Il potere degli specchi

di Maurizio M. Ferrante

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Un vecchio pezzo di Edith Piaf nella vecchia Parigi in un bistrot, luogo d’incontro dei viaggiatori, mentre un vecchio, di una magrezza malata, pieno di croste, beveva un cappuccino e dialogava con se stesso, in un angolo scrutato da un guardiano: uno specchio ovale sulla parete.

Il tavolo verde del biliardo era come un animale addormentato sotto un cono di luce, mentre il resto del locale si confondeva nella penombra, e un uomo, con una camicia bianca non troppo pulita e larghi pantaloni grigi, immobile, con la stecca in mano, vi era di fronte da più di mezz’ora, come indeciso soppesava con la mente le sfere sul tavolo, quasi a volerne decifrare segreti dalla loro casuale disposizione.

Indifferente il barman dietro il bancone leggeva un libro, in alto sulla parete, proprio sopra la macchina del caffè tutta cromata, c’era un grande orologio dalle lancette e dai numeri romani neri su sfondo bianco. Appese sui muri del locale locandine di vecchi film degli anni ‘40.

Lui con un dito portò via della polvere dal tavolo, e si domandò del perché si trovasse lì... Aveva una leggera confusione in testa. Infine si decise: -Un caffè!- ordinò.

L’uomo del biliardo si scosse, lo guardò perplesso, con gli occhi acquosi, invece il barman fece finta di non sentire, forse accennò appena con gli occhi vaghi, ma portò subito la sigaretta alla bocca e tornò a leggere.

L’orologio segnava la mezzanotte e dieci da più di un’ora. 

- Che ore sono?- domandò.

L’uomo del biliardo non si aspettava quella domanda, era smarrito: chi poteva chiedere l’ora nel bar?  

L’uomo seduto al tavolino che aveva posto quella domanda sorrise nell’imbarazzato silenzio che incombeva nel bar. Il sorriso gli svanì subito dalle labbra, riassunse subito l’aria di chi attendeva qualcuno, del resto, chi mai verrebbe in quel bar senza avere un appuntamento?

Le lancette dell'orologio continuavano a stare  ferme. Era chiaro che l’orologio mentiva, poiché la mezzanotte era passata da un pezzo, e nessun orologio si sarebbe fermato proprio alla mezzanotte e dieci: tutti sanno che è un’ora improbabile per bloccarsi. I meccanismi seguono regole severe, si disse l’uomo che attendeva.

L’uomo del biliardo, il giocatore, era impaziente, la situazione richiedeva una decisione immediata, poggiò la stecca sul tavolo ed entrò nella cabina del telefono.

Dalla postazione del suo tavolo, l’uomo che attendeva vide il giocatore sussurrare parole alla cornetta, e si sentì a disagio. Lesse il labiale: stavano parlando di lui.

Doveva uscire immediatamente da quel bar, ma la sua immagine che vide riflessa nel lungo specchio della parete di fronte lo fermò. C’erano troppi specchi in quel bar, disposti in punti strategici che ne aumentavano il potere. Chi l’aveva appesi conosceva il potere degli specchi.

Dal tavolo dov’era seduto poco prima, quello specchio rifletteva una parte opaca del soffitto, ma appena si provava a cambiare posizione, il grigio appariva liquefarsi, evocare lontani paesaggi, un disegno di case di città, su cui incombeva un cielo in tempesta; poi, se si provava ad alzarsi, quel tumulto del cielo aumentava fino ad esplodere, spegnendosi infine nel riflesso cinereo del velluto rosso che copriva la parte superiore dei muri del locale.

Si alzò con decisione, si pose al centro del locale, e da quella nuova prospettiva si vide di nuovo riflesso. Ma che vestito indossava? Era come il personaggio di una delle locandine cinematografiche appese lungo i muri del bar.

Il barman ebbe un fremito alle sopracciglia, forse l’osservò una manciata di secondi con i suoi globi vitrei, poi si rituffò nella lettura del libro.

Nella cabina del telefono c’era un bagliore, una luce rossastra che illuminava l’antiquato telefono, e il volto del giocatore s'era trasformato in una testa grottesca che muoveva le labbra carnose e legnose, e la pelle era rosso sangue e dalla fronte gli spuntavano due corna.

L’uomo che attendeva tentò di convincersi che si trattasse solo di un gioco di riflessi sulla pelle lucida di sudore del giocatore, poiché nel bar la temperatura era alta, come di fornace. Ma non si azzardò a proseguire, di aprire la porta del locale, consapevole di non dover dare nell’occhio. E allora ritornò al suo tavolino, chinò la testa sui fondi della tazzina del caffè; doveva attendere, almeno non guardarsi intorno... provarci, almeno.

D’improvviso nella mente gli galleggiò un ricordo: aveva un appuntamento... Sì, ecco! Un appuntamento importante, questione di vita o di morte, c’era una guerra e lui era una spia... ecco il perché di quegl’abiti... come in un film, gli venne da sorridere, che idea infantile!

Si tastò le tasche, c’era una cartina della città. Ecco chi era! Altro che spia! Era solo un turista che accaldato si era rifugiato in quel bar per trovarvi sollievo. Ma in quel bar non vi aveva trovato ristoro: nel locale il caldo era insopportabile. Si convinse che non doveva esserci nessun’altra spiegazione: aveva confuso il mezzogiorno con la mezzanotte, era stato un inganno del tempo.

... E allora l’orologio sul bancone riprese il suo corso, il barman per un attimo sembrò infastidito dal ticchettio, poi riprese a leggere. Solo il vecchio pieno di croste gli sorrise.

Il giocatore riattaccò la cornetta e uscì dalla cabina, riprese la stecca e di nuovo fu di fronte al biliardo.

-Una partita?-, propose all’uomo che attendeva.

Quando si alzò per andare al biliardo, era sempre più consapevole che non sarebbe mai riuscito a rifiutare quell’invito.

Lungo il percorso, il vecchio pieno di croste lo trattenne per la manica della giacca: - Siamo in fondo all’universo... non ci sono più strade qui..-, gli disse, facendo dei segni davanti a sé, come se dipingesse; poi rise di gusto, e si dimenticò di lui, continuando a parlare a se stesso... al riflesso che lo scrutava dallo specchio ovale che aveva di fronte.

(agosto 2005-marzo 2006)


Commenti

Da: Anna R. De Santis - Venerdi, 8 Febbraio, 2008 alle ore 16:23:42

commento: Ti ringrazio per i tuoi complimenti al mio scritto, e lo faccio da qui perchè, incuriosita, ho voluto leggere anche questo. Mette un bel po' di brividi. L'atmosfera è da paranoia, e mi pare che tu l'abbia resa molto bene. E il particolare momento che il protagonistra sta vivendo mi fa pensare a quelle sensazioni di depersonalizzazione che ci colgono a volte alla sprovvista, e che troppo somigliano al momento finale della nostra vita, quasi a palesarci il nostro destino. Hai anche un tuo sito con altri scritti? Io ho questo indirizzo: lasposadimessercosimo.myblog.it  ciao!