Incubo e catarsi

di Michele Muzi

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La vita di ognuno di noi è legata profondamente alle radici che ognuno ha.
Per educazione, per status, per modo di fare è indiscusso il fatto che ogni personaggio è per come tutto si è svolto in precedenza.
Mi sono sentito con questo piccolo scritto, di “ringraziare” una persona che per me è stata fondamentale… personaggio nel vero senso della parola che ogni giorno mi porto dietro, leggero e sempre esilarante, nella testa e nel cuore.
Non nego che tutto questo veramente mi mette a nudo…ma vale veramente la pena per la fantastica esperienza che fin da piccolo ho vissuto, godendo della sua persona.

M.M.

 

Avevo già pagato l’affitto per tutto il mese, ma quella casa mi stringeva, come le bolas argentine che legano il manzo da macellare.
Quei muri trasudavano incresciosamente le mie paure e le mie attese disattese e tradite dalla mille promesse che mi ero fatto e che non avevo mantenuto.
Tanto per il momento, troppo per il mio difficile equilibrio, dinamico ed a volte involuto, critico e perplesso allo stesso modo.
Avevo deciso di cambiare aria e di stabilirmi altrove, ma non avevo nessuna intenzione di comunicarlo al mio padrone di casa, che, già sapevo, avrebbe fatto storie di ogni tipo sul fatto che non avevo dato preavviso almeno due mesi prima.
Cosa dovevo fare di fronte ad una crisi così evidente, che quasi non riuscivo a dormirci la notte?
Cosa potevo opporre al mio io, alla mia coscienza infelice e furiosa, che potesse colmare e calmare il senso di disagio e miseria in cui versavano i miei sensi ed i miei pensieri?
Incautamente avevo persino concluso che una bella autoterapia, fatta di congetture e fili logici del cazzo, mi avrebbe salvato, restituendo me stesso direttamente a me stesso.
Cazzate.
Non riuscivo più neanche a guardarmi allo specchio
Uscii.
Presi la macchina ed andai in centro. Parcheggiai e, senza rendermene conto, ero già lì.
Silenti e fruscianti nei loro abiti angosciosamente griffati, ragazze e donne, marcatamente e graziosamente imbellettate, scivolavano, oscillando come docili pendole da parete, sbattendo voracemente contro vetrine dai prezzi ingombranti…
Solo alcune, immerse nella spirale delle loro attività, appiccicosamente quotidiane, sembravano non atteggiarsi e correvano seguendo il loro sogno, fallito e perso nella materialità del vile danaro.
Un sole pallido di inizio primavera segnava il passo lento e costante, indissolubile ed inscindibile delle prime ore del mattino.
Camminavo in preda al mio sogno impossibile, al mio incubo mentale giornaliero incollato come carta moschicida, come morsa che mi accalappiava, trasformando ogni attimo in respiri affannosi e spasmodici, difficili da digerire e computare mentalmente.
Sensazioni di trapasso mi sovrastavano, cercando di catturare e rubare le mie presenze e l’inconfondibile senso di attaccamento alla pelle che mi aveva contraddistinto in ambienti certamente più facili ed agiati da vivere, almeno per me.

Le radici in fondo sono sempre radici.
Non si può pretendere di strappare, con la violenza e l’inganno apparente, qualunque essere umano dalle proprie sorgenti e pretendere, allo stesso tempo, che egli viva felice e spensierato nelle scarpe di qualcun altro, benché possa portare lo stesso numero di piedi.
Cazzate quelle che avevo studiato su Seneca: “il saggio è saggio perché è l’unico uomo che sopravvive in qualunque posto, in quanto è l’unico che riesce a stare bene con se stesso”.. cazzate!!!!!!!

Pur essendo, a mio parere, un genio, incompreso ma pur sempre un genio, ero infelice e triste. Ero depresso e fuori da ogni prospettiva di salvezza almeno per quel momento.
Ero disperato anche se pieno di amici.
Cercai nelle tasche quei pochi spiccioli che sarebbero serviti per una buona colazione e l’accendino nel pacchetto di sigarette, ormai quasi giunto alla fine.
Contai le monete ed i passi. Computai i singoli movimenti come uno scanner visivo e credetti di essere ormai completamente andato, pazzo, insulso e penosamente anormale.
Entrai dalla Lisa ed ordinai il caffè. Sorseggiai in silenzio, pagai ed uscii al sole che ora accompagnava il mio incedere, riscaldandomi la schiena.
Sudando ed ansimando, accelerai il passo, seguendo il ritmo del cuore per sfuggire all’impressione, che avevo, che qualcosa mi seguisse…
Desideravo intimamente e fortemente di incontrare qualcuno, faccia amica e muto soccorso a quel momento, a quella caduta verticale verso l’ignoto, sull’orlo della voragine della mia solitudine e delle mie paure..
Provai uno scompenso e, contemporaneamente, compassione della mia condizione, mentre il mio corpo rispondeva a mala pena, dissolvendosi, a tratti, in condizioni di distacco fisico, in equilibrio sul filo del tracollo, del collasso che inevitabilmente sarebbe arrivato.
Ed era proprio qui che non mollavo…
Nuova energia, poche piccole stille di vitalità sopraggiungevano, vincendo la noia e la poca determinazione, sfasciando il muro delle mie omertà private ed apparentemente involute.
Ero io che creavo tutto questo? Erano tutti i miei ideali a contemplare ed ampliare i miei timori?
Emblematico era il fatto che se avessi cercato di ragionare a mente fredda probabilmente avrei potuto estrapolare sistemi di ragioni lineari e matematiche…
Ma l’onda che mi spingeva sugli scogli della difficoltà di quel momento mi sovrastava, annegando ogni mio possibile salvataggio ed ogni mio porto sicuro.
Trovai una panchina ed un vecchio.
Mi sentivo dentro di aver la sua stessa età, vicino al traguardo della vita, alla soluzione…
Mi guardò e sorrise mostrando gengive logore e denti d’un avorio splendente, innaturale, non suo.
E mentre il vento si alzava, mulinando in aria le carte che qualcuno distrattamente aveva gettato a terra, raccolsi da dentro alle tasche una delle mie sigarette per accendermela, seguendo un rito quotidiano fatto di passi di danza giornalieri…
Colsi le mie mani in un atteggiamento quasi di preghiera, mentre il pollice rullava sul marchingegno dell’accensione e sullo scalino atto a far uscire il gas da quello stupido accendino… Inspirai voluttuosamente.
Guardai il vecchio sul viso, ma il sole me ne nascondeva i tratti, lasciando a me il compito di completarli come gioco enigmistico per bambini..
Ne immaginai i contorni e le fattezze, ne immaginai il colore, della pelle e degli occhi… disegnai rughe ed espressioni…
Aveva un non so che di familiare, di vicino, di stretto e questo mi faceva stare bene..
Mi strappò la sigaretta con fare gentile e chirurgico allo stesso tempo, di strappo, violenza, colpo, movimento rapido e repentino.
M’adombrai per un attimo, fingendo qualcosa che effettivamente non provavo, poi chiusi gli occhi, cercando la pace e la spensieratezza..
Chiusi gli occhi e mi sembrò di esser preso per la mano, palmo e dita calde d’un abbraccio infinito, di un incontro al di sopra dell’apparenza terrena e del bisogno materiale che ognuno di noi, povera e misera condizione umana!!!, ha dentro, perché non superiore, perché relegato alla stessa stregua delle bestie, almeno per questo.

Non ho più provato (stento a crederlo pure io) una sensazione così, almeno qui…

Aprii violentemente gli occhi e non l’avevo più in fianco..
Restava di lui soltanto il giornale, piegato a mo’ di cappello in uso a certi muratori, soprattutto d’estate, ricovero e gentile ricamo di mani sapienti e rugose, capaci di carezze dal sapore di cemento, docili e dolci come di impasto di malta e forti, allo stesso tempo, di pilastri di acciaio e fondamenta antiche.
Mi sovrastava la sensazione di bene e l’allegria dal sapore acido come di pila quadrata da bambino, come di corsa sfrenata con la bici verde, quella che aveva come campanello quella trombetta color giallo limone…

Mi sentivo a casa, anche se a casa non ero..

Intrapresi sognante la via della macchina, camminando e trascinando l’ombra di me stesso, come palloncino legato al polso…
Mi cullai nel sogno proibito ed inconscio di averlo visto, di averlo ancora toccato, di avergli ancora sorriso, di essermi lasciato andare, ancora una volta, per l’ultima volta con lui…
Accesi il motore pronto per un ritorno che, mi accorsi, sapeva di strappo, di urto, deportazione ed infima ingiustizia delle cose.
Mi abbandonai alla strada ed al suo monotono lasciarsi dietro.
Mi lasciai per attimi, disinteressandomi di quello che sarebbe stato, di ciò che effettivamente poteva essere, abiurando il caso e ria sorte, la materialità e l’inconfessata quotidianità che ognuno di noi, pur cercando l’opposto, ha, di ritmi e stagioni, di frasi ed opinioni che passano, fuggono e che non tornano mai.

Mi svegliai.
Aprii gli occhi e capii che era solo un sogno.
Compresi che il malessere era un mio bluff, era tutto un brutto, bruttissimo inganno, una congettura, una congiura della mia testa, della mia conoscenza, dei miei desideri inconfessati.
Rimaneva, solo ed esclusivo, il rimpianto di lui, di quell’occasione persa per sempre, che chissà se ci sarebbe più stata… di quell’avvicinarsi che, materialmente e fisicamente, non ci sarebbe stato, mai più…
Mi rimaneva poco in tasca, solo sensazioni e, forse, tanto bastava per andare avanti, per considerare il buono che c’è in ognuno di noi…
Mi rimaneva il sorriso e la felicità provati ed il ritornare indietro in posti dove la felicità e la tranquillità sono di casa…
Luoghi dove io vivo, anche se non materialmente, quando sono triste e malinconico o semplicemente stanco, in una specie di sogno o finzione, in un’estatica orgia onirica insieme a lui, alla mia bici verde, alla mia trombetta gialla ed al mio inconfondibile cappellino di carta di giornale.