Amelia

di Roberto Estavio

Al contrario di quello che avviene in tutte le città della regione, nella maggioranza dei comuni e in quasi tutte  le  contrade del paese, Amelia si alza in silenzio, senza il chiasso di cicalini radio e ora anche di televisioni.

La casa è simile ad un cubo da socialismo reale, se ve ne  fossero altre di simili non sarebbe azzardato pensare il posto come una odierna periferia moscovita.

E’ circondata da piccoli muretti costruiti in mattone e da un’incipiente gramigna che le sue mani faticano ad estirpare. Ultimamente si è armata di un paio di forbici ma i risultati sono scarsi.

Due ballatoi confinati nella zona ovest fanno sì che una discreta schiera di passeri, pettirossi e anche qualche civetta si azzuffino di giorno  o si mettano a strillare e gracchiare di notte.

Un rumore leggero ma fastidioso che ha portato qualche vicino a vincere la ritrosia di un buon letto caldo e a lanciare uova e bottiglie nel cuore più nero della notte, che a questo punto non  sembrava più tale.

La cucina dispone di un tavolo abbastanza solido da reggersi su tre gambe;  la quarta è volata sulla balaustra e poi rotolando sul corrimano e declinata sul cortile infrangendo il vetro della macchina dell’inquilino.

Il quasi sempre calmo e compassato omuncolo aveva però saggiamente  deciso di non restituire l’arnese preferendo di gran lunga infilarlo nella sua stufa.

Sul tavolo si accatastano, oltre al cibo presente in parca quantità,  pantaloni con l’orlo da risistemare, aghi “rusini”, calze spaiate, “traerse” bucate, tovaglioli umidi, mutande  rigorosamente da lavare, minuscoli residui organici di varia natura.

Non ama lavare i piatti, sovente si ritrovano pentole volate via.

Ultimamente alterna un mutismo prolungato ad un borbottio dai tratti decisamente jazz.

Ogni mattina Giovanni la và a trovare.

Un rumore improvviso, seguito da un leggero sfrigolio di cancelli dal ferro sottile e dalla consistenza evanescente, segnala che qualcuno è entrato.

Uccelli e allodole non possono essere, pensa tra sé Amelia, men che meno scarafaggi e cimici.

La spazzatura si muove, raffiche di vento un pochino agitato.

Giovanni passa con un’andatura lievemente zoppicante, saluta con un sorriso lungimirante.

Lei lo ospita in salotto e gli offre il vino peggiore.

Lui si diverte a prenderla in giro fino a quando lei non reagisce con scatti di improvvisa aggressività e lo caccia fuori.

E allora scivola nell’abulia forse necessaria a sopportare un carico di anni tanto pesante.

Il tempo non è più quello presente, le azioni non sono più un concatenarsi di cause ed effetti.

Ogni tanto  però i suoi occhi verdi diventato vitrei e trasparenti: allora si rende conto che il suo mondo è troppo opaco di giorno e troppo movimentato di notte .

Roberto Estavio