Giocatori di carte

di Ghiselli Greta

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Aspirò ansiosamente una lunga boccata dal sigaro che stringeva tra le dita sottili, quindi lasciò cadere la cenere a terra con un leggero colpo dell'unghia scura, decisamente troppo lunga. Era nervoso, ma non aveva alcuna intenzione di darlo a vedere. Così continuò a fissare il suo avversario; gli occhi glaciali avrebbero spinto alla resa totale chiunque avesse anche solo gettato un'occhiata fugace al suo volto sfregiato. Mi correggo, quasi chiunque. Mordendosi la lingua con violenza inaudita, fino a farla sanguinare, tentò di sostenere lo sguardo placido che gli veniva rivolto, riuscendovi solo per pochi secondi. Finì così col fissare a lungo le carte che reggeva tra le mani, aggrottando la fronte deforme per fingersi intento in un ragionamento complesso circa la strategia migliore da impiegare nella partita.

L'altro giocatore sorrideva; il sole irradiava di luce abbagliante il suo volto candido. Le carte erano ordinatamente disposte davanti a lui, sul tavolino di ebano che paradossalmente appariva allo stesso tempo austero e degno del più potente dei sovrani. La sicurezza di quella creatura dalle fattezze angeliche mandava letteralmente in bestia l'altro: era inaccettabile che giocasse a poker senza guardare le carte, senza cambiarne alcuna, senza nemmeno temere per un istante di poter perdere! Eppure era così: semplicemente, egli sapeva di non poter essere sconfitto.

Fu proprio questo ultimo che, scoprendo due file perfette di perle purissime, aprì la bocca per parlare. Lo fece con tono pacato, lento e benevolo, lo stesso con cui ci si rivolge ad un bambino per spiegargli come da una piccola larva possa prendere vita una meravigliosa farfalla: "Non fingere con me, sai bene che non è necessario. Devo ammettere che mi stupisce questo tuo atteggiamento.. smettila di esitare e mostra le tue carte, non sei mai stato un pusillanime, per tua sventura. Fedifrago sì, stupido pure, ma non pusillanime." Tacque un istante, poi aggiunse, con un sospiro di amarezza: "Sarebbe andata diversamente se tu avessi avuto un po' di sano timore. Se solo avessi pensato alle conseguenze delle tue azioni non saresti mai caduto così in basso."

Nel pronunciare queste parole, il suo limpido sorriso si affievolì per un istante, quasi impercettibilmente. L'essere che gli sedeva davanti non se ne rese conto, e non ne avrebbe avuto consapevolezza un ipotetico spettatore, così come nessuna nuvola, passando dinnanzi al sole, potrebbe nasconderne completamente la luce, allo stesso modo quel sorriso celestiale non sarebbe mai stato cancellato da alcun turbamento, per quanto doloroso potesse essere.

Gli venne rivolta una risposta solamente dopo alcuni secondi; istanti carichi di tensione e di malinconia, momenti in cui la natura stessa sembrò gridare, il vento piangere addolorato e la terra supplicare la stolta creatura che si apprestava a parlare di tenere chiuse quelle labbra maledette. Sciaguratamente, questi lamenti disperati non ottennero alcun risultato: per la prima volta, il giocatore che eternamente sarebbe stato sconfitto parlò. Parlò, e lo fece ostentando una sicurezza che non gli apparteneva. Parlò, e la brezza leggera divenne una bufera impetuosa, nel tentativo di coprire quel suono. Parlò, e le creature sufficientemente rapide fuggirono, le chiome primaverili ingiallirono anzitempo, i ciliegi in fiore divennero spogli e si seccarono.

"Io non ho alcun rimorso. Sciogliere il legame che ci univa è stato quanto di meglio abbia fatto nella mia vita fin troppo lunga."

Si rendeva conto di mentire, anche se tentava disperatamente di negarlo a se stesso. Trasse un lungo respiro prima di continuare, consapevole del fatto che l'altro non aveva problemi ad interpretare ogni suo minimo gesto. Non era forse questo ciò che sapeva fare meglio? Quando finalmente fu certo che la lingua non gli avrebbe giocato alcuno scherzo, riprese il suo discorso: "Non sarò riuscito ad ottenere ciò che volevo, ma almeno ho lottato per qualcosa di concreto. Per trarne un vantaggio. Tu, invece, per cosa lotti? Mi spieghi che accidenti credi che ne ricaverai? Predichi valori vuoti: amicizia, amore.. non dirmi che ti illudi di essere ascoltato da qualcuno! No, non con la tua intelligenza! Guardati attorno, e fammi sapere cosa vedi di positivo. Ti troverai ad avere a che fare con pregiudizi, omicidi, guerre combattute per un'inezia. È questa la realtà, vecchio mio. Credere davvero che le cose cambieranno è un'utopia! Gli stessi bambini giocano a spararsi l'un l'altro.."

Il suo interlocutore sorrise, quieto come un agnello che sa che il lupo non potrà mai fargli alcun male: "Ho fiducia nei bambini", si limitò a rispondere. "Loro mi ascoltano. E alcuni continuano a farlo anche da grandi."

L'eterno perdente non fu più in grado di trattenersi: si alzò in piedi di scatto, colpendo con forza il tavolo con entrambe le mani serrate in pugni di marmo. "Sciocchezze!!", gracchiò. Ribollente d'ira, si accorse che le carte non si erano minimamente mosse nonostante la potenza con cui aveva riversato la sua frustrazione sul mobile di legno. Ebbe la certezza che esse non sarebbero state spostate nemmeno da un uragano, semplicemente perché l'essere che continuava a guardarlo pacificamente desiderava che restassero esattamente così; tale consapevolezza non fece che aumentare la rabbia che lo dominava. Dovette tuttavia contenersi, poiché a nulla sarebbe valso tentare di attaccare direttamente il suo avversario: tutto ciò che avrebbe ottenuto sarebbe stata una nuova, bruciante sconfitta.

Così tornò a sedersi. Si lasciò cadere una sigaretta ancora accesa nella mano e la strinse nel pugno, immaginando che fosse la mano di lui e non la sua, immaginando di avergliela afferrata e di costringerlo a premere i palmi sulle braci ardenti. Ci fu dolore, ce ne fu molto, ma quasi non se ne accorse, perso com'era in quella sua fantasia perversa nella quale si prendeva una rivincita, destinata a restare per sempre soltanto un sogno. Non sarebbe mai riuscito ad avere la meglio, questo lo sapeva, e se anche avesse avuto realmente la possibilità di porre la pelle dell'altro a contatto con le fiamme, egli non si sarebbe fatto alcun male. Decise quindi di abbandonare ogni illusione per concentrarsi sulla partita.

Chiese all'avversario di mescolare nuovamente le carte, ottenendo l'inaspettato permesso di effettuare lui stesso questa operazione. Le maneggiò con cura e attenzione, dedicandovisi con la concentrazione che si riserverebbe ad una cerimonia d'importanza smisurata, quindi distribuì le dieci carte necessarie. Constatò senza stupore di avere tra le mani due donne e tre assi, il che non era né fortuito, né casuale, bensì dovuto ad un rapido ed esperto gioco di dita. Si concesse un ghigno di soddisfazione.

L'altro non ebbe nemmeno bisogno di guardare le carte; si limitò a pronunciare due parole che colpirono il perdente come una frustata in piena fronte: "Scala reale". Sempre sorridente, con le mani giunte sotto il mento, appariva come una quercia secolare, che niente e nessuno avrebbero mai potuto divellere.

Colui che, in un tempo remoto, l'aveva tradito gli rivolse uno sguardo al contempo furente e disperato, lo sguardo incredulo e fiero con cui un serpente dal veleno letale trafiggerebbe il leone, dopo essere stato ripetutamente ferito dal maestoso felino, manifestando per un'ultima volta, prima di morire, il proprio odio nei suoi confronti. Lucifero iniziò ad urlare di frustrazione e rancore, graffiandosi il volto le cui sembianze umane svanivano velocemente mostrando la sua vera, terrificante, maledetta immagine. Sotto di lui si spalancò un baratro oscuro, nel quale discese lentamente, avvolto dalle fiamme, senza smettere di gemere ed emettere striduli latrati.

Egli Si alzò in piedi, apparendo potente e glorioso come il giorno in cui era resuscitato. Una luce abbagliante venne irradiata nell'area circostante, luce che sembrò posarsi sull'erba, sugli alberi, sugli insetti e su ogni altra creatura si trovasse nei paraggi, rendendo i frutti che toccava più dolci del miele, generando farfalle tanto belle da costituire un limite invalicabile per qualunque pittore che desiderasse rappresentarle, dipingendo il grano di un giallo più rilucente di quello dell'oro e donando ai fiori i colori più tenui e delicati che si fossero mai visti.

Un'aura sfavillante lo accompagnò nella Sua ascesa nei Cieli; le nuvole si dissolsero mentre l'azzurro veniva attraversato da un bagliore limpido, misterioso e stupendo, avvolto da un alone confuso, come accade talvolta nei sogni più belli, destinati a svanire con il sorgere del Sole. Fu così ch'Egli fece ritorno nel Suo Regno, ricongiungendoSi col Padre nel più imponente, nel più vero esempio di eduzione.