Beck il mostro

di Letizia Giacopelli

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La stanzetta era silenziosa, totalmente immersa in una penombra spezzata dalle fettine orizzontali di luce lunare che filtravano dalla tapparella chiusa e dal brillante sorriso di Titti, la lucina notturna accesa di fianco al lettino dove un bimbo si svegliò all’improvviso.

L’orologio digitale, una scatoletta di dinamite sotto le zampe di Beep-Beep lo struzzo, diceva che erano le 12 e 10.

Mezzanotte e dieci.

Il bambino girò uno sguardo furtivo nella stanza, soffermandosi in un punto preciso.

L’orso Yoghi, anzi il suo peluche in formato gigante, che ricordava di aver messo a far la guardia a quell’angolo particolare, si era spostato.

Il traditore.

E così ora nell’angolo della sua cameretta rimasto scoperto, c’era…

“Mamma…” mormorò il bimbo dal suo lettino.

Un essere, una cosa… aveva due corte, molto corte, zampe dritte e sottili come grissini, sopra cui sporgeva una grossa palla che era la sua pancia, coperta da pelo nero ispido e pungente.

“Mamma.”

Sopra la pancia un’altra rotondità più piccola, che doveva essere la testa, in cui brillavano due occhi gialli e un paio di lunghissime zanne.

“Maaammaaaaa!!!”

Un attimo dopo comparve nella cameretta la rassicurante figura della mamma, che si sedette sul letto vicino al bambino.

“Marco! Sono qui, cosa succede?” chiese accarezzando la testa del bambino.

Oh, che bello…! Non c’è niente al mondo di più rassicurante e dolce della carezza di una mamma.

Marco si lasciò cullare per un attimo. “C’è un mostro, laggiù” disse poi indicando l’angolo della sua stanza.

La mamma sorrise “Tesoro, non c’è nulla! E i mostri non esistono, te l’ho già spiegato!” si alzò e avvicinatasi all’angolo indicato dal bambino, agitò le mani nel vuoto “Vedi, non c’è nulla.”

“No, adesso, non c’è più. Ma c’era un mostro orribile, prima.”

La mamma tornò accanto a Marco “Tesoro, non devi aver paura di una cosa che neanche esiste, perché non ti può toccare e non ti può fare male.”  gli rivelò “Su ora torna a dormire, domani devi alzarti presto per andare all’asilo!”

Gli rimboccò le coperte, gli diede un bel bacio sulla fronte e uscì dalla stanza proprio mentre il bimbo si riaddormentava rasserenato.

La notte seguente Marco si svegliò di nuovo.

Si strofinò gli occhi sonnacchiosi, si voltò sul fianco e stava già per riaddormentarsi, quando dal fondo della sua cameretta giunse un sospiro.

E subito Marco fu perfettamente sveglio.

Sbirciò l’angolo buio e intravide la mostruosa figura.

Era immobile nel suo angolo, la grossa pancia ricoperta di pelo irto come quello di un porcospino, gli occhioni gialli che lo fissavano….

Marco strinse gli occhi e si tirò le coperte fin sul naso per non doverlo vedere.

Provò a concentrarsi perché si riaddormentasse, ma non riusciva a riprendere sonno, e laggiù nell’angolo, il mostro continuava a fissarlo e sospirare.

Capendo che non sarebbe andato via, Marco tirò giù le coperte e si alzò a sedere sul letto “Tu non esisti!” disse al mostro “La mamma dice che i mostri non esistono, quindi tu non sei vero!” e si ributtò all’indietro nel letto, questa volta tirandosi le coperte oltre la testolina bionda.

Attese per lunghissimi istanti, poi non riuscendo più a sopportare il caldo soffocante, riemerse da sotto le lenzuola e sbirciò l’angolo buio.

Niente da fare.

Il mostro era ancora lì.

Lo fissava e sospirava sempre, come se avesse qualche problema a respirare.

Anche Marco sospirò e preso dallo sconforto, e anche un po’ dalla paura, due grosse lacrime scivolarono giù dai suoi occhi.

“Mamma….” mormorò dal suo lettino e nella mente risentì la sua voce dolce ‘Non esistono i mostri, Marco! Abbi coraggio, non ti può far del male una cosa che non esiste!’

“Lo so, io, che i mostri non esistono” sussurrò ancora Marco ad alta voce “Ma loro non lo sanno!”

Fu così che capì.

E se il mostro non sapeva di non esistere? Lui era lì, nell’angolo buio, ma forse non sapeva che non poteva esistere.

Marco tornò ad alzarsi a sedere sul letto e questa volta scrutò nel buio senza più paura.

Scese dal lettino e senza infilare le ciabattine si diresse scalzo verso il mostro. Si fermò però ad una certa distanza di sicurezza.

Non si può mai sapere.

“Ehi, tu!” lo apostrofò “Lo sai che non sei vero?”

Il mostro sospirò, ma non si mosse.

Era proprio brutto, pensò Marco. Tutto nero tranne che per gli occhi grossi e le zanne lunghe, di un’orribile sfumatura di giallo sporco. Quanto tempo era che non si lavava i denti?

E il pelo? La sua pancia era un enorme pallone tutto nero ricoperto di punte, irritanti come quelle di un porcospino. Come faceva la sua mamma ad abbracciarlo senza farsi male?

“Come ti chiami?” gli chiese piano Marco.

Solo un sospiro, sempre più angosciante, da parte del mostro.

“Bè, sei così brut…” Marco si interruppe e si corresse “Nero. Sei così nero che ti chiamerò Beck.” si sedette a terra incrociando le gambe come un indiano “All’asilo la maestra ci sta insegnano i colori inglesi… e ha detto che nero si dice Beck, perciò ti chiamerò così!”

Il mostro avanzò di un passetto e anche lui si sedette in terra, facendo scomparire le sue corte gambe sotto la grossa pancia pelosa.

“E’ un bel nome quello che mi hai dato!” brontolò il mostro.

“Lo sai che non esisti?” gli ricordò Marco “Nella realtà tu non sei vero! Lo ha detto la mia mamma!” aggiunse.

“E perché tu mi vedi?” si informò Beck.

“Oh, non lo so!” Marco scosse la testa “Forse proprio perché non lo sapevi, e allora qualcuno doveva avvisarti!” annuì facendo un bel sorriso compiaciuto.

Beck rimase in silenzio a riflettere.

Marco sbadigliò “Io ho sonno…” mormorò strofinandosi gli occhi “Vai via, così io posso dormire.”

Beck si alzò in piedi.

“Ciao.” lo salutò Marco tornando nel letto.

Il mostro lo seguì e lo guardò infilarsi sotto le coperte “Ma io cosa faccio?”

“Devi tornare nel tuo mondo.” gli rispose Marco “In questo mondo tu non esisti. Torna dalla tua mamma, magari ti sta aspettando.” ancora una volta si chiese come si potesse coccolare Beck senza farsi male, ma era troppo assonnato per intrattenere una conversazione con il mostro.

Beck ritornò nel suo angolino buio “Allora ciao. Non tornerò più…”

“Ciao Beck, buonanotte.” Marco guardò l’orologio sul comodino, erano le 12 e 27, poi chiuse gli occhi.

Li tenne chiusi per lunghissimi istanti e quando li riaprì la cassetta di dinamite su cui stava in piedi Beep-Beep segnava le 12 e 28.

Sbirciò nell’angolo.

Adesso però il mostro non c’era più.

Marco sospirò e sorrise. ‘Sono proprio stupidi questi mostri che non sanno neanche di non esistere’ pensò e un attimo dopo dormiva profondamente.