L'angelo della Tanzania

di Silvia Federzoni

Stella se ne stava seduta su una sedia a sdraio in riva al mare.

Ogni tanto un'onda bagnava i suoi piedi e lei  ne godeva il massaggio e la  freschezza.

Era quasi il tramonto e  le cabine, gli ombrelloni chiusi e gli sdrai si tingevano dei suoi colori.

Un gruppo di ragazzi accanto a lei radunava asciugamani e borse e se ne andava, probabilmente verso un campeggio o una piccola pensione, comunque sicuramente verso una doccia, visto che avevano appena finito di rotolarsi, ancora bagnati, sulla sabbia.

La spiaggia, ormai inanimata e silenziosa, lasciava ancor piu’ spazio a Stella per ricordare…               

Era la fine di  maggio, il suo ultimo giorno di lavoro presso quel piccolo ospedale di provincia al quale stava dando  tanto come infermiera, ma che ora, aveva deciso  di lasciare, seppur a  malincuore, e di realizzare il sogno della sua vita.

In quella città, aveva molti amici, ma non legami talmente forti e vincolanti da non poter partire.

Stella era pronta per la sua missione; stava arrivando un angelo in Tanzania.

Quella infatti era la sua destinazione.

"Quanto tempo starai là?" chiese Serena, la sua vicina di casa e amica.

" Sei mesi circa, il tempo di ambientarmi, fare qualcosa di buono e rientro"

"Per sempre?"

"Chi può dirlo, Serena, non so proprio cosa trovero'. Comunque la mia casa è qua e qua c'è il mio mare, potrei mai abbandonarlo?"

"Va bene, ma quando tornerai promettimi che penserai piu’ a te stessa."

"Non faccio promesse sulla mia vita, ma ci penserò"

Serena, con le lacrime agli occhi aiuto' Stella a portare le valige e attese che l'amica salisse sull'aereo.

All'arrivo una Jeep l'accompagno' al villaggio, un gruppo di ragazzini corse incontro all'auto e fu lì che Stella vide per la prima volta il piccolo Kaleb. I loro sguardi di incontrarono per alcuni secondi; Stella era frastornata dal caldo, dalla polvere, dalle grida dei bambini, ma dopo aver distolto lo sguardo da quell'angioletto nero, si rivolse ai ragazzi:

 "Ciao, io sono Stella".

"Ci hai portato da mangiare?"

"Sì, anche, ma in queste borse non ci stava altro che una decina di queste pagnotte. Sono un'infermiera e sono venuta qui per aiutare le persone ammalate, per conoscere il vostro paese e …"

Non fece in tempo a finire la frase che i ragazzini le furono addosso, frugando nelle borse in cerca del pane.

"Un pezzo per ognuno di voi!, dividetevelo!"

Quando tutti se ne furono andati, saltellando a piedi scalzi, con il loro pezzo di pane in mano, Stella sentì qualcosa appigliarsi alla sua gonna:

"E tu chi sei?"

"Io Kaleb"

"Tu non hai preso del pane, tieni questo pezzetto".

Scosse ripetutamente la testa facendole capire che non era quello che voleva da lei, infatti, la fece risedere sul sedile della Jeep, le ando' in braccio, le accarezzo' una guancia e pronuncio' alcune parole apparentemente incomprensibili. Stella si rivolse al suo

accompagnatore:

 "Cosa ha detto?"

"Dice che sei strana, ma gli piaci"

"Anche tu mi piaci" gli rispose, "mi accompagneresti al mio alloggio?"

Kaleb, le prese la mano e fiero del suo nuovo incarico l'accompagno' presso un edificio somigliante piu' a una vecchia caserma che ad un ospedale.

"Grazie" gli sorrise Stella; "ora vai a giocare, mi sistemo e dopo ci rivedremo, sei d'accordo?"

Il piccolo le rivolse un gran sorriso e torno' in direzione dei ragazzi. Stella entro' timidamente, una donna bianca con il camice le fece vedere dove poteva sistemare le sue cose e dove sarebbe alloggiata in quel periodo.

Solo pochi giorni erano trascorsi dal suo arrivo e Stella aveva già visto e toccato con mano la realta' di quel paese, saturo di poverta',  malattie e fame.

C'erano notti in cui non si dormiva, troppi casi di AIDS e malaria, che affliggevano adulti e bambini. Nelle ore di riposo Stella comunque lavorava, decine di lettere partirono a suoi conoscenti per coinvolgerli nelle adozioni a distanza o nel sostegno a distanza degli studenti tramite borse di studio.

La sua permanenza duro' inizialmente solo sei mesi, poi Stella tornava a casa per qualche settimana e ripartiva per un periodo sempre piu' lungo.

Era bello, ogni volta scoprire che qualche progresso era stato fatto: vide i ragazzi che avevano ricevuto sostegni per lo studio, riscattarsi da una situazione di povertà frequentando scuole professionali  e specializzarsi in qualche attivita' affermandosi nel villaggio.

E Kaleb, il dolcissimo Kaleb, orfano come tanti altri, le si era affezionato morbosamente.

Per il suo quarto compleanno Stella gli aveva cucito un pallone imbottito di paglia, pallone che avevano ridotto all'osso negli anni a venire a forza di giocare.

Naturalmente l'aveva subito adottato ed era riuscita a farlo studiare, a lui piaceva e ogni sera al tramonto correva nella stanza di Stella ad informarla dei progressi, a rivelarle i suoi sogni, e a chiederle consigli. Voleva diventare un dottore.

Stella ricordava le risate quando Kaleb salì per la prima volta al posto di guida della Jeep, per imparare a guidare:  stava al suo fianco e pareva che tutte le dune fossero loro, urlava e rideva facendo lo slalom tra capanne e baobab.

"Mi si spaccheranno le ossa del bacino a venire in auto con te! Ormai comincio a essere vecchia, mi farai morire di crepacuore!"

Kaleb per fortuna, seppur magrissimo, era sano, un bel ragazzo alto con grandi occhi che parevano illuminarsi quando era felice, e con Stella lo era sempre.

I suoi occhi però si trasformarono in due tunnel oscuri quando Stella lo informo'

che per lei era il momento di tornare, che ormai i suoi anni cominciavano a pesarle e doveva rientrare per organizzare e prepararsi alla sua vecchiaia.  Vecchiaia in solitudine purtroppo, ma questa era stata una sua scelta, una conseguenza normale della vita che per anni aveva condotto.

"Non tornerai questa volta? Ho capito bene?"

"Sì Kaleb, non posso più tornare, ma forse un giorno potrai venire tu!"

"Sei diventata una sognatrice ora? Non posso crederlo: Stella si allontana dalla realta' e fantastica su viaggi di piacere irrealizzabili e vacanze da sogno!"

"Kaleb, non fare così, ti voglio bene, cerca di capire, non rendermi questa partenza ancora

piu' difficile, avremo modo di rimanere in contatto, mi racconterai tutto quello che fai e che succede qui. Ti penserò sempre, credo di volerti bene come una vera madre vuole a un figlio."

Con gli occhi lucidi Kaleb l'abbracciò e le disse tra i singhiozzi:

"Almeno promettimi che penserai piu' a te stessa quando sarai a casa. Hai dato tutto a noi, a me,  trascurando la tua persona, oscurando la tua vita privata. Hai lasciato le tue scarpe comode e confortevoli in un angolo per camminare scalza insieme a noi. Ora almeno ricompratele ancora più belle!"

"Lo farò e tu sarai sempre nel mio cuore".

Cominciava a sentire fresco, il mare era calmo ma l'umidità iniziava a fare i conti con le sue ossa. Stella si asciugò gli occhi ed accantonò il passato; doveva rientrare o Serena si sarebbe preoccupata. Chiuse la sedia, respirò a fondo e s'incamminò verso il sentiero di sabbia e ghiaia che portava a casa sua.

Si voltò ancora una volta per vedere il mare e si accorse con stupore che c'era ancora qualcuno sulla spiaggia. Distinse una sagoma da lontano, uno di quei venditori ambulanti che di giorno espongono la loro mercanzia su pannelli improvvisati di polistirolo o su grandi asciugamani colorati. L'uomo però pareva non portare nulla con sé e questo incuriosì molto Stella che si fermo' nello stesso momento in cui,  al contrario il suo cuore cominciò ad accelerare.  Con un fil di voce, per il timore di dire e pensare a una sciocchezza sussurro':

" Kaleb ?!"

L'uomo continuava a camminare e ora la fissava; solo quando anche il suo passo comincio' ad essere piu' veloce  Stella si rese conto che non era un'allucinazione, né erano gli effetti di una senilità galoppante: quello era il suo Kaleb.

L'abbraccio durò molti minuti, e appena i due si ripresero, si fissarono e si accarezzarono reciprocamente il viso.

"Kaleb, che ci fai qui? Perché non mi hai avvisato? Vieni andiamo a casa, non hai bagaglio?"

“ Sì ho preso un’auto a noleggio, è parcheggiata qui vicino, andiamo, ti racconto tutto.”

I due si incamminarono , Kaleb teneva sotto un braccio la seggiola di legno e l’altro era posato dolcemente sulle spalle di Stella.

“Dai entriamo beviamoci qualcosa di fresco”

“No”, rispose Kaleb, “restiamo qui sotto la veranda, c’è un tempo splendido,e voglio raccontarti tutto subito, berremo dopo. Ricordi Luoise, la ragazzina che ti aiutava a sterilizzare le garze?”

“Sì ricordo, era là con il padre medico se non sbaglio e voleva a tutti i costi rendersi utile, stava studiando se non ricordo male, ora è tornata qui? cosa fa?”

“Oltre ad essere una persona stupenda e’ la migliore infermiera del nostro villaggio e ho intenzione di sposarla.”

“Ti sposi? Il mio piccolo Kaleb si sposa!, sono contentissima, mi sembra proprio una brava ragazza, ma non ho ancora capito perche’ sei qua”

“Sono venuto a prenderti.”

“Dove dobbiamo andare?”

“ In Africa mia cara, verrai con me , assisterai al mio matrimonio, e non pensare di riuscire a convincermi del contrario”

“Kaleb” disse con tono sommesso, “davvero non posso, sono malata e vecchia e anche se riuscissi ad affrontare un viaggio così lungo, dopo cosa farei laggiù? Sarei solo un peso, una vecchia carcassa che aspetta solo la demolizione, ti prego, non insistere”

Kaleb si alzò dalla comoda poltrona, in silenzio si tolse la giacca, faceva un gran caldo nonostante fosse  il tramonto, si avvicinò ulteriormente a Stella, si inginocchiò affinché gli occhi fossero alla stessa altezza e disse:

“Devi venire, tu sei stata per me una mamma e per tutti una persona eccezionale, il giorno del matrimonio sarà il piu’ importante della mia vita e non posso immaginarlo senza di te. Tu e Louise dovete conoscervi, inoltre devi venire a vedere il nuovo ospedale, sorto anche grazie al tuo impegno, che verrà inaugurato due giorni dopo. Tutti ti vogliono rivedere, io ti voglio portare con me.”

Fu la determinazione di Kaleb a vincere, Stella sapeva di essere malata e sapeva che nessun medico le avrebbe consigliato un viaggio simile, ma poteva deludere Kaleb? ..e poi,  poteva resistere alla voglia di mettere piede su quella terra, di godere del calore umano dei suoi abitanti, di riabbracciare per l’ultima volta certe persone?

Partirono dopo due giorni, il viaggio in aereo ando’ bene, Stella accusò solo tanta stanchezza, ma volle proseguire il giorno stesso per il villaggio.

Entrambi si sorrisero quando salirono sulla Jeep, ovviamente non era la stessa era piu’ moderna e comoda.

Quei giorni, per Stella furono carichi di emozioni che lei stessa non avrebbe mai creduto poter provare ancora.

Sentiva che le stavano mancando le forze giorno dopo giorno, ma era certa e consolata che alla morte si sarebbe presentata con un sorriso. Una vita intensa aveva avuto, con tanti sacrifici ma tutti ripagati, nessun uomo al suo fianco, ma un bambino che poi è diventato ragazzo, che le ha fatto da figlio, che ha visto crescere ed emergere da un mondo di sofferenze.

Era serena. Si trovava nel posto giusto per trascorrere i suoi ultimi giorni, e questo grazie a Kaleb, la conosceva troppo bene, la conosceva dentro e le aveva fatto l’ultimo regalo, forse il piu’ bello di tutti.

In una calda notte di settembre l’angelo della Tanzania era volato in cielo.

Silvia Federzoni