Conte di Montepipolo

di Giuseppe Costantino Budetta

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Si vantava di grandi rendite e guadagni senza aver mai mosso un dito. Il titolo di conte ereditato gli ebbe aperto le porte dell’aristocrazia e a diciotto anni ebbe in regalo l’ultimo prototipo di Ferrari. Negli schemi mentali del conte c’erano: scintillio di ori, argenti ed altri metalli preziosi, levigatezze di marmi, i diamanti, diaspri, smalti, ebani, avori, lacche, cristalli di rocca, soldi, le fuoriserie, i vestiti griffati e le donne, tante e le più belle. Sfoggiava la chioma bionda al vento come l’ultimo vichingo, riemerso nel presente grazie alla vetero politica ed ai revival EDU di storia antica. Fulminante carriera ai vertici del management, come l’accelerazione in tre secondi da uno a cento di un prototipo di lusso. Ascesa favorita dalla unanime feeling ammessa da dame-VIP, maritate e non. Tutte usate come scalini per ascendere sempre più in alto nella scala sociale. Dicevano che fosse uno snob e lo era. Negli anni Settanta era stato il pupillo degli Agnelli e della Torino bene, progressista e passatista. Godeva le grazie di nobili stabilizzati nel ruolo e dei Savoia esiliati. Di nobile aveva titolo e casato ovunque sbandierato: Conte Luca Cazzero di Montepipolo. Olè.

I più della italica stirpe o lo ignoravano, nel senso che non sapevano chi fosse, oppure lo disprezzavano come uno che ha guadagnato molto senza fare un cazzo. Molti cominciarono ad averlo sulle palle quando si lasciò intervistare scagliandosi con foga contro la pubblica amministrazione. Ci aveva preso il gusto. Sfoggiando arie da bohemien si sfogava nelle conferenze di politica e di economia. Vataliava simile ad un duce che dichiari guerra:

“Occorre migliorare la produttività. Si lavori sodo, si lavori serio. Combattere l’assenteismo.”

A volte sembrava un medico che dà la cura esatta:

“Con la eliminazione del solo assenteismo nella P.a. lo Stato risparmierebbe 14, dico quattordici miliardi di euro, in un anno.”

Alla Ottava Conferenza di Confindustria & Confartigianato, disse:

 “Impellente è abbattere la concorrenza dei cinesi che si affacciano alla grande scena internazionale anche gl’indiani. Come si fa? Si combatte la concorrenza lavorando sodo.”

Sotto sotto uno del cast disse al vicino:

“Il conte intende che si deve lavorare come gli rsquo;antica Roma.”

Il signor Di Carlo tecnico di VI livello presso il Dipartimento di Climatologia, in Via Mezzocannone numero tre - Facoltà di Scienze, Università di Napoli - ebbe intercettato nel TG della sera prima l’intervista al conte contro la P.A. (Pubblica amministrazione) e nella notte ci aveva rimuginato. Ne avrebbe parlato la mattina presto coi colleghi sottoposti, entrambi di V livello: il signor Caprese di Terzigno e Ferraro di Pozzuoli. Quello di Terzigno arrivava in sede prendendo la Circumvesuviana delle sette e dieci; il secondo ci arrivava allo stesso orario – più o meno – con la Cumana delle sette. I tre si riunivano in apposita saletta discorrendo di salari, di figli da sistemare e di presunti illeciti sul lavoro.    

    A cinque anni dalla pensione il sig. Di Carlo aveva preso l’abitudine di arrivare alle sette del mattino. Timbrava il cartellino, disinnescava il sistema di allarme del dipartimento, accendeva le luci in androne ed entrava in stanza. Tirava su la persiana, dava uno sguardo alla sottostante Via  Mezzocannone e si sedeva alla scrivania. La porta della stanza schermata per decisa volontà. Aveva il diritto alla privacy e la porta di vetro trasparente lo disturbava, in particolare se telefonava o dialogava con la signora Ortolana. Gli studenti che affollavano l’androne davanti a quelle ante schermate e serrate potevano rivolgersi altrove. Al sig. Di Carlo queste cose non interessavano, anzi lo indignavano. Da quando il direttore – pardon il Consiglio di Dipartimento – si era opposto alla sua richiesta di passaggio al VII livello, il sig. Di Carlo non alzava un dito. Gli avevano spiegato che le mansioni di VII livello spettavano ai laureati e lui era diplomato. Il sig. Di Carlo per alcuni giorni si era messo a controbattere in presenza del suo pubblico: i due tecnici di Terzigno e di Pozzuoli. Soleva dire con giusta indignazione:

“Forse che per le assunzioni alla Regione Lazio di persone con la terza media divenute in poco tempo dirigenti avevano tenuto conto della laurea? E quelle alla Regione Campania? Lo sapevano quanto guadagna un semplice impiegato regionale? Come minimo il doppio di quanto prendeva lui. Ed allora andassero tutti alla malora.”

   I due colleghi sottoposti di V livello acconsentivano, indignati a loro volta per il mancato passaggio nel VI e per i figli che non riuscivano ancora a lavorare.

   Quello di Terzigno diceva:
   “Colpa del direttore che non chiede nuovi posti. Potremmo sistemare qui i nostri figli.”
   Quello di Pozzuoli ribadiva:
   “Colpa di quelli che contano in Consiglio di Dipartimento. Chiedono solo posti di docente.”     

   Verso le sette e mezza i tre amici si trattenevano nella stanza dalle ante schermate dividendo la stessa stizza. La finestra del sig. Di Carlo dava su Via Mezzocannone, trafficata di studenti. All’altro marciapiede c’era la filiera di uffici per fotocopie, tesi di laurea, cancelleria e tabacchini.    Per la cronaca, Via Mezzocannone inizia più giù degl’Incurabili a livello di Piazza San Domenico Maggiore e scende ad arco fino ad incrociare Corso Umberto primo.
   Il dialogo tra i tre iniziato la mattina molto prima delle otto si prolungava per quasi un’ora. Dopo le otto e mezza arrivava la signora Ortolani che provvedeva per il caffé. Verso le nove, a cascata arrivavano gli altri tra cui il direttore. I due di V livello andavano per strada, o si attardavano coi gruppi sotto il porticato del chiostro interno dove la statua di Giordano Bruno campeggiava pensierosa. Quella mattina verso le sette e mezza i due di V livello erano già radunati intorno alla scrivania del Di Carlo che si era messo a leggere l’articolo sul giornale appositamente comprato. Il di Carlo a dire: 
 “Avete sentito ieri il telegiornale?”
Uno dei due di V livello a chiedere sospettoso:
“Che cosa? C’è uno sciopero della categoria?”
“Peggio.”
L’altro di V:
“Peggio di così.”
Il Di Carlo:
“Come non avete sentito quello che il conte di Montepipolo ha detto?”
Il Di Carlo mostrò ai due la testata del giornale con il titolo:
Montepipolo si scaglia contro l’assenteismo dei dipendenti pubblici.
Il V livello di Terzino con prontezza disse:
“Stronzo.”
Quello di Pozzuoli, disse più o meno la stessa cosa:
“Gli stronzi partono bene, inciampano e finiscono male.”
Ed il Di Carlo:
“Il concetto è: occorre combattere l’assenteismo. Ma l’analisi è superficiale e i rimedi dannosi.”
Uno del V:
“Come quei medici che curano male.”
Il Di Carlo disse:
“Occorre reagire.”
V di Pozzuoli:
“Come?”
Lo sboccato di Terzigno:
“Come il cazzo.”
I tre ci risero. Il Di Carlo disse:
“Domani il conte di Montepipolo verrà qui e farà un discorso agli industriali partenopei nel chiostro interno alla facoltà. Stanno già facendo i preparativi. Il palco sarà disposto sotto il basamento della statua di Giordano Bruno. Lo conferma anche il giornale di stamattina.”
Quello di Terzigno:
“Per questo motivo il direttore mi aveva detto che oggi avrei dovuto lavorare nel chiostro. Però non mi aveva spiegato perché. Aveva detto che dovevo piazzare delle sedie davanti alla statua di Giordano Bruno.” 
Di Carlo:
“E’ per la conferenza di domani. Ci sarà anche il rettore e l’establishment accademico. Ci sarà anche il Presidente Cassolino.”
“Bell’adunata di stronzi.”
“Appunto.”
Il Di Carlo spiegò il piano:
“Vi ricordate del film di De Filippo dove la gente del Rione Sanità prese a pernacchia un conte decaduto?”
I due sottoposti risero. Il Di Carlo spiegò:
“La cosa è seria. Si deve dare una lezione al conte di Montepipolo. Bisogna dequalificarlo, metterlo in ridicolo davanti a tutti. Occorre fargli una pernacchia fenomenale.”
“Domani quando viene a parlare?”
“Esatto. Ve lo immaginate? CONTE LUCA CAZZERO DI MONTEPIPOLO….PRUUUUU!
Una pernacchia sonora rimbombata nonché echeggiata per tutta l’università. Una pernacchia storica che il conte ricorderà per la restante vita.”
Il V di Terzigno ispirato disse:

CONTE CAZZO CAZZONE DI MONTECAZZO….PRUUUUU!”

Di Carlo: “Zitto. Vuoi farci scoprire? Dev’essere una sorpresa.”
Il puteolano:
 “Però bisogna trovare chi farà la pernacchia. Non tutti ne sono degni.”
Di Carlo esperto disse:
“Al momento il pernacchiaro più acclamato è don Ciro o’ cucuzzaro. Fa la pernacchia prolungata senza calo di pressione, forte sonorità e azzeccata timbratura. Somiglia, ma non troppo a quella di don Firmino deceduto di gastrite anni or sono. Voi non vi ricordate don Firmino. Era uno che lavorava in Presidenza. Impiegato di IV. Per una sua pernacchia contro il vice rettore non gli vollero mai dare il V livello.”
Il puteolano preoccupato:
 “Può capitare anche a noi se ci scoprono.”
Il VI (di livello) disse:
“Lasciate fare a me. Non ci sono rischi.”
I due di V ascoltavano a tutto orecchi. Il VI disse serio:
 “Però la più sonora, cupa e forte era quella di don Ciccillo dalle parti di Forcella. La sua pernacchia contro la mala sorte si sentiva fino ai vicoli della Duchesca. Cambiati i tempi, rimane questa di don Ciro o’ cucuzzaro che c’è la mette tutta anche se quelle di una volta erano un’altra cosa. Erano come a dire…più genuine. Pernacchie che nascevano dal cuore. La pernacchia per esempio di don Ciccillo di Forcella, rimasta insuperata per un secolo iniziava a come riferiscono, con una sottile nota quasi malinconica, tipo violino zigano.”
Il V di Terzigno ispirato canticchiò:
“Suona suona per me, oh violino zigano…”
Di Carlo aspettò che si facesse silenzio e disse:
“I diretti testimoni riferirono che questa pernacchia insuperata di don Ciccillo iniziava con sentimento, con delicatezza. Sembrava il rantolo piangente di bambina, oppure il borea tra le fessure dei balconi. La pernacchia si faceva tosta accrescendo di rumore. Era il muggito con malefico rigurgito di una vacca in lattazione o la tromba di una nave dentro il porto quando parte. Al massimo del fragore, come fracasso di tuono senza brontolio finale, la terribile pernacchia s’interrompeva di botto, come dovuto a classica pernacchia che non ammette prolungamento di gorgheggio e scialacquio canoro. È un tuono in ciel sereno che brontola in crescendo, scoppia e stordisce, azzittendosi all’istante. Il clamore lascia esterrefatti e resta impresso nel profondo dei precordi. Adesso ci voleva don Ciccillo o’ friariello conclamato pernacchiaro di Forcella che morì all’ospedale dei Pellegrini con finale pernacchia: pernacchia di commiato. Adesso rimane solo don Ciro che ha il labbro grosso e moscio come vi ricordate? Sofia Loren di una volta, quando era ventenne e bona.”
Quello di Pozzuoli disse:
“E’ mia paesana. A Pozzuoli molte donne hanno succose labbra.”
Il V di Terzigno disse:
“Si deve convincere don Ciro a venire domani.”
Il VI disse:
“Lo chiamo io per telefono. A me non dice di no. Gli raccomando la nipote per gli esami. Se vuole soldi, si fa un po’ di colletta. Voi ci state?”
I due del V uno dietro l’altro dissero:
“Dipende quanto vuole.”
“Penso una quarantina di euro, se vuole di più lo mandiamo a farsi sfottere.”
Il puteolano:
“Posso dare dieci euro, non di più.”
Idem disse il V di Terzigno.
Il VI sospirando disse:
“Vuole dire che caccerò io venti euro. Il piano è questo. Farò arrivare il pernacchiaro di don Ciro verso le ore otto. Lo faremo entrare qui in dipartimento e lo accompagneremo in chiostro dove verso le 9,30 arriverà il conte con il seguito: il Presidente della Regione, il retttore, pro rettore, lecchini e sciacquini vari. Don Ciro siederà per ultimo. Quando il conte si alzerà per declamare, don Ciro dirà: conte Luca Cazzero di Montepipolo. Il conte alzerà lo sguardo e don Ciro gli farà la storica pernacchia. Poi andrà via subito evitando quelli della sicurezza. Voi due però sarete qui per le sette e mezza, domani mattina. Se non venite in orario non si farà niente. Uno del V disse:
“Una occasione così capita una sola volta nella vita.”
L’altro V confermò. Di Carlo disse:
“Adesso telefono a don Ciro per domani mattina. Ho con me il numero di casa e il telefonino. Zio Gennaro che abita da quelle parti lo conosce e mi ha passato i numeri.”
Dopo un po’ don Ciro rispose dall’altro capo. Di Carlo disse:
“Allora don Ciro è per domani mattina alla 9,30. Però dovreste venire un po’ prima. Facciamo per le otto e mezza. E’ per il posto. Dovreste sedere tra gli ultimi in modo da ripararvi la ritirata dopo la pernacchia. Come dite? Quanto?”
Il Di Carlo senza riattaccare chiese ai due del V:
“Dice che vuole cinquanta euro. Meno di tanto non si muove.”
I due di V dissero che massimo cacciavano dieci euro ciascuno. Il Di Carlo ci pensò, imprecò, poi parlò di nuovo per telefono:
“Don Ciro, potete venire. Ci vediamo domani mattina alle otto e mezza da me. Via Mezzocannone 45, Dipartimento di Climatologia. Ci starò io davanti alla porta ad aspettavi. Io sono il signor Di Carlo. Arrivederci.”
   Riattaccando il Di Carlo disse:
“Vabbé, vuole dire che ci metto io i restanti trenta euro. Però domani mattina venite presto. Parola?”
I due del V alzarono la mano facendo intendere di sì. La mattina dopo i tre fecero la colletta e quando don Ciro o’ cucuzzaro arrivò, gli diedero i cinquanta euro pattuiti. Don Ciro disse:
“Appena il conte comincia a parlare io dico ad alta voce: CONTE LUCA CAZZERO DI MONTEPIPOLO…aspetto un po’ e poi faccio la pernacchia. Ho con me, vedete? Il megafono portatile. Farò più chiasso e tutti mi sentiranno.”
Il Di Carlo disse:
   “Adesso don Ciro andate a prendere posto nel chiostro. Si raduna già gente e finisce che non potete sedervi. I miei colleghi vi accompagnano.”

   Rimasto solo il Di Carlo stette dietro alla finestra per vedere quando la macchina imbandierata del conte, del Presidente di regione, del rettore e il seguito sarebbero entrati per il sottostante portone onde parcheggiare più in là, all’imbocco del chiostro. Di Carlo pensò:
   Solo una pernacchia fenomenale potrà aggiustare le cose in breve. Speriamo che don Ciro o’ cucuzzaro ne è all’altezza. Con il megafono non ci sarebbero problemi. Però se fa cilecca tutti rideranno di don Ciro e non del conte.
   Era arrivata la signora Ortolana anche lei vestita elegante. Il dipartimento era deserto perché tutti stavano nel chiostro. Fecero il caffè e lo sorbirono in due, lui e la Ortolana che disse:
“Quando comincia il comizio?”
“Dopo le nove. Tra poco ci andiamo.”
“Solo parole.”
“Questa gente solo parole sa dire. I fatti li fanno gli altri. I fatti li fanno i politici d’accordo coi ricchi. A noi non ci pensa nessuno.”
“E che ci vengono a fare qui? Vengono a prenderci in giro?”
“Esatto.”
“Fanno finta di parlare di cose serie, ma già hanno deciso.”
“Esatto.” 
   Verso le nove, tre macchine blu scuro con le bandierine dell’Italia e dell’Europa davanti al muso penetrarono in androne. Il chiostro gremito di gente con davanti l’oblungo palco per le Autorità. Dopo la prolusione del sindaco, il saluto del rettore e del Presidente della Regione, avrebbe parlato lui. Qui sarebbe dovuto intervenire don Ciro o’ cucuzzaro e la storica pernacchia. In fondo a tutti c’era una cinquantina di studenti della sinistra estrema in piedi e con striscioni di protesta. Contestavano in particolare contro il conte, la Confindustria  i politici ed il rettore.

   Per la prolusione aveva parlato il sindaco e il rettore. Entrambi fischiati con prontezza dagli studenti con gli striscioni in fondo a tutti. Il discorso del conte di Montepipolo cominciò che erano quasi le dieci. La sindaca aveva fatto un vero comizio parlando del lavoro che a Napoli mancava, dei problemi centenari della città e di camorra. Idem il Presidente di Regione. Il rettore aveva espresso i problemi dell’università partenopea e le convenzioni tra università e regione. Adesso si era levato il conte ed aveva cominciato a proferire ad alta voce:
“Signori? Vogliamo uscire dalla crisi? Vi dico che ci vuole. Ci vuole una società ad hoc. Ci vuole una società ammansita ed ubbidiente. Di qua i nobili di rango e di casta, di là i lavoratori…”
   Il Di Carlo guardò in faccia don Ciro seduto negli ultimi scranni che non si decideva ad alzarsi. Ci fu una breve pausa e fu allora che don Ciro agì. In piedi e col megafono disse:  

CONTE LUCA CAZZERO DI MONTEPIPOLO….

   I più si girarono verso don Ciro. Il conte si era interrotto guardandosi attorno senza capire. Scoppiò in tutta la sua ampiezza distruttiva la storica pernacchia:

PRUUUUU!

  Una pernacchia assordante rimbombata dall’edificio. Di Carlo si portò la mano davanti alla faccia dicendo compiaciuto:
“Mamma mia, che pernacchia! Mamma del Carmine, che pernacchia fenomenale!”
   La signora Ortolani accanto a lui si era flessa dalle risate e per poco non cadeva dalla sedia. Smarrimento, indignazione e disgusto tra gli onorevoli del palco. Grandi risate tra il pubblico. Il gruppo di universitari con gli striscioni non aspettò altro. Infervorati ed incoraggiati dalla pernacchia i giovani extra ebbero la prontezza di pensare ad un prolungamento post pernacchia. Dissero in improvvisato coro:

“A soreta
 A mammeta
 A ziete
 E a tutti i muort scamazzati e’ chi tè muort. “

   Le ragazze dei collettivi si denudarono il seno facendo linguacce; altre alzarono rivoluzionario pugno. Furono le ragazze, più indiavolate dei maschi a riattaccare con le varianti del caso. Tutte a gridare all’allibito conte:

  “ ILLUSTRISSIMA ECCELLENTISSIMA ATQUE SUAVISSIMA LATRINA,
SUA MAESTA’ IL CONTE LUCA CAZZONE DI MONTEPIPOLO
CHE GLIELO METTE IN CULO AL POPOLO
SI PRENDA CON DOLCEZZA
LA PRESENTE SOAVISSIMA PERNACCHIA:
PRUUUUUU!”

   Il palco si sgombrò, così il pubblico. Giornalisti e fotografi disorientati. Non si sapeva se ridere o andare via di soppiatto. Prevalse il fuggi fuggi generale. La pernacchia di don Ciro aveva stravolto tutto, neanche fosse un attentato. Gli oratori se la svignarono raggiungendo le macchine di rappresentanza parcheggiate sotto il porticato. La conferenza fallita a furor di popolo.

   POST SCRIPTUM. Solo un mese dopo lo ammisero al Di Carlo. I due del V ottime mano leste approfittando del trambusto avevano fregato i portafogli al rettore ed al conte. Per la precisione, il puteolano s’era trovato faccia a faccia il conte che stravolto cercava l’uscita e quello di Pozzuoli il rettore anche lui interdetto. Non si erano lasciati sprecare l’occasione. Avevano messo la mano moscia nei taschini interni delle giacche prelevandone i portafogli. Avevano lautamente rimediato alla colletta in favore di don Ciro o’ cucuzzaro conclamato pernacchiaro, in Duchesca.

 

F I N E


Giuseppe Costantino Budetta