risposi prontamente.
  • E che mestiere facite?-
  • Lavoro ‘a terra mia e fatiche dinte ‘a fabbrica ‘e pummaròle- risposi .
  • E ‘a casa ‘a tenite?- incalzò.
  • Tengo ‘nu bellu quartino, ca m’ha lasciate mammà a S.Mazrzano .risposi con un certo orgoglio, sicuro dell’effetto che una tale informazione avrebbe sortito. Infatti, sentenziò:
  • Putite venì a casa, questa sera!-

Lucia, a testa bassa, ascoltò tutto in silenzio e solo alla fine mi sorrise, con un lampo negli occhi di fuoco. La mamma aveva acconsentito, ora era tutto regolare.

Era stato un amore a prima vista, forse perché entrambi eravamo pronti a mettere su famiglia.

Quell’estate, andammo a lavorare nella fabbrica di Perano, lei come pelatrice ed io come addetto alla “forchetta”, per lo scarico ed il carico. Smontavamo alle cinque e l’accompagnavo fino a casa con la moto e poi di corsa a farmi bello, per tornare da lei in serata.Trascorse tutta l’estate ed una piovosa sera di febbraio, decidemmo, di comune accorso, che ci saremmo sposati ai primi di giugno. La mamma comprò da Raimo tutto il mobilio per la nostra casa ed lo zio ci regalò un bel televisore che mettemmo nella stanza dove pranzavamo, perché era la più grande. Il 12 giugno, ci sposammo nella chiesa di San Valentino e padre Marco fece per l’occasione un granbel discorso, tutto improntato sull’amore e sulla fedeltà . Lucia era raggiante e mi guardava con certi occhi che mi sentivo commosso ed eccitato. Quanta gente era nella piazza, amici e curiosi  si affollavano e si congratulavano, con quel sorriso che ti fa bene al cuore.

Erano gli anni sessanta, l’Italia si avviava alla ricostruzione ed un’ondata di ottimismo  confortava il cuore di tutti. Iniziò così la nostra vita di sposi felici ed

innamorati. Dopo un anno nacque Maria ed io iniziai a lavorare di più, facendo anche i doppi turni. Quando l’età di nostra figlia lo permise, anche Lucia riprese il suo lavoro ed in casa ci fu il benessere, non avevamo bisogno più di nulla.

Conobbi Gemma, nei mesi in cui Lucia attendeva che la nostra Maria nascesse, venne a lavorare in fabbrica un lunedì mattina e ci capitò di consumare insieme il nostro pranzo nella pausa di mezzogiorno. Veniva da Sarno ed era meno bella della Lucia, ma aveva qualcosa che mi turbava, scombussolandomi tutto. Aveva due labbra carnose ed un modo di vestire che metteva in risalto le gambe magnifiche ed un seno stupendo. Ma ciò che mi colpì fu quel suo modo di guardare, come se fossi l’unico uomo sulla faccia della terra. Un pomeriggio, nella pausa del pranzo, la presi nella carrara di massaro Michele, con la schiena poggiata al tronco di un noce ed il corpo sudato, coperto a malapena dal grembiule che portano le pelatrici. Povera Lucia, non se lo meritava proprio quel tradimento, ma non potei farci nulla. Finché  andai da solo a lavorare, mi barcamenai tra le due donne, senza che l’una si preoccupasse dell’altra, ma quando Lucia ritornò al lavoro, fu inevitabile che si scontrassero. Accadde un pomeriggio di settembre: Gemma guardava dalla mia parte, cantando “core grato” e cercando di attirare la mia attenzione, Lucia se ne accorse e le fu addosso con la rapidità di una tigre. La prese per i capelli e la scaraventò a terra come una furia, colpendola ripetutamente con calci bene assestati. Gemma non ebbe modo di difendersi e solo l’intervento di due sue compagne pose fine all’incresciosa scena. Giulio Perano ed il Ragioniere Cogliucci, chiamarono Lucia e minacciarono di licenziarla se si fosse ripetuta la cosa.. Quella sera cenammo in silenzio, poi uscii e rincasai tardi quella notte.

Un mese più tardi, era domenica e dissi a mia moglie che sarei andato a vivere con Gemma, nel mentre che  stavamo mangiando  i carciofi arrostiti da mia suocera. Lucia, senza dire una parola, si alzo da tavola  ed andò in camera, dove la sentii singhiozzare tra il letto e la culla della bambina. Ne ebbi pena, ma preferii uscire e mi intrattenni con gli amici al bar. Mi sentivo male, non potevo fare quella carognata. Mi alzai, deciso a ritornare sui miei passi, e corsi verso casa per chiedere alla mia Lucia di perdonarmi. Da quel momento in poi, sarei stato un buon marito ed un padre affettuoso.  Entrai in casa, che la bambina piangeva. Chiamai mia moglie, ma nessuno mi rispose. Allora, mi precipitai in camera. La vidi a terra, con gli occhi spalancati e la bocca piena di bava verde, chiamai aiuto e la portammo in ospedale, mentre mia suocera si occupò della bambina. Morì per la strada la mia Lucia, avvelenata col medicinale delle piante, una morte atroce in un momento di follia. Due giorni dopo, facemmo i suoi funerali, ma furono anche i miei, perché ero morto dentro: il rimorso mi avevo ucciso e nemmeno il pensiero di mia figlia poteva  aiutarmi. Un anno dopo, nell’anniversario della sua morte, chiesi alla Madonna di Pompei di darmi un po’ di pace. Pregai a lungo, nella bella chiesa della Vergine, e mi sentii sollevato, quando uscii nella piazza affollata di fedeli e stranieri. Andai nei pressi di una bancarella e comprai una bambola per Mariella e mi avviai. Sul lungo rettilineo che congiunge Scafati con Pagani, un camion, sbandando, mi prese in pieno. D’improvviso,  cessò tutta la mia pena. Ero irriconoscibile tra quei rottami fumanti e quanta gente accorse sul luogo dell’incidente! Il camionista era lì, annichilito, mentre i carabinieri pigliavano le misure e verbalizzavano. Vidi la bambola lì sur marciapiedi, con le braccine aperte e la faccina sporca di sangue; nessuno più l’avrebbe data alla mia Mariella. Sentii qualcuno al mio fianco, era Lucia che mi sorrideva. Ci allontanammo insieme con la mano nella mano, come quando eravamo fidanzati, l’avremmo protetta noi la nostra bambina, da lassù dove ci eravamo riuniti per l’eternità.