Marino Lecchi

marino lecchi

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anno 2007

;Una possibile espressione artistica della  M.Q.
Un'ipotesi estetica della meccanica quantistica

 

L’arte e gli artisti, testimoni da sempre d’ogni fenomeno che rientri nell’esperienza umana
non possono non testimoniare, con la loro sensibilità,  quanto si realizzi, venga concepito  o teorizzato nella loro contemporaneità.

Spiegare un’opera d’arte prima di tentare di delineare ciò che l’ha ispirata, potrebbe rendere difficile una sua più corretta interpretazione.

Non avendo mai scritto niente per spiegare i miei quadri, desidero oggi scrivere, alcune osservazioni, che rappresentano e condensano concetti, artistici ed altro, che in essi alfine si sono configurati.
L’esplicazione estetica non è ancora esaustiva, tuttavia possono esserlo i contenuti che da tempo si sono delineati; corretti e ridefiniti più volte.

Essi si collocano alla soglia della nostra realtà esistenziale, in quanto come tale, da noi percepita sino ai suoi limiti, oltre la quale è teorizzata, una “realtà quantistica”, tanto discussa e declamata.
Ma che tuttavia fa riflettere e che sembra si voglia farla corrispondere a tante disparate supposizioni.

Questi quadri vorrebbero rappresentare la visione concettuale del nostro universo, percepito sì come tale, ma che tuttavia comprende l’accettazione di “possibili” livelli multipli, confluenti gli uni negli altri, aldilà di un nostro solo percepire sensoriale o razionale.

Le forme delle cose, sembrano come le vediamo, ma non rappresentative di nessuna in particolare.
Oggetti che possono essere più cose, figure come tali o altro.

In questi quadri c’è “l’armonia” del percepito fuso con il concepito e nessuno dei due riesce a rappresentarsi, negandosi come una realtà oramai contaminata dalla consapevolezza che quello che percepiamo di lei non sia che una minima parte:essi sono la definizione estrema di questa nostra realtà, che percepisce un universo o più universi, dove la modalità espressiva confluisce su simbolismi che ne delineano  i confini più rappresentativi.
Come icone di un qualcosa non sempre ben percepito o compreso ma, sinonimo di ciò che ancora possiamo razionalmente congetturare.

Premesso, che i quadri siano di forma quadrata volutamente, come base di ciò che rappresenta nella nostra cultura: la perfezione del cerchio e della sfera.
Cerchio e quadrato, sfera e cubo, come limiti relativi e universali allo stesso tempo, del nostro percepire un universo.

Su questo, le galassie, le stelle di ogni genere, le comete, gli ammassi stellari o galattici, le eclissi sferoidali ovaleggianti; le diverse possibilità di realtà dell’universo e dei suoi fenomeni, stanno a fare da limite di ciò che, come esseri umani biologicamente evoluti in questa realtà, siamo riusciti ad estrapolare da essa e viene sinteticamente, essenzialmente, esteticamente espressa.

I quadri partono da ciò che si potrebbe soggettivamente concepire, sia l’inizio della nostra capacità percettiva che sembra essere consapevole di una realtà che non solo non si può negare, ma che il razionale stesso ha riscontrato fornendone interpretazioni tra le più svariate e complesse.

Essi si estetizzano su un piano che non è solo tale, ma multiplo, in una modalità chiaramente interpretativa di un qualcosa che non riesce ancora a comprendere.

La fluidità e le confluenze sono un po’ forzate, perché l’immaginazione non riesce e non vuole andare oltre in un più specifico rappresentare.

Tuttavia, vi è come la certezza di un pensato non ancora percepito; d’universi e piani paralleli.
Come se le cose universali o infinitesimali si potessero mettere l’una accanto all’altra, in uno schema o contesto interpretabile, o alfine ricostruibile alla nostra possibilità di interpretarlo.

Subito dopo, ci accorgiamo che esso ci sfugge.

Sfugge a quello che vuole anticipare e ancora non lo fa o non lo può fare, a quello che fin ora è stato e non può più essere.

E’ una singolarità, estetica concettuale, quasi percepibile, di un qualcosa che non è statico, ma non è neppure in una dinamicità che vuole e "sappia " andare “oltre”.

E’una specie di “paratia” che divide le due dimensioni: l’universale umano e l’universale che è fuori dall’uomo e non tende né per l’uno né per l’altro, in un dinamismo non statico che si evolve per un proprio essere o esserci.

Le tonalità e le forme “non forme”, ne rappresentano pertanto la vivida valenza esistenziale, calda luminosa, riflettente e aperta agli “infiniti” che la attorniano e la compenetrano.

Essi sono a questo punto l’irrapresentabile oppure ciò che rappresenterebbe il tutto senza relazionarsi con un qualcosa di verificato o verificabile.

In questi quadri siamo dentro il non percepibile o percepito umano, dove pur si riesca, un dato momento, poterlo forgiare ad essere ogni qualsiasi cosa egli ”accetti” che si sia.

Qui non siamo ancora nell’atto finale creativo, ma ad uno stadio dove la consapevolezza umana considera “l’aldilà” definitivo solo perché è fuori dal percepito umano, o fuori dal suo contesto esistenziale ed universale.

Qui, ogni cosa è compenetrata da qualsiasi altra e dove non c’è una cosa che, sia tale di per sé, ma intersecata in modi infiniti e inavvertiti dall’uomo, con tutto ciò che lo circonda.

Una dimensione atemporale e non spaziale, dove lo spazio e il tempo sono annichiliti in una “istantaneità” connettiva in tutti i suoi fenomeni, unici, singolari, consci di esserlo senza doverlo concettualizzare, percepire o comprendere.

La straordinaria bellezza estetica e intrinseca di questa dimensione, dove la forma riferitasi all’immaginario umano e alle sue stratificazioni formali, non hanno la possibilità di sussistere.
Qui non c’è “astrazione”, ”informale”, “concettuale”, ”espressionismo astratto”, tutt’altro.

Qui non c’è tutto ciò che finora è stato espresso, ma tutto ciò che ancora non lo è stato, perlomeno alla nostra consapevolezza o volontà di capire, cercandone particolari dettagli o verosimiglianze in una realtà che finora abbiamo ritenuta totalizzante.

Al punto che ad essa  l’uomo si è sempre riferito per illustrare o spiegare ciò che non si può illustrare o spiegare.

Qui, la nuova estetica, del supporto quadro colori, è sintetizzata al limite dell’umana possibilità di connessione, con un percepito, seppure incompreso e sconosciuto, ma che lascia anche l’invito ad un inizio di altra percezione, pur nei limiti del quadro supporto, materia, luce, colori, forme che tali non sono e simbologie che ancora non possono essere espresse ne sintetizzate.

12.12.2007

Lecchi Marino

 

Bibliografia

 

12/02/2008

 

Gentile signor

Avendo fatto numerose personali e collettive, in Lombardia delle quali non  ho mai tenuto  nota.

La più importante è quella a Milano in via Turati  alla”SCHETTINI”1982
Che allora era una galleria importante dove c’era una commissione che giudicava l’idoneità ad esporre.

Li conobbi Sergio D’Angelo, poeta scrittore artista, che espose anche a biennali di Venezia oltre che in tutto il mondo e che faceva parte del gruppo degli “spazialisti” Bay , Dova, Crippa, i quali invitati da D’Angelo mi disse lui,  ma io non c’ero,  ebbero elogi .

D’Angelo mi presentò con una sua critica invitandomi a frequentare poi il suo ambiente artistico.
Io rifiutai, per scelte personali, e poi bivaccai per anni  a piccole esposizioni minori  o in ritiri diciamo,”spirituale ricerca pittorica”.

Ed ecco il mio ufficiale percorso:
Tenuto conto che nel frattempo fino al 1998 ho lavorato .

 

1978:personale  salone esposizioni terme in Salice Terme.

1982 galleria Schettini Milano

!984-85-86 personali e collettive alla “petrofil" arte” viale Tunisia Milano

1987: Galleria “ Nedalini ” Treviglio  Bergamo  ora chiusa

2001 - 2006 io U:C:A:I:  partecipando a due collettive ogni anno della stessa.

2007: approdo all’ultima espressione sui contenuti esposti nel testo.

Sono nato il 21/01/1944
Dove lavoro e abito a Capriate S.Gervasio in via  S.Siro. 22 Bergamo