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di Tacimba
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Sveglia alle 4.30, un' abbondante colazione all' aperto, ancora sotto un cielo stellato avvolgente. Siamo pronti per affrontare i 60 km. di sterrato con il nostro fuoristrada, per raggiungere, prima dell' alba, Sesriem, la porta d' ingresso ad un luogo incredibile del nostro pianeta. Ecco i primi raggi del sole, ed ecco i primi colori, le prime forme modellate continuamente dal vento. E' sabbia viva, che si muove, padrona di tutto quello che gli sta intorno. L' adrenalina sale a 1000, siamo pronti per l' ascesa, stando attenti a non "disordinare" la sabbia che crea onde affascinanti ad ogni nostro passo. Saliamo nel silenzio più totale, vento, spazi infiniti. Ci sembra di essere dentro un libro di avventure che racconta le straordinarie traversate nel deserto delle carovane di esploratori. Intanto il sole inizia a bruciare la terra, come se fosse una punizione divina. Cerchiamo ombra, ma i pochi alberi rimasti ricordano più che altro personaggi mitici, forse sono loro i guardiani di questa valle. Proseguiamo avanti, vogliamo raggiungere la nostra meta, come facevano gli esploratori, forse odiando, ma anche amando questo incredibile "mondo", comunque consapevoli che per sopravvivere in un luogo del genere, e' importante avere un grande rispetto della natura.
Continuiamo a camminare, e ad un certo punto qualcosa ci avvolge in una grande ombra. Ombra? In questo grande niente. Spaventati all' inizio, ma anche contenti di essere per un attimo protetti da un sole cocente, ci accorgiamo di una mongolfiera, che silenziosa e maestosa, domina dall' alto questo mare infinito di sabbia. Avventurieri dell' aria, carovane di uomini e cammelli carichi di mercanzie,...sembra veramente di essere dentro un libro di avventure....
Mi avevano detto: farai tanti chilometri, senza incontrare nessuno, ti stancherai, sarà monotono! Io, in silenzio, ascoltavo. Dentro di me saliva la carica giusta per sfidare qualsiasi monotonia. Era quello che volevo, intorno a me solo paesaggi immensi, colori veri ed in continuo cambiamento, sfidare lo sterrato con la calma necessaria per godersi questo niente, fermarsi per ascoltare il silenzio.....

Centinaia di chilometri senza incontrare nessuno, poi all' improvviso, in lontananza, all' orizzonte, come qualcosa di irreale...come sospeso tra la terra e il cielo, sospinto da una forza sconosciuta.....
ancora niente, continuiamo a seguire la strada controllando la mappa, tra circa 200 chilometri incontreremo un incrocio, più o meno quattro ore, benissimo, abbiamo tutto il tempo per goderci questo spettacolo in diretta, con calma, senza interruzioni di nessun tipo, abbiamo da bere e mangiare. Questo incrocio ha un nome, Solitaire, si può già immaginare dove ci troviamo. Sulla mappa è segnalato come se fosse quasi un paese, in realtà sembra di essere arrivati alla fine del mondo, il classico posto che raggiungi solo se lo vuoi, non per caso. Sembra di essere tornati indietro nel tempo, forse all' epoca dei coloni. Dietro il banco dell' unico bar, alimentari, ferramenta, benzinaio,... insomma l' unico posto nel giro di centinaia di chilometri per poter fare provviste, un uomo alto, grosso, capelli e barba di color sabbia deserto tendente al rossiccio, viso consumato dal sole e dal vento, una figura perfetta per il luogo in cui ci troviamo, ci saluta con un gran sorriso. Potrebbe essere veramente lì dai tempi dei primi coloni!!! Chiaramente non poteva mancare un piccolo negozio di souvenir ed un campeggio, addirittura con una pista di atterraggio in lotta col deserto. L' unico aereo presente in quel momento sembrava anch' esso dei primi tedeschi arrivati in questa zona, forse senza neanche sapere il perchè. Scheletri di auto antiche completavano il paesaggio, vecchi modelli anni sessanta, ormai parte integrante della natura. Fatti due passi per sgranchirci le gambe, scattate qualche decine di fotografie, via che si riparte....
Man mano che ci avviciniamo alla costa l' aria si fà umida. Le zone appena visitate sono tra le più aride del nostro pianeta, e quindi notiamo subito la differenza. Percorsi centinaia di chilometri di strade polverose, accidentate, con slittamenti vari e sassi contro al parabrezza, non ci sembra vero un bell' asfalto. Siamo tornati alla civiltà? Siamo arrivati a Walvis Bay, località balneare molto rinomata tra i locali ma anche da tanti stranieri, sopratutto dalla Germania. Lo stile architettonico è assolutamente tedesco, rimasugli del colonialismo, anche se di antico non vi è rimasto praticamente nulla. Si tratta di una bella e tranquilla cittadina, un misto di stili, molto pulita, ma con una presenza fissa tutto l' anno molto particolare, tanti, tanti fenicotteri, proprio lì, lungo la passeggiata della baia. Prati verdissimi, ville con vista mare, e fenicotteri, che non invidiano certo quelle di altri luoghi ben più famosi. Qualche bel locale dove bere e mangiare, sopratutto il Raft, una palafitta sul mare, dove si incontrano tutti i turisti presenti in città, a mangiare, bere tanta birra e guardare il tramonto. Arrivati in città in tarda mattinata, fatto tutto quello che si poteva fare, compreso aver bevuto un pò troppe Windhoek, la birra locale stile tedesco veramente buona, andiamo a dormire molto presto. Ci aspettano altri sassi contro al parabrezza, spazi infiniti da conquistare, troppa civiltà...mezza giornata può bastare.Alle prime luci dell’ alba si riparte, in direzione nord, verso una zona selvatica, i primi navigatori portoghesi che la raggiunsero la chiamarono As Areias do Inferno, le sabbie dell’ inferno. Oggi è famosa come Skeleton Coast. Un tratto di costa lungo centinaia di chilometri, fino al confine con l’ Angola, pieno di insidie, oceano impetuoso, secche rocciose e sabbie fatali a centinaia di navi ed equipaggi. Scheletri di barche sono presenti lungo tutta la spiaggia, ormai parte integrante del panorama. Partiti da Walvis Bay, passati per Swakopmund, altra bella cittadina famosa per gli sport estivi, corriamo paralleli al mare. La strada è ancora asfaltata, o per lo meno così sembra, perché qui chi comanda è il deserto, che imperterrito avanza, e si mangia tutto quello che gli sta intorno, strada compresa. Siamo a qualche centinaia di metri dalle onde, ma la potenza del mare ed il vento fanno si che tutto si trasformi in fanghiccio, una pioggerellina continua che rende la strada molto scivolosa, siamo avvolti dalla nebbia. In una zona completamente disabitata, ci sembra un miraggio quando, in lontananza, in mezzo al niente, vediamo un punto di ristoro. E’ un bar e B&B, nel deserto, uno di quei classici posti dove non ci si può non fermare. Chi passa da qui si ferma, lascia un suo ricordo, maglietta, capellino oppure, cosa molto tradizionale, compra un mattone per lasciare un segno indelebile del suo passaggio. Migliaia di viaggiatori da tutto il mondo sono passati da qui, è un luogo pieno di storia, di sensazioni, di esperienze personali che il tempo non può cancellare. Chissà, un giorno ritorneremo,… Prima di addentrarci all’ interno è d’ obbligo una tappa a Cape Cross. Un promontorio roccioso con una spiaggia lunghissima colpita ininterrottamente da onde altissime, un luogo incredibile e con una particolarità unica, i suoi abitanti, una colonia stabile tutto l’ anno di otarie del Capo. Circa 500.000 otarie, uniche proprietarie di questa parte del nostro pianeta, una delle colonie più numerose al mondo. In un paesaggio affascinante ed allo stesso tempo inquietante, oltre al fragore delle onde, è il continuo richiamo dei piccoli ed il forte odore che si sente a grande distanza, che ci lasciano stupefatti. Siamo in un altro mondo, incontaminato, fantastico, unico, non è un sogno, è tutto vero, e le decine di piccoli morti, abbandonati dalle mamme o mangiati dalle volpi, ci fanno tornare alla cruda realtà della vita reale del mondo animale. Le lotte fra adulti maschi, una gara a chi fa la voce più grossa, morsi terribili al collo, per conquistarsi l’ harem più numeroso. Tutto lì, davanti ai nostri occhi, spettatori ammaliati da uno spettacolo vero, spettacolo senza fine.

Il viaggio è ancora lungo, si riparte, anche se a malincuore, salutiamo i nostri nuovi amici che a loro volta ci salutano con dei versi incredibilmente forti, per lo meno questa è una nostra presunzione. Ci dirigiamo ancora verso l’ interno, nella zona del Damaraland. Il paesaggio cambia, ci lasciamo alle spalle le bellissime dune di sabbia, la nuda e inquietante Skeleton Coast, cominciamo a salire gli immensi altopiani della Namibia centrale. Anche i colori cambiano in continuazione, il sole si diverte a colorare questa terra indifesa dai suoi raggi, le montagne rocciose, al tramonto, si accendono di un rosso fuoco, i boschi di un verde come nel paese delle fate, ed il cielo, così profondamente blu. La temperatura è più frizzante, si superano i mille metri sul livello del mare, ci stiamo addentrando sempre più nella terra famosa per i suoi animali selvatici che vivono al di fuori dei parchi nazionali. La cosa ci stimola, vogliamo farci altri amici. Tutti lo cercano, ma nessuno lo vede, o per lo meno sono molti pochi, parlo dell’ elefante del Damaraland, molto più piccolo dei suoi fratelli africani di altre zone. Chiaramente non ci facciamo demoralizzare e proseguiamo lungo la strada che continua a salire, sempre più impervia. Lungo il tragitto facciamo un incontro simpatico con dei ragazzi che fanno la spola da una fattoria all’ altra con un carretto d’ altri tempi, almeno per noi, trainata da muli, per offrire la loro manodopera. Ci raccontano che è difficile trovare lavoro, hanno fame, mangiamo qualcosa insieme, e dobbiamo ripartire, come sempre. Chilometri e altri chilometri, la nostra costanza ci premia, prima con un bellissimo arcobaleno dopo un acquazzone breve ma intenso, poi con un incontro ravvicinato con una Signora elegante, snella, timida ma allo stesso tempo curiosa, con un abito sempre alla moda, la Giraffa. Ci osserva, si mette in posa, continua il suo pasto e non perde mai un attimo di vista il suo piccolo. Ci sembra di vivere in un’ altra dimensione, l’ atmosfera è irreale, proviamo delle sensazioni indescrivibili, noi normali cittadini a contatto con una natura così forte. Ce l’ abbiamo fatta, abbiamo dei nuovi amici.

Come in un documentario, ore e ore di attesa. Siamo fermi in macchina, aspettiamo. Aspettiamo che qualcosa accada. Cerchiamo di muoverci il più silenziosamente possibile, parliamo sottovoce, vogliamo mimetizzarci nella natura, anche se un fuoristrada rosso fa fatica a passare inosservato. Ed ecco, da sinistra le prime zebre, due,tre,dieci, anche da destra, insieme agli gnu, alle antilopi, si danno il cambio alla pozza, gli altri si fermano di guardia pronti ad avvertire un minimo pericolo. Scene di vita quotidiana, lì, davanti ai nostri occhi. I piccoli giocano nell’ acqua e si fanno coccolare dalle madri, gli adulti, saggiamente, si abbeverano insieme a centinaia di uccelli, sembra una scena idilliaca ma, tutto di un tratto, prima un silenzio assordante, poi, come il rombo di un aereo, il battito di centinaia di ali, rimaniamo senza fiato, ci guardiamo intorno e….è arrivato il Re. Fa un gran caldo, finestrini giù, gocce di sudore a cascata, ormai anche il ghiaccio del frigo si è sciolto, ma siamo lì, con gli occhi fissi allo spettacolo per non perdere nulla, il cuore a mille per la gioia di esserne parte integrante, almeno per qualche ora della nostra vita. Continuiamo la caccia, fotografica chiaramente, siamo dentro ad uno dei parchi nazionali più importanti al mondo, l’ Etosha Park.

Le avventure si susseguono, per chilometri viaggiamo insieme alle giraffe, con la loro elegante andatura, snelle antilopi che ci attraversano la strada, incuranti del pericolo, branchi di gnu in fila indiana, e gli elefanti…?.Per il momento niente, solo tracce, tante tracce, ma di loro ancora niente. Ci dicono che probabilmente li possiamo vedere nella zona ovest del parco, nei pressi di alcune pozze.

Comincia l’ inseguimento, le tracce sono sempre più fresche, prima a destra, poi a sinistra, rallentiamo per vedere meglio nella boscaglia, eccolo! Potente, immenso, maestoso. Non è solo, mai visti tanti insieme. Con il loro trotterellare spariscono di nuovo nella boscaglia. Battezziamo che si dirigono a bere alla pozza di Klein Namutomi, proviamo ad anticiparli. E’ una bella scommessa, nelle vicinanze ci sono altre pozze, ma la vinciamo. Siamo nella posizione giusta, li vediamo arrivare emergendo dalla boscaglia, prima il capo all’ avanscoperta.
Non crediamo ai nostri occhi, li contiamo, sono 24! Siamo impressionati, e non solo noi, ma anche gli altri abitanti della pozza che si sono allontanati spaventati dal bordo della pozza. Sembra che ci guardino, prima aggressivi, poi indifferenti. Spruzzi d’ acqua come se fossero fontane per raffreddarsi e togliersi un po’ di polvere, giochi in acqua, scontri violenti e inseguimenti fra i maschi adulti per contendersi il potere. Lo spettacolo sta per finire, una volta riuniti tutti, come tanto velocemente sono arrivati, allo stesso modo tornano nella boscaglia, lasciandosi dietro una nube polverosa, come se volessero nascondere, ai curiosi come noi, la loro prossima destinazione, chissà dove, in questa immensa terra, facendoci capire ancora una volta che la natura prevale sempre, e non dobbiamo mai mancarle di rispetto.

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