La capsula

di Massimo Acciai

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Esteriormente l’irritazione di Vidar si limitò ad una breve contrattura della mascella nel momento in cui, cercando nella valigetta da viaggio, si ricordò improvvisamente di aver dimenticato il libro a casa, sulla scrivania, nella fretta della partenza. Imprecare non faceva parte del suo carattere nordico, soprattutto imprecare in pubblico e ad alta voce, ma quella sbadataggine poteva rovinare la giornata. Era molto, molto seccante. Si accese nervosamente una sigaretta.

Rimase perplesso qualche minuto, seduto su una panchina vicino al binario, indeciso sul da farsi. Non era una decisione facile; le alternative erano entrambe spiacevoli. Da una parte c’era un viaggio di dieci ore, senza un paesaggio da vedere dal finestrino visto che si trattava di viaggiare di notte, senza un compagno con cui far conversazione e senza un libro da leggere. Dall’altra parte c’era la capsula Mavisan.

Vidar apparteneva a quella piccola minoranza di persone che ancora nutrivano sospetti verso le capsule Mavisan. Eppure l’ibernazione era divenuta negli ultimi decenni così comune e banale che ormai la gente vi ricorreva per evitare la più piccola attesa. Sembravano lontanissimi i tempi in cui era una tecnica complessa, costosa e rischiosa a cui ricorrevano malati terminali per essere poi risvegliati decenni o secoli dopo, quando la scienza avrebbe avuto gli strumenti per curarli. Quei poveretti non avrebbero in realtà mai più rivisto la luce del sole; all’epoca la tecnica era troppo rozza, ma la scienza era in effetti andata avanti ed il campo dell’ibernazione aveva avuto sviluppi straordinari da quando era stato inventato il metodo criogenico Mavisan. Le prime capsule Mavisan erano state istallate negli ospedali, in seguito sui voli intercontinentali e su navi a lunga percorrenza. Sui treni erano arrivate qualche anno dopo ed era stato subito un boom di richieste. C’era persino chi prenotava una capsula anche per un viaggio da Dale a Voss; un viaggio da meno di venti minuti!

Vidar non riusciva a capire come la gente avesse vinto così presto l’iniziale diffidenza verso la criogenia. Si trattava pur sempre di portare la temperatura corporea sotto zero (quanti gradi sotto zero non aveva mai desiderato saperlo) e rallentare il metabolismo fin quasi ad annullarlo. Qualcosa come un respiro ogni ora. Era qualcosa di troppo simile alla morte per non provare un senso di claustrofobia nel distendersi in una di quelle capsule d’acciaio e affidarsi completamente a macchine e tecnici.

Pazienza. Prima o poi avrebbe dovuto comunque farci l’abitudine, si disse Vidar rimuginandoci sopra. Le carrozze riservate ai “viaggiatori svegli” erano state ridotte ulteriormente con l’inizio dell’anno, ed era facile prevedere che sarebbero un giorno scomparse del tutto, o almeno i treni con tali carrozze si sarebbero fatti molto rari. Dopo tutto da quando le capsule erano state montate nelle carrozze speciali non era accaduto neanche un incidente, a parte... ma anche quello era stato di poco conto e statisticamente irrilevante. Le capsule – assicuravano gli esperti di criogenia – erano praticamente indistruttibili, in grado di sostentare una persona per un tempo lunghissimo, valutabile nell’ordine di secoli, anche se naturalmente nessuno aveva sperimentato una tale possibilità, tranne – ma si trattava più di leggenda che di realtà…

Il controllore fischiò, riportando Vidar alla realtà. Doveva assolutamente prendere quel treno, non ce n’erano altri fino alla mattina successiva, e allora avrebbe fatto tardi all’appuntamento con Sonja. D’istinto prese il portafoglio dalla tasca e ne tirò fuori una foto sbertucciata, risalente a qualche anno prima. Sonja era bellissima, con i suoi occhi scuri e dolci ed il sorriso luminoso. Al pensiero di Sonja parte dell’irritazione si dissolse in un sorriso appena abbozzato. Comunque di passare la notte in stazione non se ne parlava nemmeno. Maledisse ancora la sua sbadataggine e si diresse deciso verso la carrozza d’ibernazione più vicina.

Riprese conoscenza lentamente. I tecnici risvegliavano i passeggeri qualche minuto prima dell’arrivo in stazione. Un individuo medio si riprendeva dagli effetti dell’ibernazione nel giro di un minuto al massimo, sveglio e pimpante come nessun sonno naturale poteva ottenere. Molti ricorrevano alle capsule anche per questo motivo. Un’indagine aveva accertato addirittura che più del 60 per cento degli utenti soffriva d’insonnia ed aveva trovato una soluzione ideale al problema. Questo faceva prevedere che presto le capsule Mavisan sarebbero entrate nelle case private dei comuni cittadini. In alcune, soprattutto di personaggi famosi o comunque benestanti, c’erano già da tempo.

Vidar non era perciò del tutto sicuro che quell’intorpidimento fosse normale. Un minuto era passato di sicuro e doveva essere già sveglissimo, invece indugiava in quello stato simile al dormiveglia, come un alunno svogliato al mattino. Era strano.

Aprì infine gli occhi e fu abbagliato da una luce forte che non si aspettava. Le carrozze Mavisan erano tenute in una riposante penombra per agevolare il risveglio, lo sapevano tutti. Invece un sole impietoso gli prendeva a schiaffi i bulbi oculari, così violentemente che d’istinto li richiuse e cercò di riaprirli piano piano. Riuscì così a distinguere qualche particolare dell’ambiente in cui si trovava. Quel che vide non gli piacque per niente.

Un’arma, una specie di mitra, era puntato contro la sua faccia.

Dalla parte del grilletto c’era un uomo dalla pelle scura, bruciata dal sole. Uno strano cappello, che aveva qualcosa di militaresco, era calcato sulla testa calva. Gli occhiali scuri che portava gli impedirono di decifrare le sue intenzioni dallo sguardo, ma i tratti del viso erano duri e non promettevano nulla di buono.

“Chi è lei?” domandò infine Vidar, con un filo di voce.

L’altro si limitò a fissarlo, senza dire parola.

“Dove mi trovo?”

Nessuna risposta.

“Insomma…” Vidar provò ad alzarsi, ma dovette ritornare giù per non andare a sbattere contro la canna del mitra che il tizio continuava a puntargli alla testa.

Era una situazione molto, molto seccante.

“Va bene, in che modo posso aiutarla?”

L’altro corrugò la fronte in modo interrogativo. Era chiaro, come aveva fatto a non pensarci prima! Non capiva la sua lingua. Doveva essere uno straniero. Provò a ripetere le domande in inglese. Quello ebbe un moto di rabbia e gli schiacciò la punta del mitra contro la fronte, urlando una frase in una lingua sconosciuta.

“Ma insomma, come posso…”

Una mano robusta gli afferrò un braccio e lo sollevò quasi di peso, mostrando una forza notevole. Quando si trovò faccia a faccia il tizio armato sentì un odore sgradevole di sudore e sporcizia che gli diede la nausea. Adesso cominciava ad essere davvero preoccupato.

Il tizio urlò qualcosa nella sua lingua spingendolo in malo modo. Vidar ipotizzò che il poco cortese invito, comprensibile anche senza parole, era in qualche lingua asiatica e che avrebbe fatto meglio ad ubbidire. Non sapeva ancora se aveva a che fare con un pazzo o un criminale, o entrambe le cose, ma certo quel mitra aveva tutta l’aria di essere carico.

Attorno a lui c’era una specie di villaggio di poche capanne. Il cielo era azzurro, il sole alto e caldissimo. L’orizzonte era chiuso da una foresta, da un lato e da una montagna imponente dall’altro. La foresta – o, più probabilmente, la giungla - iniziava ai margini del villaggio e aveva un aspetto decisamente tropicale, così come il clima. Si accorse distrattamente del sudore che scendeva abbondante dalla fronte e dal collo sulla schiena, inzuppandogli gli abiti, adatti a climi ben più freddi. I movimenti erano impacciati, si sentiva decisamente fuori posto, pensò che vista dal di fuori doveva essere una scenetta alquanto buffa.

Il tipo lo spinse di nuovo e di nuovo, facendolo cadere disteso per terra. Questo era troppo anche per un tipo calmo e razionale come lui. In quel modo non riusciva a concentrarsi su nulla, tanto meno sul modo di scappare. Non c’era letteralmente il tempo di riflettere.

Si rialzò con calma, fingendo di essersi fatto più male di quello che era in realtà. Il suo carceriere gli tirò un calcio potente sulle costole, lasciandolo senza fiato per qualche attimo. Era frastornato ma gli parve di udire una risata.

“Basta, perdio!” Riuscì infine a dire. Avrebbe voluto essere un grido, ma gli uscì appena il fiato per essere udito, ma non capito a causa della lingua.

Udì uno sparo.

Per un attimo pensò che il tizio avesse perso definitivamente la pazienza e che avesse terminato quel gioco crudele. Invece si sorprese di trovarsi ancora tutto intero, sdraiato per terra, a scrutare il suo carceriere che lo fissava con occhi spalancati e vuoti, la bocca aperta ed un foro di proiettile nel centro della fronte.

Quello che avvenne negli attimi immediatamente successivi fu un ricordo confuso, in cui predominava una frenesia ed un odore penetrante di sangue, sudore e polvere da sparo. La mente decise che era troppo per lei e lasciò tutto in mano all’istinto e al corpo. Vidar si rotolò lontano dal cadavere, si rialzò con sorprendente agilità – grazie al molto tempo libero dedicato allo sport – e si mise a correre.

Intorno a lui forme indistinte e caotiche correvano in tutte le direzioni. Spari. Urla. Ordini. Nel giro di un attimo si era scatenata una vera e propria battaglia. Un gruppo di uomini, sicuramente soldati, era piombato sul villaggio ed aveva iniziato un massacro. Lui si trovava esattamente al centro, pur essendone del tutto estraneo. Ma le pallottole che volavano da tutte le parti non sembravano voler fare questo tipo di distinzioni.

Corse, corse a perdifiato, stupendosi di quanto lontano potevano portarlo i muscoli delle gambe, fino a quel momento messe alla prova solo su piste da sci e in jogging mattutini nel parco di Sogndal. Lo sguardo diritto in avanti, alla ricerca disperata di un riparo. Nessuno pareva badare a lui in particolare, ma la sensazione di pericolo mortale era addosso in ogni attimo. Tutto si stava svolgendo nel giro di uno o due minuti al massimo, ma il tempo si era dilatato in modo impressionante. Vedeva uomini e donne cadere per terra, schizzi di sangue e bombe che facevano saltare capanne e bidoni di carburante, proprio come in un film d’azione. Il rumore era assordante.

Continuò a correre, con l’impressione di aver evitato almeno un paio di volte una pallottola per pochi millimetri. Cominciò a rallentare. Il cuore batteva all’impazzata. Si trovava finalmente abbastanza lontano dalla battaglia da potersi fermare un po’ a riflettere e guardarsi intorno. I rumori giungevano lontani. Si trovava nella giungla.

Pensò che la sua situazione non era poi migliorata di molto.

Camminò a lungo, cercando di farsi largo nell’intrigo di una vegetazione impressionante, che non aveva mai visto fino ad allora. Caldo ed umidità erano insopportabili. Si liberò dei vestiti più pesanti, nascondendoli come meglio poteva tra le felci giganti. Si sentiva debilitato fino allo sfinimento. Ogni passo era una tortura. Aveva un’idea molto vaga dei pericoli di camminare in una foresta tropicale, molto probabilmente era stato molto fortunato – nella sfortuna – ad essere ancora vivo.

Per un po’ di tempo andò tutto abbastanza bene. Per tenere la mente occupata, quel tanto che bastava per non inciampare in qualche radice, cominciò a pensare a Sonja. Quel pensiero era abbastanza lontano dai suoi guai attuali, ma dopo un po’ dovette pensare a qualcos’altro; l’idea che lei lo stesse aspettando a Lom, mentre lui si trovava probabilmente lontano migliaia di chilometri, era piuttosto deprimente. Chissà cosa avrebbe pensato… Certo, sarebbe stata preoccupata, ma alla fine le sarebbe venuto il sospetto che lui l’avesse abbandonata. La conosceva bene. Come spiegarle che aveva preso il treno e che si era risvegliato nella giungla? Pensò ai suoi occhi scuri che sapevano gelare un uomo senza una sola parola. Penso che, quando fosse riuscito a tornare a casa, la prima cosa che avrebbe fatto sarebbe stata…

Un rumore improvviso e un tuffo al cuore. Rumore di passi. La mente riprese a tremare. Le gambe si bloccarono. Lo stavano seguendo; amici o nemici? Fuggire o nascondersi? Doveva decidere in fretta. Si distese a terra, cercando di rimanere immobile. Non riusciva a capire da dove venivano i passi. Era troppo spaventato. Il cuore batteva furioso.

Aspettò.

I passi si stavano allontanando. Un’idea forse folle gli attraversò la mente. Forse era il caso di seguirli; almeno sarebbe tornato alla civiltà. Non si sentiva più tanto sicuro in mezzo a quella vegetazione spaventosa, tanto più quando sarebbe calata la sera e poi la notte. L’idea di passare la notte là fuori era terrificante. Avrebbe potuto seguire gli uomini a distanza di sicurezza, magari poi non erano gli stessi che avevano sparato…

Si fece coraggio e si rialzò. Molto lentamente. I passi adesso erano lontani, ma curiosamente era più facile capire la direzione. Rischiava però di perderli. Quelli erano abituati a muoversi nella foresta, certamente più di lui. Forse stava facendo una sciocchezza…

Si fermò.

Li aveva persi.

Si era perso.

Di nuovo.

La sera adesso pareva vicina. Già la luce che filtrava tra le fronde era cambiata; più sfumata, dorata. Quante ore di luce gli restavano? Difficile dirlo. L’orologio era del tutto inutile. Il caldo, quello, era però sempre opprimente. Aveva un disperato bisogno di bere. Non poteva andare avanti così, se non lo facevano fuori le pallottole ci avrebbe pensato il clima a stenderlo.

Oppure ci avrebbe pensato la tigre che era comparsa improvvisamente davanti a lui.

Si accorse del pericolo quando si trovava già vicinissima. Era stata silenziosa, proprio come ci si aspetta da un felino. Il primo pensiero che gli passò per la testa fu che quel felino aveva una testa enorme, esagerata. Nei documentari televisivi sulla giungla non si aveva una reale percezione delle dimensioni di una tigre, né dell’odore forte che emanava. Tutto questo però Vidar lo avrebbe pensato più tardi; in quel momento non c’era posto per alcun pensiero al di fuori della fuga.

Corse con tutte le sue forze, per quanto poteva permettergli la vegetazione. Sapeva di non avere possibilità, glielo diceva il suo istinto più antico, quello stesso istinto sopravvissuto ad analoghe corse in ambienti simili da parte dei suoi antenati preistorici. Ma lui era un uomo del XXI secolo e non una qualche specie di primate vissuta milioni di anni prima. Questo faceva la sua differenza.

Anche questo pensiero sarebbe giunto più tardi. In quel momento c’era solo la corsa e la paura. Tutto sembrò svolgersi nell’arco di alcuni minuti, ma doveva sicuramente essersi trattato di secondi perché altrimenti sarebbe stato raggiunto ed ucciso dalla belva, forse più umanamente degli uomini che aveva lasciato al villaggio ma di certo non meno efficacemente.

Invece precipitò.

Sul momento si sentì soltanto cadere, senza capire dove e perché. Il terreno mancò letteralmente sotto i piedi. Il volo sembrò non finire mai. Il buio lo inghiottì. L’urlo si perse in una eco di caverna. Urtò con la schiena e con la gamba destra contro qualcosa di morbido, eppure un dolore atroce lo costrinse ad urlare di nuovo. Chiuse gli occhi con forza e non li riaprì che quando il dolore cominciò ad attenuarsi. Riaprendoli a poco a poco notò in alto solo una striscia di luce in una vastità immensa di buio. Qualcosa nella sua mente gli diceva che quella striscia di luce era molto lontana, e che questo non era un bene. Si sentiva confuso e dolorante, tanto da non riuscire a muovere nulla. Una miriade di pensieri incoerenti gli attraversò la mente.

Chiuse di nuovo gli occhi e li riaprì rapidamente. La vista si stava abituando a quell’oscurità; la poca luce che arrivava dalla fessura, che doveva pure essere abbastanza grande da ingoiare un uomo e una tigre, era appena sufficiente per ricostruire l’accaduto. Doveva essere precipitato in una enorme caverna insieme alla tigre, in  seguito ad un cedimento improvviso del terreno, e per un caso incredibile era caduto esattamente sul corpo della tigre, la quale aveva toccato terra un attimo prima di lui rimanendo uccisa sul colpo. L’unico motivo per cui lui era ancora vivo lo doveva probabilmente al corpaccio del felino che aveva attutito il colpo.

Cercò di capire se era tutto intero. Iniziò a muovere dapprima le dita di una mano. Rispondevano bene. Provò con quelle dei piedi. Aveva qualche difficoltà con quelle del piede destro. Per l’esattezza, non riusciva a sentirle. Era come se non esistessero più. Provò quindi a muovere il braccio destro. Faceva male a muoverlo, ma si muoveva. Con quello sinistro andava un po’ meglio. Le gambe invece non volevano saperne. Doveva essersele rotte entrambe. Un gran brutto guaio.

Vidar si vide perduto, cadavere. Per un attimo desiderò esserlo. Essere divorato da una tigre nella giungla non doveva essere peggio che morire di fame e sete, da solo, nel buio di una caverna. Rimpiangeva persino di non essersi beccato una pallottola al villaggio durante la sparatoria. Invece il buio freddo e umido lo costringeva a riflettere sul suo peggiore incubo: la claustrofobia.

Era impossibile misurare lo scorrere del tempo. Avrebbe potuto guardare l’orologio, ma non ne aveva né la voglia né le forze. Intanto la luce che scendeva dalla crepa in alto diminuiva rapidamente. Stava scendendo la notte. Il pensiero di passare una notte là sotto, al buio assoluto, rischiava di farlo impazzire. Già mille rumori, probabilmente immaginati, gli affollavano la mente.

Ad un certo momento ebbe la percezione di qualcosa che stava strisciando verso di lui.

Un brivido corse lungo la schiena. Si scoprì stavolta incapace di urlare, come se avesse esaurito l’aria nei polmoni. Rimase immobile, in ascolto. Non c’era nessun rumore, doveva esserselo immaginato.

Quel terrore improvviso servì almeno a scuoterlo un po’. Riuscì a tirarsi un po’ su e a mettersi seduto. Ormai la luce era davvero poca, insufficiente quasi per guardarsi le dita. Si frugò in tasca. Il contatto delle dita con l’accendino e il pacchetto di sigarette gli restituì un po’ di sicurezza. La fiammella gettò un alone spettrale tutto attorno. Si accese una sigaretta e si guardò intorno, muovendosi con estrema lentezza. C’era qualche ramo spezzato vicino a lui, avrebbe potuto accendere un piccolo falò. Ne raccolse un po’, poi tirò fuori alcune inutili banconote dal portafoglio e in qualche minuto riuscì ad ottenere un rassicurante e caldo bagliore. Gettò distrattamente un’occhiata al corpo enorme ed inerte della tigre, accanto a lui. Avrebbe avuto anche qualcosa da mangiare se fosse riuscito a procurarsi qualcosa di tagliente; un bel sasso affilato, per esempio. Era ripugnante tagliare quella carne sanguinolenta e metterla sul fuoco per arrostirla un po’, ma lo stomaco non poteva aspettare oltre. In fondo il sapore non era così malvagio, anche se la cottura lasciava a desiderare.

Calmata la pancia e recuperate un po’ di forze, scoprì di riuscire a trascinarsi per qualche metro, pur con molta pena. Sentiva freddo e brividi in tutto il corpo. Doveva avere la febbre.

C’erano altri rametti sparsi attorno, e dovevano esserci altre cose combustibili più in là. Tolse un ramo dal fuoco e, tenendolo a mo’ di torcia, si avventurò nell’oscurità.

Ad un certo punto la urtò con un gomito. Si girò di scatto. Guardò l’oggetto, luccicante sotto la luce del fuoco, con incredulità.

Era una capsula Mavisan.

Esaminò con cura la capsula. Era un modello piuttosto vecchio, uno dei primi utilizzati negli ospedali più di un ventennio prima. Vidar non era un esperto, ma sapeva che quegli affari erano costruiti per durare praticamente in eterno. Avevano un consumo di energia irrilevante; una batteria alla carica massima garantiva un funzionamento per almeno un paio di secoli.

Aveva sentito parlare di alcuni strani eremiti moderni che si ritiravano in luoghi impervi, estremi, portandosi dietro capsule Mavisan. Oramai – pensò con ironia – neanche gli asceti avevano più la pazienza di aspettare da svegli l’Illuminazione. Questa considerazione lo fece sorridere. Queste persone provenivano soprattutto dal ricco Occidente e si concedevano lunghissimi periodi di “assenza dal mondo”, passati in stato criogenico, per risvegliarsi in un qualche futuro con la speranza di trovare un mondo migliore o qualcosa del genere. Alcuni di loro sostenevano che era possibile trovare in un sonno di ghiaccio quella calma interiore irraggiungibile in qualsiasi altro stato meno definitivo della morte. Non c’era nulla di scientifico e Vidar aveva sempre pensato che fosse un po’ folle tutto ciò, che si trattasse forse di una delle tante leggende metropolitane. Pareva invece che si fosse imbattuto in una di quelle “leggende metropolitane”. Non c’era altra spiegazione logica per la presenza di una capsula funzionante in quel luogo sperduto.

La capsula sembrava infatti in buono stato. Era chiusa. Appena sfiorò il display che si trovava sul lato destro, subito si illuminò il quadro di controllo. Il coperchio si sollevò lentamente, con un sibilo familiare. Vidar accese un altro legno per avere più luce. Tirò un sospiro di sollievo. Era vuota.

Un rumore improvviso lo fece sobbalzare. Per poco il fuoco non gli cadde all’interno imbottito della capsula.

Si voltò di scatto.

Non c’era nessuno.

Vidar si sedette, la schiena appoggiata al metallo. Pensò alla serie di casi che lo avevano condotto in quella situazione assurda.

Cosa fosse accaduto dal momento in cui aveva chiuso gli occhi sul treno per Lom fino a quando si era risvegliato nella giungla con un’arma puntata alla testa, era un mistero. Si figurò un tragico errore umano, una capsula – creduta vuota – che veniva inviata in qualche paese asiatico per la rottamazione, e che finiva nelle mani di guerriglieri. Con una certa frequenza le capsule sui treni venivano rinnovate; quelle vecchie venivano probabilmente rivendute o regalate al terzo mondo. Ad ogni modo era inutile interrogarsi troppo; non ne sarebbe venuto mai a capo se non tornando alla civiltà.

Da quando si era svegliato non aveva avuto un solo attimo di pace. Calci, pallottole, fughe, tigri. Si sentiva stremato. Sapeva che non sarebbe mai uscito vivo da quella giungla, anche ammesso che fosse uscito da quella caverna spaventosa. Sapeva che erano scarse anche le sue possibilità di sopravvivere fino all’indomani. La caverna pareva immensa e piena di pericoli. Chissà quali animali, piccoli o grandi, sicuramente letali, vi abitavano. Se li sentiva tutti attorno che lo osservavano.

Fu allora che cominciò a pensare a quell’idea…

All’inizio la respinse subito come una follia.

Era strano che proprio ad un claustrofobico come lui fosse venuta quell’idea, anche se la situazione non era certo delle più normali.

Si tastò le gambe. Il dolore era quasi insopportabile. Ma chi stava prendendo in giro? Non ne sarebbe mai uscito vivo.

Aveva però qualche possibilità non esattamente da vivo…

Gettò a terra la torcia improvvisata e si arrampicò, con grande sforzo. Riuscì dopo molti tentativi ad infilarsi nella capsula. L’imbottitura era comoda ed odorava quasi di nuovo. Era rimasta sigillata a lungo, ma era chiaro che era già stata usata. La batteria indicava una carica al 91 per cento.

Premette un pulsante dall’interno e lo sportello iniziò lentamente a chiudersi, mentre una luce azzurrina soffusa, proveniente da un neon che faceva da orlo alla sua figura, aumentava gradualmente d’intensità. Aspettò ancora qualche minuto, dopo che il coperchio fu chiuso, a premere il pulsante per iniziare il processo criogenico. Fissata con del nastro adesivo, proprio davanti ad i suoi occhi, c’era l’immagine di una qualche divinità esotica seduta a gambe incrociate. Sullo sfondo si intuiva una foresta sacra. I colori erano molto vivaci. Lo sguardo della divinità, che aveva una bellezza androgina e la pelle di uno strano colore, era molto dolce e rassicurante. Sotto spiccava una scritta in un alfabeto sconosciuto. L’ipotesi che la capsula fosse appartenuta ad un eremita moderno era sempre più plausibile. Chissà cosa l’aveva spinto ad interrompere il suo sonno criogenico. Di solito questi individui programmavano “sonni” di almeno un secolo. Questo pensiero era poco rassicurante…

La capsula poteva essere programmata per un risveglio automatico, ma questo non poteva avvenire prima di una decina di anni. Poteva programmarlo soltanto di decennio in decennio: venti, trenta, quaranta… fino all’infinito in via teorica. Era strano pensare che, se nessuno lo avesse svegliato prima, si sarebbe fatto un sonno lungo dieci anni. Al massimo aveva dormito per dieci ore, fino a quel momento. Sperò di non avere incubi. Dieci anni erano un sacco di tempo.

Cosa avrebbe trovato al risveglio? Una capsula Mavisan era, in un certo senso, così simile ad una macchina del tempo…

Tornò a guardare la divinità sconosciuta. Pensò che non era male addormentarsi con quell’immagine davanti agli occhi, ma nel portafoglio aveva qualcosa di meglio. Tirò fuori la foto di Sonja – era curioso pensare che l’ultima volta che l’aveva vista era stata su una panchina della stazione di Beitenfossen poco prima di entrare in un’analoga capsula – la sostituì alla divinità sconosciuta, staccando con attenzione il nastro e riutilizzandolo per fissare la foto. Mentre chiudeva gli occhi dolcemente, Sonja tornava a sorridergli da un tempo e da un luogo lontano.

Firenze, 11 marzo – 23 ottobre 2007

Massimo Acciai

Commenti

Berenice - Martedi, 13 Aprile, 2010 alle ore 04:08:18

commento: Anch'io sono capitata qui da un test sulla velocità di lettura e quindi non posso che complimentarmi con l'autore per la capacità di catturare l'attenzione: sono le 4, mi attendono 5 ore di sonno, non avrei cercato ansiosamente il racconti integrale su Google se non mi avesse colpito.
Però condivido alcune delle critiche che ti sono state fatte: mi sembra che gli elementi del tuo racconto siano un po' giustapposti, accenni a tante cose senza approfondire particolari che ci sarebbe invece piaciuto leggere.
Per esempio: quegli accenni alle poche tragedie capitate con le capsule?? I riferimenti volutamente vaghi starebbero benissimo se questo fosse l'incipit di un romanzo, perché così il lettore resta con la curiosità di sapere a cosa ti riferisci, ma così restano accenni buttati lì senza che dietro ci sia niente.
Oppure: il risveglio in mezzo a gente straniera, la sparatoria, il villaggio, bidoni di carburante che saltano, la giungla, i passi la tigre la caduta la cenetta la capsula... anche qua non so, avrei scelto metà di questi elementi ma approfondendoli bene. Quello della tigre che gli para la caduta per esempio mi sembra un espediente fin troppo facile, così come cacciare Vidar giù in fondo a una caverna, così che la scelta di infilarsi nella capsula sia obbligata. Perché invece non soffermarsi sul momento del suo risveglio? Qualcuno deve aver aperto la sua capsula volontariamente, no? Perché? Cosa vogliono da lui?
O anche: perché la capsula che trova si può programmare solo a intervalli di dieci anni, quando invece vengono usate anche per viaggi di 20 minuti? Io ho pensato che sia una caratteristica dei modelli vecchi, ma ce lo devi dire tu, altrimenti così resta semplicemente un'altra incongruenza.
Insomma: gran bel racconto, ma sarebbe bello che lo rendessi un romanzo a tutto tondo, tappando tutti i buchi e anzi sfruttandoli come occasioni per espandere questa tua (ottima) idea a 360 gradi!


fusion - Sabato, 26 Dicembre, 2009 alle ore 18:13:07


commento: Racconto scritto bene, con una trama notevolmente debitrice di Dick e King, ma con uno splendido finale. Personalmene non avrei fatto mangiare la carne di tigre al protagonista perché normalmente questo sarebbe un atto da compiersi solo in preda alla disperazione per fame, mentre mi sembra di capire che dopo la caduta passino poche ore. Ma questa è una considerazione a margine. In realtà quello che non si capisce (benché verso la fine cerchi di aggiustare le cose) è se, quando prende il treno, il protagonista venga congelato e per vari errori risvegliato "già" in un futuro più o meno lontato. Mi sembra che tu abbia avuto tarivamente l'idea di far addormentare Vidar alla fine, spostando così il racconto su toni più psicologici, mentre inizialmente hai concepito la trama in maniera più fantascientifica, pensando forse che il protagonista si sarebbe, suo malgrado, risvegliato dopo centinaia di anni in un terribile futuro.

 

Irene - Mercoledi, 9 Dicembre, 2009 alle ore 22:55:00

commento: A me è piaciuto il finale aperto, è come se proiettasse un futuro che è "congelato" anch'esso... insomma, cosa succederà? Non è importante, è come se fossimo sospesi anche noi in una capsula, forse tra 10 anni lo sapremo, forse no... L'unica cosa che non mi ha convinta è stato come mai si trovi con un'arma puntata alla fronte... e l'inseguimento con la tigre che cade, e para la caduta del protagonista, e poi la mangia con un sasso che trova guardacaso proprio lì mi sembrava un po' sbrigativo... Comunque mi prendo la raccolta di racconti, mi è piaciuto molto!

 

Moma88 - Martedi, 24 Novembre, 2009 alle ore 01:36:07

commento: Ma adesso voglio leggere come va a finire!
Io in genere qundo compro un libro non lo scelgo per genere o per scrittore, ma lo scelgo in base a com'è scritto, apro una pagina a caso, leggo, se mi trascina nella storia il venti righe quel libro sarà mio.
Ecco, questo racconto mi sembra una di quelle pagine centrali: ti afferra, ti trascina nel racconto quasi di prepotenza e contina a trascinarti sempre più velocemente fino a quando non è più il racconto a trascinarti ma sei tu a correre come un pazzo con l'ansia di volerne ancora e sempre di più.
Ma poi si blocca, e li è come andare a sbattere contro un muro di mattoni...
Aia...
Non mi sono mai rotta il naso con così tanto piacere!

 

massimoacciai - Martedi, 6 Ottobre, 2009 alle ore 10:18:08

commento: Sono stupito e commosso: avete commentato davvero in tanti! Sono anche felice che il racconto sia piaciuto ed approfitto per chiarire un paio di punti che sono venuti fuori. Innanzitutto il finale: non saprei cosa ritrova il protagonista al suo risveglio (certo non più il suo vecchio mondo, e questo è un po' triste) ma comunque andrà a finire bene perché a me piace il lieto fine :-)
Interessante l'obiezione di Denise a questo "futuro ipertecnologico". Non si tratta in realtà di un futuro (anche se ho lasciato volutamente l'ambiguità) ma di un "presente alternativo", in cui la criogenia si è sviluppata più di altri campi scientifici (in questo mondo alternativo ad esempio non si è sviluppata l'ingegneria spaziale, perché la scienza è andata verso altri campi di studi).
Un saluto a tutti
Massimo

 

massimo69 - Venerdi, 4 Settembre, 2009 alle ore 11:37:11

commento: Scritto molto bene. Un Italiano perfetto. Racconto che ti prende fin dall'inizio, ma lascia con l'amaro in bocca.
Scrivo anch'io libri e racconto e so quanto sia difficile imbastire una trama e poi tirare tutti i fili.
Hai lanciato tanti sassi nei posti giusti, ma alla fine hai nascosto sempre le mani.
Comunque spero in una continuazione...Ciao.

 

Antonella - Venerdi, 14 Agosto, 2009 alle ore 13:06:17

commento: Molto bello il racconto!!! Mi dispiace però che manchi di fine (spero lieta), se ci fosse un seguito lo verrei qui a leggere!!! Mi ha preso molto il racconto, anche se spero che nel futuro non vengano immesse queste capsule Mavisan, perchè sarebbe davvero spaventoso!!!
Ciao a tutti,
Antonella

 

applejuice - Lunedi, 15 Giugno, 2009 alle ore 19:50:53

è molto bello, complimenti! il finale è qll ke mi è piaciuto d +...è molto dolce...hai pensato di scrivere il seguito?io lo verrei sicuramente a leggere!

 

Simone - Giovedi, 30 Aprile, 2009 alle ore 00:43:32

commento: Interessante, il racconto prende fin dal primo momentoVorrei sapere come finisce la storia!Il racconto scorre bene e prende il lettore con forza senza sconvorgerlo e lo trasporta nella jungla.Il brano sa dare un ritmo e una velocità anche a chi lo legge.Anche se qualche puntorimane  ermetico la fossa e qualcosa pare messa li per giustificarne altre(la tigre) lo ritengo buono.Vorrei avere qualche libro di questo scrittore.E comunque ripeto manca il finale (speriamo lieto) Bravo

 

Denise - Venerdi, 17 Aprile, 2009 alle ore 09:26:52

commento: Mi permetto di lasciare un commento per focalizzare l'attenzione in particolare su alcuni elementi presenti nel racconto che personalmente trovo un po' discordanti.
Mi spiego: siamo in un ipotetico futuro o mondo ipertecnologico dove vi sono capsule criogeniche quindi mi pare un po' strano sentire parlare semplicemente di libri o foto cartacee stropicciate. Sarebbe stato più coerente parlare, che so', di mini schermi portatili multimediali o palmari superaccessoriati. Allo stesso modo la descrizione della stazione mi è sembrata un po' classica. Una sala d'aspetto confortevole con poltrone hitec e distributori automatici di tutto sarebbe stata più coerente rispetto ad una semplice panchina lungo i binari.
Comunque ho letto volentieri questo racconto e mi ha donato qualche minuto di relax dal lavoro.

 

disincantatadallarealtà - Mercoledi, 15 Aprile, 2009 alle ore 23:05:10


commento: bellissimo    come quasi tutti ho letto la prima parte del racconto in un test e subito ho voluto leggere la continuazione. io leggo molto ma di solito sono molto critica. certo questo racconto non è al pari di harry potter ma è davvero fantastico  è scritto bene xke di solito quello ke conta non è tanto la storia ma come è scritta! sono contenta di aver trovato questo sito dove finalmente posso dire ke amo leggere senza paura di essere presa x scema!!     il finale mi è piaciuto molto...così quest sera quando andrò a dormire prima di addormentarmi penserò a ke fine possa aver fatto Vidar..non è questi il compito dei libri? STIMOLARE LA FANTASIA!!!!! un bacione a tutti soprattutto allo scrittore!!!!!!!!!!!!!

 

marina - Lunedi, 16 Febbraio, 2009 alle ore 22:17:56

commento: beh accattivante e intraprendente la prima parte, che cattura l'attenzione. un pò frettolosa la parte in cui accende le banconote e si rifocilla. bello il finale anche se non sarebbe male continuare l'opera: con il risveglio!

 

Keroro - Martedi, 27 Gennaio, 2009 alle ore 23:52:53

commento: E' un racconto bellissimo, peccato che sia solo un racconto e non un libro... Complimenti vivissimi, già la primissima parte letta in un test mi ha affascinato, meno male che hanno messo il link per leggere tutto il racconto, ero proprio curioso di sapere come sarebbe andata a finire...

 

lara - Sabato, 20 Dicembre, 2008 alle ore 16:58:41

commento: La storia è molto bella, coinvolgente dall'inizio alla fine. Ho apprezzato molto la tecnica descrittiva e in merito alla fine  per me va bene anche così, in questo modo l'autore lascia libero sfogo alla nostra fantasia, perchè servire sempre tutto in un piatto d'argento? E' giusto che ognuno esprima cio' che vuole con estrema libertà e che gli altri interpretino alla stessa maniera, con libertà ma soprattutto con rispetto.



francesca - Domenica, 14 Dicembre, 2008 alle ore 11:04:16

commento: c'e' qualcosa di semplice e accattivante nel modo in cui scrivi,senza artifici o fronzoli..ma cmq rendi vivide le immagini.mi e' piaciuto molto.bravo davvero.

 

Fabio - Giovedi, 4 Dicembre, 2008 alle ore 21:41:19


commento: Nonostante non sia un gran lettore ho apprezzato molto il racconto fin dalle prime righe che ho trovato pure io come molti altri in un test e ho proprio avuto il bisogno di trovare il testo completo (all'inizio credevo fosse un libro) Complimenti, davvero ben sviluppato! =)


John Falco - Sabato, 22 Novembre, 2008 alle ore 20:46:55

commento: Davvero complimenti. Sono sbalordito. E' un racconto davvero ben fatto. E' avvincente ed intrigrante: ti prende si dalle prime righe e non riesci a smettere di leggerlo. Per non parlare di come è scritto: le parole creano tutt'intorno gli ambienti vissuti da Vidar, le sue sensazioni, i suoi dubbi... Davvero eccezionale. Ora però ci vuole un seguito dello stesso livello. Nnon vedo l'ora di leggerlo.

 

massimoacciai - Giovedi, 30 Ottobre, 2008 alle ore 12:49:53

commento: Ricapito qui dopo vari mesi. Innanzitutto un grazie di cuore a tutti coloro che hanno letto questo racconto, non pensavo che avrebbe dato origine a tanti commenti, moltissimi davvero interessanti. Piace anche a me l'interpretazione di Alessandra, alla quale non avevo pensato sinceramente. In effetti potrei anche proseguirlo, potrebbe addirittura divenire un romanzo (non sono mai riuscito a scrivere romanzi...). Per chi volesse leggere altre cose mie, magari in cartaceo, segnalo la mia raccolta di racconti (che comprende un romanzo breve) di genere fantastico-fantascientifico "Di chi è la Luna?", che ho da poco pubblicato con ilmiolibro.it (http://ilmiolibro.kataweb.it/libro.asp?id=52461). Un grazie di cuore anche ad Andrea Mucciolo che ha dato celebrità a questo racconto, a presto

 

_Marta* - Venerdi, 24 Ottobre, 2008 alle ore 14:05:56

commento: è davvero un racconto molto bello, intrigante e scritto molto bene..
Adesso, Aspetto il seguito, cosa trova Vidar al suo risveglio..
è qst il bello, lascia molte domande in sospeso..
Complimenti!! :D


Alice - Mercoledi, 8 Ottobre, 2008 alle ore 19:20:05


commento: bello, un racconto breve esemplare, il finale lo valorizza ancora di più ( per chi non lo apprezza: non potete avere sempre la pappa pronta!!) peccato solo la scrittura un pochino grezza.

 

francesco - Venerdi, 3 Ottobre, 2008 alle ore 18:27:23

commento: sembra incompleto... lascia troppi dubbi secondo me avrebbe dovuto trovare un finale degno della storia e non lasciare al lettore il compito di completarla con la sua immaginazione

 

lalla - Mercoledi, 1 Ottobre, 2008 alle ore 10:19:56

commento: Racconto avvincente. Anche io ho letto questa storia dopo aver fatto il test. Come molte delle persone che hanno scritto i commenti, trovo che sembra un racconto incompleto. Possibile che finisca così?

 

alice - Giovedi, 25 Settembre, 2008 alle ore 16:32:40

commento: una bellissima favola moderna con tanta fantasia e molto coinvolgente emotivamente. domani sara' proprio cosi': un viaggio senza tempo e nel tempo. ottimo racconto. a quando il prossimo?  

 

sgfddfff - Giovedi, 4 Settembre, 2008 alle ore 10:32:50

commento: guardate però che vidar si è ibernato prima di prendere il treno, per non passare la notte in stazione, perciò è impossibile che il risveglio ci sia una volta arrivato a destinazione!

 

tolmino - Venerdi, 22 Agosto, 2008 alle ore 16:17:16

commento: appartengo alla schiera di quelli arrivati dal test :-) .... il racconto è carino , fà venire voglia di leggere tutta la storia ... perchè c'è una storia vero ? non finisce cosi vero ?

 

36426-5 - Giovedi, 24 Luglio, 2008 alle ore 12:34:00

commento: mah, ancora non ho capito il significato di questo brano...
che senso ha???
questo fantomatico tizio si sveglia, dopo un sonno criogenico, in un posto diverso (perchè? l'autore ha omesso questo piccolo particolare; oppure si trova lì per la rottamazione della capsula?), poi scappando scappando si va a mettere di nuovo in una capsula, così poi dopo 10 anni deve svegliarsi e trovare un modo per uscire da quella grotta, oppure per finire tra le mani dei marziani...
l'autore quindi lascia molto all'interpretazione personale, il commento di alessandra per questo è il più sensato.

 

Matte 92 - Venerdi, 11 Luglio, 2008 alle ore 21:37:35

commento: è davvero bello questo racconto..e sn sicuro ke sia giusto così il finale.. xk ognuno possa sbizzarrirsi cn la fantasia..secondo me xo è stato un sogno completamente distaccato dalla realtà..e l'impossibiltà dell'utilizzo delle gambe non è colleggato agli effetti dell'ibernazione..e ad essere sincero ank io prima di leggere il finale pensavo fosse andato avanti di centinaia di anni per errore..cmq davvero un ottimo racconto!! Matte 92

 

Teresa - Lunedi, 7 Luglio, 2008 alle ore 16:49:34

commento: Mi piace!!!Molto interessante. Ma come và a finire?!!!uffa!Sono andata a fare 1 test e poi lo son venuta a leggere tutto,però non m'avete fatto passare la curiosità. Cmq sn daccordo cn Alessandra...xkè ank'io pensavo ke stava semplicemente sognando.Bòh! :( Cmq complimenti! Ciao ;)

 

Alessandro - Lunedi, 30 Giugno, 2008 alle ore 22:54:34


commento: Anche io, come altri, ho trovato una parte del racconto in  un test online sulla velocità di lettura, mi ha appasionato e sono venuto a leggerlo tutto.
MAGNIFICO RACCONTO, complimenti veramente.
Solo ..... anche io speravo in un finale più tradizionale.
P.S. comunque mi piace molto l' interpretazione data dalla mia omonima.

 

psyca - Martedi, 24 Giugno, 2008 alle ore 17:08:38

commento: emozionante!!!
Chissà se l'autore (dr. Acciai) legge ancora tutti i commenti? sono trascorsi 9 mesi e questo racconto è ancora oggetto di lettura da parte di molti. sul web è un eccellente risultato.
Complimenti.
Credo che in un futuro non molto lontano ci sarà un suo libro in casa mia.

 

elle - Lunedi, 16 Giugno, 2008 alle ore 12:31:28

commento: bhe.. complimenti! In effetti io sono tutt'altro che un'esperta, ma mi piace molto leggere, possibilmente narrativa, di quella avvincente. E questo lo e' in pieno! Ho letto troppi libri in cui l'umorismo e' eccessivo e forzato o altri in cui e' noiosamente assente: in questo brano mi smebra ce ne sia una perfetta dose! Curiosa di sapere cosa fosse successso ma.. Ancora complimenti!

 

christall - Giovedi, 5 Giugno, 2008 alle ore 11:49:28

commento: coinvolgente,però inconcluso...dove era finito ! e se era finito in una specie di buca come pensava o ki pensava lo avrebbe ritrovato?

 

margot - Martedi, 3 Giugno, 2008 alle ore 18:14:51

commento: La tua interpretazione,alessandra,è dovuta ad una capacità di ragionamento elevata...qnd secondo me sei molto perspicace!!!nn l'avevo affatto pensata sotto qst aspetto ma è plausibile!!!io credevo ke fosse rimasto addormentato +a lungo del previsto e per qst si era risvegliato qlk anno dp se nn secoli dopo...altrimenti nn saprei cm spiegare il santino all'interno di una capsula!anzi,il fatto ke gli eremiti rimanessero addormentati x secoli e ke qnd 1 di essi avrebbe potuto lasciare vuota la capsula una volta ultimato il suo viaggio spirituale e cronologico m convince sempre di + della teoria ke ho appena elaborato!cmq complimenti ale!d'altronde ogni racconto deve poter essere liberamente interpretato...ognuno ci vede ciò ke reputa +convincente!baci(scusate x la lunghezza del commento!)

 

laura - Venerdi, 30 Maggio, 2008 alle ore 22:08:23

commento: il racconto è bellissimo anche se (o proprio perchè) mette addosso una sensazione di inquietudine....mi piace molto poi il commento-interpretazione di Alessandra...alla fine gli incubi li creiamo noi, se guardiamo le cose con razionalità tutto si può aggiustare e il protagonista alla fine si sveglia...comunque anche se non è questa l'idea base di Massimo il racconto è bello bello bello e avvincente

 

Giuly - Venerdi, 9 Maggio, 2008 alle ore 12:48:21

commento: meraviglioso....il finale poi mi ha fatto venire la pelle d'oca, a mio parere l'autore voleva farci riflettere su qunate cose diamo x scontato nella nostra vita quotidiana....e come in un attimo tutto può cambiare.

 

Alessandra - Domenica, 20 Aprile, 2008 alle ore 12:37:58


commento: Molto bello, anche se al contrario degli altri per me un finale lo ha: lui si è sognato tutto mentre era nella capsula, infatti il freddo e il fatto che non si sentiva parti del corpo è dato dall'ibernazione, così come la sensazione di claustrofobia è data dal fatto che si trovava in un luogo chiuso, la luce della caverna che si fa via via più fioca è data dal fatto che si sta definitivamente addormentanto; e la frase finale "Mentre chiudeva gli occhi dolcemente, Sonja tornava a sorridergli da un tempo e da un luogo lontano." vuol dire che arrivato a destinazione col treno, mentre si risveglia dall'ibernazione, vede Sonya che gli sorride. Qualcuno è d'accordo con me??? Comunque molto molto bello!!!

 

...ila... - Martedi, 8 Aprile, 2008 alle ore 18:20:18

commento: veramente bello...speriamo ci sia un seguito però...non è giusto che finisca così!!!!

 

vale - Venerdi, 4 Aprile, 2008 alle ore 16:15:19

commento: la storia in se era anche bella, ma come puo' finire cosi'????
dai.. nn si scopre neanche come sia finito in quel posto.. niente di niente..
son rimasta delusa..

 

Benjamin - Lunedi, 31 Marzo, 2008 alle ore 13:01:44


commento: Davvero magnifico! Dall'inizio sino alla fine davvero magnifico!

Complimenti all'autore, per l'originalità della storia, per la scrittura asciutta e dinamica e per un finale aperto che lascia spazio all'immaginazione del lettore! Non si sarebbe potuto fare di meglio.

 

spleenlady - Giovedi, 27 Marzo, 2008 alle ore 21:07:26

commento: meraviglioso! un racconto molto avvincente...unico problema:voglio sapere come va a finire!!

 

Samantina - Mercoledi, 26 Marzo, 2008 alle ore 01:27:59

commento: bellissimo, letto tutto d'un fiato..affascinante..

 

Freddie89 - Lunedi, 24 Marzo, 2008 alle ore 01:44:50

commento: NOOOOO... PERCHE' FINISCE COSI....?

 

Michela - Lunedi, 24 Marzo, 2008 alle ore 08:57:31


commento: Coinvolgente, appassionante ! Avrei preferito un finale "canonico" però !

 

Sara - Mercoledi, 19 Marzo, 2008 alle ore 10:45:22

commento: Wow...bellissimo...l'ho letto stravelocemente...però non ho ben capito il finale anche se così ad effetto rende meglio...

 

virgy - Sabato, 15 Marzo, 2008 alle ore 15:04:38

commento: Di solito non amo i racconti di avventura ma questo mi è piaciuto perché non solo è entusiasmante ma a tratti mi ha fatto anche sorridere. Complimenti Massimo!
Volevo anche dire ai lettori che non hanno apprezzato il finale aperto che, secondo me, è la proprio quella la parte migliore perché dà a noi la possibilità di immaginare il finale che ci piace di più!!

 

karmy - Mercoledi, 12 Marzo, 2008 alle ore 19:24:59

commento: complimenti, una storia davvero molto bella ed avvincente peccato che non si sa come va a finire!

 

cikaboom - Martedi, 11 Marzo, 2008 alle ore 11:20:02

commento: entusiasmante.

 

gisiks - Lunedi, 10 Marzo, 2008 alle ore 23:49:47

commento: Bravo! La mancanza del finale fa un po' soffrire, ma forse il racconto è così bello anche per questo!

 

miaka71 - Giovedi, 6 Marzo, 2008 alle ore 13:08:24

commento: a me è piaciuto molto adoro leggere ma...mi sarebbe piaciuto sapere csa gli è accaduto!si è forse risvegliato nel futuro!?esiste il libro x intero?vorrei di si csi lo acquisto subito!!!

 

giulero - Giovedi, 6 Marzo, 2008 alle ore 10:51:40

commento: racconto eccitante. ottime le descrizioni e capacissime di far vivere al lettore la confusione e lo stato d'animo del protagonista. aprezzabilissima la scelta di scrivere i pensieri lentamente e gli accadimenti velocemente! linguagio pulito e diretto. veramente niente male. peccato non sapere cosa sia accaduto, cosi non si capisce l'itendimento dell'autore

 

rosaria89 - Mercoledi, 5 Marzo, 2008 alle ore 14:42:16

commento: bellissima storia... sn rimasta sl un po' delusa dal finale, mi aspettavo qlk di diverso...

 

Queltalas - Martedi, 4 Marzo, 2008 alle ore 12:31:28

commento: Io non l'ho capito... che fine ha fatto e perchè è arrivato lì? forse un minimo di spiegazioni avrebbe aiutato ad apprezzarlo meglio...

 

Fausto - Venerdi, 29 Febbraio, 2008 alle ore 15:56:43

commento: Anche io come Chiara avevo letto la prima parte su un test di velocità di lettura...mi sono trovato davanti ad un desiserio irrefrenabile di trovare il resto, eppure di solito leggo poco. Complimenti!

 

patrik111 - Mercoledi, 27 Febbraio, 2008 alle ore 22:14:57

commento: Anche se non proprio un finale rosa speravo almeno di sapere che fine avrebbe fatto il tizio. Quando si sarebbe svegliato, chi lo avrebbe svegliato e cosa avrebbe trovato.

 

Chiara - Mercoledi, 27 Febbraio, 2008 alle ore 19:09:54

commento: Bello!!! Ho cercato il racconto furiosamente su internet dopo che in un test online sulla velocità di lettura avevo letto la prima parte. Però.. finisce proprio così?? O c'è un finale? Dai dicci dove possiamo trovarlo!

 

Elena - Sabato, 23 Febbraio, 2008 alle ore 15:12:13

commento: Ho apprezzato molto il racconto.
Complimenti!

 

Da: Massimo - Domenica, 17 Febbraio, 2008 alle ore 21:26:46

commento: Grazie per i commenti, felice che il racconto sia piaciuto ;-)
Un saluto a tutti
Massimo

 

Da: Salvo - 4-02-08 - 10,57

commento: Bellissima storia, adrenalinica, claustrofobica, mai scontata. Quasi un monito a non fidarci delle tecnologie che ci deumanizzano in qualche modo. Vorrei sapere dove è possibile leggere il finale, se magari è stato pubblicato altrove. Ancora complimenti.

 

Da: giovanni - 26-01-08, 10,56

commento: Veramente coinvolgente, l'ho letto tutto di un fiato peccato che è finito presto...complimenti!!!