Il buio

di Sergio Mario Faletti

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La vita e la morte sono una cosa sola. Sono una cosa indissolubile.Non può esistere l’una senza l’altra.L’una da la vita all’altra.L’una da la morte all’altra.Si nasce dal buio e si muore in lui.E io in questo buio posso solo ricordare gli avvenimenti che si sono succeduti negli ultimi giorni.Giorni.Settimane?Non lo so.Ho ancora pochi attimi di lucidità.E benché mi trovi qui ora, invece di lasciarmi sopraffare dalla pazzia, mi sento circondato da un alone di pace.Avessi il mio diario con me avrei lasciato questo scritto.Uno scritto come tanti ne ho proposti durante la mia carriera.Alcuni mi chiamavano scribacchino, altri un professionista della penna.So solo che il mio lavoro era scrivere.Fin dall’infanzia la passione mi avvolse con il suo incitante richiamo.Già all’età di sette anni trascorrevo le mie giornate a leggere e scrivere.Mio padre aveva nella sua biblioteca una miriade di libri d’ogni genere.Ma io rimasi colpito da un solo autore.Il suo nome: Howard Phillips Lovecraft.D’accordo, forse non era la più adatta delle letture per un bambino di quell’età, ma c’era qualcosa in ciò che scriveva.Qualcosa che mi colpì.Il suo modo di scrivere, il fascino delle sue descrizioni.Alcune frasi o parole erano troppo complicate per me, ma alla fine riuscivo a comprendere il significato del racconto.Leggevo, leggevo e leggevo ancora.Ogni momento libero lo sfruttavo per leggere.E l’anno dopo iniziai a scrivere.Ma non voglio divagare raccontando tutta la mia storia.Salterò la parte riguardante la scuola di giornalismo e i miei innamoramenti e giungerò là dove questa storia ha avuto inizio.Il giorno in cui il mio direttore James Sheldon mi assegnò un incarico.L’incarico che sarebbe stato l’ultimo della mia vita.Anche se allora non lo sapevo ancora.Era una fresca giornata d’aprile.Il sole era caldo, ma un forte vento soffiava dal nord.Ed era pungente.M’incamminai verso la periferia della città.Alla fine di Main Street le ultime case si facevano sempre più rarefatte.E più diminuivano le case, più aumentavano le zone verdi.Mi ritrovai in pochi minuti nel bosco di Dexter.Chiamato così perché uno dei primi abitanti della città, Michel Dexter decise, circa due secoli fa, di piantare varie specie d’alberi.E in questo secolo, il bosco è l’orgoglio della città di Switcham.I rami degli alberi sono talmente fitti da non lasciare passare completamente i raggi del sole.E la sera questo luogo, con la poca luce lunare che filtra assume un’atmosfera magica, quasi irreale. Per raggiungere il luogo dove il mio direttore mi aveva mandato dovevo attraversare il bosco.Impiegai più del previsto e le ombre della sera stavano già per calare.Accidenti a me e alla mia brutta abitudine di  prendermela sempre comoda.Ormai i giochi erano fatti.Non potevo certo tornare indietro.E la zona popolata più vicina era a quattro miglia da lì.L’unico posto che potevo raggiungere era l’abitazione della signora Darwer.La protagonista dell’articolo che il mio direttore mi aveva chiesto di fare.La signora Darwer viveva isolata, ai margini del bosco da ventidue anni.Aveva ormai raggiunto l’invidiabile età di ottantaquattro anni, ma era assolutamente autonoma.Nessun parente o amico le faceva visita ormai da anni, poiché si affermava che dopo la morte della figlia la donna avesse rinnegato qualsiasi contatto con altri esseri umani.Queste erano voci che circolavano al giornale.Ma il mio capo voleva l’esclusiva per un’altra cosa: la confessione della donna.Lui n’era certo: lei aveva assassinato la figlia sia chiaro.Questa era una sua ipotesi e non potevo certo entrare la dentro e accusarla,ma l’idea era di lasciarla parlare,sperando che si lasciasse andare rivelando inconsapevolmente qualche sconosciuto particolare.Il caso era ormai chiuso da tre anni e la polizia non aveva trovato l’assassino,e non vi era neppure un movente.Una morte misteriosa.Il cadavere della ragazza non era stato ritrovato.E lei ne aveva denunciato la scomparsa dopo un giorno di assenza.Oltrepassato l’ultimo tratto di alberi mi trovai di fronte alla casa della signora Darwer.Era pressoché una catapecchia.Fatta di legno.Sul lato destro si trovava una catasta di legna e poco più lontano un vecchio pozzo chiuso.Rabbrividii all’idea che la ragazza potesse essere stata affogata. Non c’erano animali domestici intorno alla casa.Mi sarei aspettato qualche gallina razzolare o un cane che abbaiasse alla mia presenza ma niente di tutto ciò.Mi avvicinai mentre il sole era quasi tramontato del tutto e conferiva alla casa un aspetto terrificante:l’ombra lunghissima si perdeva oltre gli alberi di cipresso che si ergevano sul retro della casa.Una  folata di vento mi convinse ad avvicinarmi e bussare alla porta.Avevo la pelle d’oca.e non era per il freddo.La porta si spalancò immediatamente,quasi fossi atteso.Mi si presentò davanti un’anziana donna,ingobbita e con un grembiule nero.

“Cosa volete?”mi chiese a bruciapelo.La sua voce era gracchiante.E il suo alito sapeva di aglio e tabacco.

“Sono un giornalista.Vorrei porle qualche domanda…”

“Giornalisti…che genere di domande…..”

“So che per lei può essere triste,ma vorrei parlare di sua figlia…”

“Mia figlia è morta.”

“Lo so ma vorrei che mi aiutasse a ripercorrere i suoi ultimi giorni di vita…”

Una nuova folata di vento mi scarmigliò i capelli.Fu come se una grossa mano mi avesse spinto da dietro.Mi ritrovai dentro la casa.La donna sorrise e mi guardò di sottecchi.La  stanza era semi buia.E l’odore di chiuso si mischiava con quello della legna bruciata sul camino.La stanza era spoglia.Il pavimento scuro e unto.

“Ordunque…le domande che volevate pormi,signor…”

“Quinn,Thomas Quinn..”

“Bene,signor Thomas Quinn.Sedetevi al tavolo….”

“Grazie.Dunque.Io non voglio disturbare il ricordo di sua figlia ma….”

“Non usate un taccuino signor Quinn?”

“Un taccuino?Oh certo.Ecco qua…”

Ero agitato.La sua presenza era inquietante e non vedevo l’ora di andarmene da lì.Non mi toglieva quello sguardo da dosso.Era come se cercasse di penetrare dentro la mia mente.

“Vediamo.Sua figlia scomparve una notte di febbraio.Non aveva mai dato segni di volersene andare di casa o che non si sentisse prorpio a suo agio qui?”

“Mia figlia stava bene con me.E non se n’è mai andata.Lei è ancora qui.”

“Capisco come possa essere doloroso per lei ricordare ciò che ha passato…”

“Doloroso…Voi non avete mai perso nessuno signor Quinn?”

“I miei genitori…”

“E non pensa che siano ancora con lei?”

“A volte me lo chiedo….”

“Mia figlia mi voleva bene.E’ morta.Chiuso l’argomento…La polizia ha svolto le indagini e non ha scoperto nulla.Che cosa vorreste scoprire voi…?”

“Io…”

La donna si alzò e mi indicò una porta.

“Venite…”

Mi alzai.Non avevo idea di dove avesse intenzione di portarmi, ma ero incuriosito.La seguii.Aprì la porta.La stanzetta era vuota e quasi completamente al buio.Le pareti scure.La finestra murata.Superai la soglia e la porta si richiuse alle mie spalle.Provai un sussulto al cuore.Dopotutto era solo il vento.Che altro poteva essere?La donna si diresse verso un angolo buio.Udii lo sfrigolio di un fiammifero, una candela illuminò l’angolo.C’era una cassa di legno.Aveva le dimensioni di una bara.Capìì pochi secondi dopo che si trattava realmente di una bara.

“Signor Quinn…le presento mia figlia…”

Spalancò la bara.Un odore di carne putrefatta mi artigliò il naso.Ebbi un conato di vomito, ma mi obbligai a guardare dentro.Il corpo era decomposto.Vermi e strani scarafaggi neri brulicavano da ogni dove.Ero inorridito.Dovevo uscire da lì ed avvisare la polizia.Ma ero paralizzato dalla paura.E una domanda si insinuò nella mia mente.Perché mi aveva mostrato tutto ciò?In quel modo si era resa colpevole.Le sue parole mi riportarono alla realtà.

“Ora lo sapete, signor Quinn.Mia figlia è sempre stata qui.E ora vorrete scriverlo nel vostro articolo, no?Il vostro direttore sarebbe certamente contento di darle una promozione….”

“I..io…io….”Non riuscivo a parlare.

“Cosa c’è che non va?Siete stato turbato da ciò che vi ho mostrato?Non vi preocupate.Mia figlia sta bene lì dentro.E’ solo questione d’abitudine.Ve ne renderete conto anche voi..”.

Non riuscivo a capire cosa intendesse dire con quelle parole.So solo che l’ultima cosa che vidi era una seconda bara.E le sue mani artigliate che mi trascinavano dentro.Sentivo il battere sordo del martello che uno dopo l’altro infilava i chiodi nel legno.Non riuscivo a muovermi talmente la bara mi stringeva addosso.So che mi ha trascinato fuori.Non so dove abbia preso la forza per issarmi e calarmi da qualche parte.Sento frescura.Terra bagnata.Dio del cielo.Solo ora mi rendo conto dove veramente mi trovo. Ero certo di essere accanto alla figlia   nella stanzetta dalla finestra murata.E invece mi ha sepolto.E per quanti sforzi faccia non riuscirò a farmi sentire ne’a liberarmi.Mi rendo conto del significato di vita e di morte.La vita e la morte sono una cosa sola.Indissolubile.

Fine