Gloria... pensieri silenziosi

di Michele Muzi

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La familiarità l’aveva compromesso e legato come convenienza della parte, senza possibilità di respirare, come boccaglio semichiuso su un mondo di farfalle mancate ed effemeridi scientificamente provate.

Non viveva, scampava piuttosto alle attese, agli appuntamenti cruciali, si lasciava trascinare dalla corrente del pensiero della massa, del Giusto, delle emozioni consunte e consumate come dadi da brodo per minestre riscaldate sulle stufe dell’indifferenza, dal vago sapore di saluti a mezza bocca, d’epurazioni, evirazioni ed ostracismi del non convenzionale, del diverso e dell’anonimo.

Lo slancio spastico e spasmodico di certi suoi momenti, tesi alla ricerca di tutta questa magica, filosofica e misteriosa sorte, questa cabala e questo dado che gli aveva promesso mille volte un sei, ma non glielo aveva mai concesso, si erano decisi in una privazione delle proprie aspettative, alla distruzione, parziale o totale, delle proprie preghiere al dio Morfeo, dei silenzi indicatori e delle parole ventose e fasulle.

Altre volte aveva sentito accrescere dentro di sé la felicità per aver accresciuto la libertà degli altri, regalando tempo e relegando il proprio io in vincoli e lacci troppo stretti per credere e tentare di alitare, fiatare e fiutare la gratificazione e l’appagamento del proprio intimo.

Equilibri distratti come bocce da biliardo pronte per essere birillate con colpi di carambola secchi e freddi di lama e carabina, descrivevano in lui parabole tendenti all’infinito finito, al silenzio, alla fame..

Soluzioni alle distratte intuizioni spesso fuori ruolo, come tatuaggi metropolitani, segnavano i suoi tempi ed i suoi spazi.

Trascinato in passioni non sue, in tanghi sui ritmi delle vite degli altri, in passi doppi in cui cercava di raggiungere, senza arrivare, le movenze e le figure delle libertà, vere o presunte, o meglio, di ciò che per lui significava uscire, traviare, confondere e scardinare gli schemi, quegli stessi ordinamenti stretti ed infeltriti dal tempo e dalle abitudini, come maglioni male lavati.

Tentando coincidenze improbabili ed impossibili da ottenere col calcolo delle probabilità, delle vicinanze aleatorie e distratte, aveva camminato mille e mille miglia sul filo dell’ipocrisia, pagando, con le carte di credito del proprio cuore, posti di business class per voli pindarici, colati a picco come gocce di pioggia cadute dalle povere foglie autunnali.

Ed era stufo…

Aveva la necessità di sfamarsi e dissertarsi alle mense troppe volte imbandite per gli altri, a cui per brevi tempi si era seduto per cominciare a degustare piatti che non erano mai arrivati.

Il suo volere non era un agognare a tutti i costi, sapeva aspettare e lo avrebbe fatto, sorprendendo non solo se stesso di tutta quella pazienza che gli altri gli avevano affibbiato addosso, ma che lui non aveva riconosciuto, non aveva fissato nei cardini della propria idea di vita, dall’immagine del caldo e del tenero del destino e del libero arbitrio a cui s’inchinava come cavalier servente.

Avrebbe aspettato come predatore con la preda.. in fondo lo sapeva fare, meglio di chiunque altro, con un fiuto animalesco imbarazzante e scomodo anche per se stesso.

Chiuso negli anfratti della propria anima, irrisolta come un rebus, avrebbe calcolato e misurato i propri respiri, centellinando i movimenti sistolici e diastolici, metronomicamente al tempo di un blues meditativo e malinconico, silenzioso ed attento ai movimenti in levare, agli slanci passionali ed alle acciaccature di chiunque altro avesse tentato, solo tentato di appropriarsene.

Al cospetto del silenzio che permeava quel tutto, si sentì di fronte alla precarietà, simile ad un insulto gridato mezza bocca contro un nemico più forte della sua interiorità.

Sentiva che avrebbe camminato ancora, avrebbe mosso passi in quella fredda ed umida città, ancora in quella bestialità fatta di felicità circoscritte dalle leggi dell’abitudine e della circostanza.

Entrò, si sedette ed accorciò il proprio fiato, mescolando movimenti incerti a pensieri che correvano inciampando gli uni sugli altri, in una carambola fragorosa e sinistrorsa, corrompendo il suo io..

Si guardò intorno e colse luci soffuse e risate.. colse odori nauseabondi, fraudolenti e miscellanei di donne e giovani rampanti.. di quarti d’ora passati troppo velocemente e celermente, consumati in frustate di bacino simili a colpi di scure, sterili e freddi, di procreazioni assistite e stati di coma sessuali ed irreversibili.

Si confuse per attimo, assistendo a scene che non avrebbe neppure lontanamente immaginato.. sognò, si impressionò e stentò a credere ai suoi occhi.. cerebralmente vomitò, rigettò idee e pezzi di altre vite e chiuse financo le porte delle sue nuove esperienze e dei suoi umori..

Si sentì solo..

Era quello l’unico modo per sovrastare il senso d’indifferenza che lo flagellava e lo costringeva all’angolo di un ring consueto e vulnerabile.

Suonato come un pugile di quart’ordine, chiamò a se il barman, brutto ed appiccicoso come un cartello di pericolo di morte, risonante di medaglie (una per ogni sbronza..)come un generale di corpo di una armata fatiscente di scarafaggi, derelitti e maledetti figli di puttana…

L’unico che l’aveva semmai salvato dall’orlo del precipizio dei suoi incubi cittadini e crittografati…

Ordinò da bere e la vide entrare dallo specchio dietro il banco, sudicio ed insensibile agli umori quotidiani ed intensi che tambureggiavano negli assenzi assenti degli astanti, mobili ed immobili allo scorrere del tempo e delle emozioni…

Calò il suo cappello con la tesa a raggiungere con spasmodico gesto al limite delle proprie forze chimico-intellettive, lo stropicciò in segno evidente di imbarazzo di fronte a tale creatura…

Il tempo non faceva certo il suo dovere e complicava, anzi peggiorava le cose.. con suo fluire incessante e logoro di bici senza rotelle in mano ad un bambino principiante…

Storia di sangue e demenza postprandiale... Ahhhhh…

Lei avanzò, danzando come libellula impazzita intorno a luce fioca di lampadina, costretta in un vestito improprio e nel sudore dei suoi ormoni integrati ed assuefatti al luogo ed all’azione..

Sconvolse con l’andatura più di un paio di giovani in festa, pronti sulle linee di partenza per free drinking al limite della decenza e del bordo delle umane capacità di riempimento delle loro pregevoli carcasse da brutti figli di troia...

Camminava lieve e fantasticamente avvolta nelle certezze dei suoi ventenni e del suo corpo da amore pensato, come foglio di libro che legava pagina a pagina e lettere ad altre migliaia di parole come catena…

Si acconciò, con gesto sensuale ed allo stesso tempo materno, la folta capigliatura castana e lasciò intravedere la fronte spaziosa ed intelligente.. lasciò per un attimo che il gesto suonasse come fucilata in pieno petto dal vago sapore di albero sradicato che invoca da bere… e si sedette accanto a lui.

Si guardarono negli occhi.. pupille contro pupille.. umori vitrei e sensazioni celate e delicate informazioni corsero spasmodiche, affannate ed incerte in miliardesimi di secondi durati come anni, secoli, millenni..

Incrociarono le iridi e lui colse fragranze e sensazioni di buono, percepì verdi prati ed oasi di vita accanto a discariche di malanni e tumorali spirali sull’orlo del suicidio della risata e delle fusa di giovani puttane in cerca di fortuna..

Sentì per un attimo il mare, il porto, la nave..

Diede ascolto all’onda ed al suo fluire ed al suo magico rigenerarsi ed alla tempesta interiore ed intima dell’uragano del suo cuore e dei suoi intestini.

Lei sorrise, intuendo un sogno non suo.. immaginando ed ideando dentro se la fantasia, come vento che gonfia le vele e tentò gesti cordiali ed allo stesso tempo impacciati, scordando il savoir faire e legò nel falso la sua mano alla felicità minuta e breve dell’altro..

Lo guardò felice ed infelice allo stesso tempo, rientrando nella realtà, la sua, abitudinaria ed abusata… vomitevole sensazione di strappo, di finestra aperta in pieno inverno, di dogmatica mistificazione dell’essenza energetico-formale nell’ermeneutica propria del viaggio che ognuno di noi avrebbe fatto, non sapendo né rotta né condizioni meteorologiche e metodologiche.

Un sorriso le strappò la bocca, svelando un sorriso pari solo al divino che lo fece sobbalzare e rischiarò il vuoto e l’elettronica delle onde che aveva percepito…

Lui si chinò per un istante volgendo lo sguardo fuori dell’occhio di bue che la circuiva, segnando il luogo ed il tempo.. il luogo ed il tempo.

Trovò la sensazione del buio e del non adattamento, del colpo non colto al volo e della parabola discendente... toccò il fondo del locale che sembrava essere il pavimento sconnesso e sconvolto del mondo, le assi del teatro su cui si stava trasformando la realtà e le finzioni del canovaccio.

Passò uno scarafaggio ed ebbe pietà.. ne passò un altro e lo schiacciò, forse erano veramente troppi.. aveva esagerato ancora una volta, non l’ultima.

Con movimento repentino, per quanto possibile, arcuò la schiena e, con gesto innaturale, si girò verso lei, cogliendola nell’antico ed erotico gesto del maquillage..

“Bevi qualcosa?” le sussurrò all’orecchio, flautando il più possibile la sua spoglia e povera voce, cercando di essere il più virile possibile, con risultato sfortunato, anzi miserrimo…

Si sentì in più momenti uno scemo, ma lei, rossa in viso e felicemente madida del sudore di quel posto e del caldo che faceva fuori, le fece segno di seguirla fuori, come se dovessero incontrarsi a livelli più alti, celestiale dannazione fuori dal mondo, da quel cosmo di ubriaconi e scarafaggi, di puttane e giovani rampanti..

Non usò parole.. non in quel frangente..

Pareva che fossero lì da una vita, che il tempo fosse presente e futuro e passato allo stesso tempo..

Solo le urla di alcuni greci li riportarono alla realtà ed alle stelle di quella notte aplumbea e sopra i trenta centigradi.

Camminavano e, per alcuni tratti, sembravano improvvisare passi di danze, di tanghi argentini, di milonghe di bordelli di Buenos Aires.

Lievi sui continui levare del loro cuore e dei vibrati accesi e ritmici dei loro respiri, sembrarono volteggiare e planare su nuove sensazioni e figure meditative e d’attento interesse l’uno per l’altro senza sconvolgere l’altrui interesse e libertà, l’una volitiva attività e determinata sensazione dell’io..

Si fermarono per brevi soste, rifornendosi dell’aria fino allora mancata, fatta di misere apnee e sogni fradici di note piovose e stanche di pneumatici sbuffi per convivi imposti e silenziosi omaggi ad una silenziosa pazienza che ormai era arrivata alla consunzione..

Si guardarono ancora una volta negli occhi e lui la prese dolcemente per mano, accarezzandole quelle dita che segretamente in sogno lei aveva cercato di sfiorare a sua insaputa ma che non aveva azzardato per non…

Le strinse placidamente il palmo, giocando con le sue dita e con la sua vita, surrogò i residui pensieri negativi e si lanciò, portandola con se fra le sue misere e logore mura…

Fecero l’amore. Fusero i loro corpi e le loro anime. Percorsero insieme chilometri e chilometri di pensieri ed azioni, riposando nelle stazioni di sosta del loro affanno giovanile, per poi riprendere di nuovo a rotta di collo, mozzandosi il fiato a vicenda in discese libere sugli starnuti dei loro miocardi...per sempre.

Avevi ventenni ed io non pochi più di te, sentimiento nuevo para siempre.

Eri bella e lo sei ancora, come quel giorno, come in quella città così umida e già calda di quel sole appena appena primaverile… come vicino a quella panchina di pietra, la panchina del mio cuore, la panchina del tuo.