25 dicembre 1914

di Niccolò Matcovich

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Ero soldato semplice a quel tempo, e con me tanti altri. Avevamo scavato la trincea non molto distante dal confine. Correvano voci che il fossato nemico fosse a neanche 300 metri di distanza. La guerra era iniziata che appena qualche mese era trascorso. Nessuno s’aspettava ciò che poi si rivelò in conclusione. In quella trincea, insieme con il mio reparto, ci vivevo da un mese e qualche giorno; la maggior parte di noi aveva perso il conto, ma a me non era permesso. Era una delle più corte, mi avevano detto. Meglio così, pensavo io. Avremo avuto più spazio per respirare, meno difficoltà nella distribuzione del cibo, meno possibilità di essere avvistati; già, perché ognuno s’illudeva che la guerra sarebbe stata vinta con l’astuzia, con la tattica. Poveri sciocchi… Da quando ancora stavamo scavandola che i tedeschi sapevano a perfezione posizione, misure, numero di uomini. E in realtà anche noi sapevamo tutto, e chissà se per loro l’illusione era la stessa… Fino a quel momento, nessuna sortita, nessuno scontro diretto, nessun morto né ferito; solo spari, spari lontani. La voce delle armi mi rintrona nella testa, mi scuote le membra, mi fa raggelare il sangue. Non avevamo ancora conosciuto la morte, ma la sua presenza era costante, appiccicosa. Ci accompagnava in ogni momento del giorno e della notte, senza sosta, senza pietà. Le parole anch’esse si facevan guerra nelle nostre bocche, e non si concretizzavano mai, se non in sordi lamenti o risa nevrotiche. Gran parte del tempo la si passava in silenzio, chi di turno appostato con la mitraglia carica, chi in riposo con il caschetto fin sopra gli occhi; ognuno con i suoi pensieri, ognuno con le proprie angosce. Arrivava poi la notte, ignara, silente, spaventosa. Raramente s’accendevan fuochi, per il motivo che ho descritto sopra. Ci avevano fornito fin dall’inizio dei vecchi copertoni di lana – Vi serviranno – avevano detto. I piedi erano congelati, avevano perso la sensibilità. Non esisteva più pudore, non orgoglio virile, e quando a volte riuscivi a voltar lo sguardo verso i tuoi compagni, ne trovavi alcuni abbracciati che s’alitavan contro, altri addormentati uno appoggiato all’altro, come ammassi di cadaveri. E qualcuno perfino morì di freddo, inconsciamente, chiudendo gli occhi e lasciandosi andare. Io non ero in grado di dormire, né d’abbracciarmi a qualche mio compagno, né di morire. Ero accovacciato lì, rannicchiato nella mia postazione, con il mio copertone poco utile e i denti che non cessavan di cozzare. E quando sorgeva il sole era sempre gran festa, per quanto di festa si potesse parlare. Ricordo che la prima immagine che balenava ai miei occhi al mattino, dopo quelle poche ore di sonno che anch’io ero riuscito a concedermi, era il medico addetto che passava lungo il corridoio a controllar lo stato di noi tutti, e soprattutto a vedere se quella notte qualcuno non era sopravvissuto.

Una mattina come tutte le altre mi svegliai, ma stavolta notai qualcosa di diverso: un soldato mi s’appressò sorridendo, come per parlarmi; non potevo crederci! Mi posò la mano sulla spalla e mi disse: - Buon Natale amico! -. Lo guardai esterrefatto: anch’io ero riuscito a perdere il conto. Avevo previsto che mancassero ancora quattro giorni, e mi ero sbagliato. Intorno a me tutti si stringevano la mano, e le armi eran depositate in terra. Mi chiesi cosa sarebbe successo se il nemico avesse approfittato per sferrarci un attacco. Come se avesse letto nei miei pensieri, un altro soldato mi s’appressò e mi mostrò un telegramma; v’era scritto che per quel giorno era sospeso di comune accordo qualsiasi conflitto. Non volevo crederci, ma vidi poi le firme di conferma. Incredibile! Anche in me si scatenò una gran gioia di vivere. M’alzai di scatto, mi tolsi la terra umida dall’uniforme e iniziai a stringer mani a questo e all’altro compagno. Vedevo sorrisi, parole, abbracci. Improvvisamente non eravamo più automi, non più macchine di guerra, bensì uomini. Mentre mi perdevo in filosofie e ragionamenti, il tenente chiese il silenzio e prese parola; annunciò che di lì a breve ci sarebbe stato un incontro con un plotone nemico per scambiarsi gli auguri. Rimasi basìto. Mi avvicinai a lui come attratto da una calamita, e appena chiese chi volesse andare incontro ai tedeschi alzai la mano, senza esitare, senza pensare. Rise di gusto e accettò senza riserve. A me si unirono altri sei soldati semplici più il tenente in persona. Ci venne consegnato il vessillo francese da aprire non appena lasciata la trincea, e finalmente ci incamminammo. I tedeschi erano già lì: arrossimmo appena. Avevano piantato in terra il loro stemma e ridevano di cuore tra di loro. Al vederci, anche loro senza neanche un’arma, uno si staccò dal gruppo e venne a stringere la mano al nostro tenente; subito lo riconobbi avere il grado più alto. Ci sorrise, fece gli auguri nella sua lingua e ci invitò ad appressarci agli altri. Comunicammo ognuno il proprio nome e poi, senza dirci neanche una parola (e chi lo sapeva di noi il tedesco?!) bevemmo vino rosso e mangiammo un dolce offerto da loro. Ci stringemmo nuovamente la mano, e ognuno tornò nella propria postazione. Nessun inganno, nessuna truffa, solo un minimo di umanità riacquisita.

Quella sera ci ubriacammo tutti, nessuno escluso. Di vino ce ne avevan portato in abbondanza, e al costo di scaldarsi e distrarsi appena, anche gli astemi ci avevan dato giù. Io m’addormentati che non era neanche mezzanotte. Fummo tutti alquanto sciocchi, poiché nella notte fonda il nemico avrebbe potuto sferrare un attacco. Non fu così, forse perché anche i tedeschi avevan festeggiato come noi… Al mattino fui svegliato dai lamenti della mitraglia: l’incubo era ricominciato. Avevo un gran mal di testa, ma neanche il tempo per pensarci. Attorno a me stavolta c’era grande agitazione. Ognuno stringeva stretta la propria arma. Capii che era successo qualcosa. Seppi qualche secondo dopo che si era deciso di tentare un’imboscata ad una pattuglia tedesca che avrebbe dovuto raggiungere proprio la trincea vicina alla nostra. Non ebbi il tempo di ragionare un attimo, che subito fui trascinato nella foga dei compagni in corsa. Raggiunsi il mio gruppo e partimmo senza tregua verso il bosco che circondava il lato ovest. Ci appostammo e attendemmo. Vidi arrivare il nemico, diedi l’allarme. Aspettammo in silenzio che questi si appressasse. Venne dato l’ordine del fuoco: sparammo. Puntai un tedesco alla testa e lo colpii. Si accasciò al suolo mentre il suo elmetto schizzava in aria. Rimasi immobile. Mi ritirai dietro un albero, mi sedetti. Gli altri mi incitavano a rialzarmi e fare fuoco; non ce la facevo. Iniziai a tremare e forse anche a piangere. Passò molto tempo. Il plotone nemico era stato sbaragliato. Il tenente ordinò di raggiungere i cadaveri per recuperare armi e munizioni. Fui trascinato in mezzo a quell’orrore. M’apprestai al soldato che avevo mirato e ucciso brutalmente, lo guardai negli occhi; riconobbi in lui Friederick, uno dei ragazzi che m’aveva augurato buon Natale il giorno prima, quello che mi aveva colpito di più. Era giovane, giovanissimo, capelli biondi e occhi intensi come l’oceano. Mi aveva stregato fin dal primo sguardo, dal primo sorriso, ed ora era steso per terra sotto di me, con gli occhi aperti, lucidi, la bocca socchiusa e un rivolo di sangue che gli scorreva sulla fronte e colava sulla guancia sinistra. L’avevo ucciso, consapevole ma anche ignaro. L’avevo ucciso, e in me rintronava l’eco dell’assassino. Mi piegai su di lui, piansi, gli chiusi gli occhi. Gli asciugai poi il rivolo di sangue, me lo caricai sulle spalle e me ne andai, noncurante dello stupore generale dei miei compagni. Recuperai una pala e gli diedi sepoltura. Lo vegliai per tutta la notte. Il giorno dopo tornai in trincea; il tenente venne da me, mi portò in una radura con un drappello di uomini, mi bendò gli occhi e mi fece sedere su uno sgabello. Con l’accusa di tradimento e diserzione venni fucilato.

Niccolò Matcovich