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Come diventare scrittori oggi, di Andrea Mucciolo
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I luoghi delle triplici cinte, di Marisa Uberti e Giulio Coluzzi
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Pagine: 320
La maggior parte delle persone la conosce come semplice schema di un popolare gioco di pedine (il “filetto”), ed a lungo alla Triplice Cinta è stata attribuita questa mera valenza ludica. La troviamo graffita su numerose rocce rupestri, sui muretti delle chiese antiche e sui gradini di vecchie case di paese. Ma il ritrovamento dello stesso schema nel complesso di graffiti simbolici lasciati su pareti in verticale da alcuni dignitari dell’Ordine Templare, prigionieri nella torre di Chinon, in Francia, apre nuove ipotesi sul suo possibile impiego. E se dietro alla Triplice Cinta fosse racchiusa una conoscenza più antica, una valenza simbolica ed esoterica legata alle caratteristiche dei luoghi e della storia che li ha interessati? Il presente saggio cerca di sviscerare in ogni aspetto la complessa simbologia dietro questo In che maniera è stata impostata questa ricerca? Usando un metodo scientifico comprensivo di quattro punti o percorsi: a) la raccolta dei dati e la loro analisi; Il punto a) racchiude sia l’acquisizione di una bibliografia specifica relativa al simbolo, visto come elemento ludico attraverso la storia, elemento antropologico, ed elemento esoterico (non accessibile a chiunque), sia la raccolta del maggior numero possibile di dati (nello specifico, di ‘casi’, ovvero di esemplari trovati). Il punto successivo b), è da intendersi a breve, medio e lungo termine. L’obiettivo a breve/medio termine si sintetizza nel fornire al lettore gli strumenti per conoscere, cercare, trovare ed ‘entrare’ nel soggetto, perché ne venga incuriosito e sia stimolato a proseguire questo censimento. Parallelamente permette a noi di fare la stessa cosa, spronandoci ad esternare una seppur timida chiave di lettura, che rimane comunque un obiettivo a lungo termine (in base a nuove ricerche e/o scoperte). triplice cinte triplici cinte triplici cinte triplice cinta Ordina il libro sulle triplici cinte
Conosco la gentilissima Marisa Uberti da alcuni anni e ho avuto modo di apprezzare in più di un’occasione la sua passione per il ‘mistero’, la sua propensione a cercare di indagare in loco su ogni dettaglio che possa contribuire a render più chiaro, più visibile, più aderente alla realtà il ‘mistero’ su cui ella sta indagando. Insomma per separare il solito “ si dice che…” da un ben più razionale “ abbiamo appurato che…”. Tutto sommato è un po’ quello che cerco di fare anche io da qualche decennio a questa parte… Naturalmente la ricerca – nella più ampia accezione del termine – non deve essere fine a sé stessa, ma dovrebbe consentire a chi è in sintonia con il nostro modus cogitandi di fare un piccolo ( a volte fondamentale) passo in avanti per allargare almeno di una ‘frazione di grado’ l’orizzonte percettivo di chi non si accontenta di una realtà fatta dei soliti ritmi quotidiani, oppure, per citare quell’ispirato cantautore che è Farncesco Guccini, “… stare giorni interi a buttar via nel niente solo il niente…”. E così Marisa Uberti ha deciso da tempo di fare, e di far fare, ‘due passi nel mistero’ – felice espressione che ha dato il titolo al suo interessantissimo sito Web – in compagnia di quanti condividano il suo modo di fare ricerca, di vedere il mondo e le ‘anomalie’ che ci circondano da un altro punto di vista, alternativo quanto si vuole ma sempre alla luce di un’attenta osservazione e documentazione dei fatti, delle fonti, di ciò che realmente esiste e non solo di ciò che ci piacerebbe… esistesse. In questo libro, al suo personalissimo modo di fare ricerca, al suo viaggiare de facto e con la ‘penna’ tra un ‘mistero’ e l’altro, si è aggiunto un altro validissimo ricercatore, Giulio Coluzzi, il quale unisce una sua specifica, universitaria, preparazione culturale, in cui abbondano le ‘Equazioni di Maxwell’ e i ‘misteri’ dell’elettronica ad una sviscerata passione per tutto ciò che – in particolare nello strano mondo del simbolismo legato alle testimonianze archeologiche – appare ‘anomalo’, fuori dagli usuali ( stantii…) schemi culturali. Schemi che spesso affliggono il ricercatore che è interessato ad un mondo che non c’è più, alle idee, agli usi e costumi di chi ci ha preceduti su questo piccolo ‘granello di sabbia’ ruotante intono ad una stella non proprio… di ‘prima grandezza’, insomma al nostro passato. Ricercatore che, però, è contemporaneamente stanco di leggere su riviste ‘di settore’ poco più di quel che ha letto sui libri usati… ai tempi del Liceo. E il suo bel sito Web ‘L’angolo di Hermes’ ne è tangibile testimonianza. L’Archeologia è una scienza (molto approssimativa) che studia il passato, ma dovrebbe essere – come anche la Storia – in perenne evoluzione, in relazione a nuove scoperte, ad un nuovo modo di ‘leggere’ le antiche testimonianze lasciate da uomini che, come noi, hanno amato, sofferto, vissuto. Però, dimentica di quanto il Metastasio ebbe a sottolineare, ‘Adeguarsi al tempo è necessaria virtu’, non sempre lo appare… Dopo queste doverose premesse, veniamo all’argomento del libro: la cosiddetta ‘Triplice Cinta’ e le sue moltissime raffigurazioni sparse qua e là per il nostro Bel Paese. Forse sarà capitato anche al lettore di questo libro di vedere sulle facciate di chiese o di qualche tempio tre quadrati concentrici uniti al centro da una sorta di ‘croce’: è proprio la ‘nostra’ Trlipice Cinta, presente non solo in edifici religiosi più o meno antichi ma anche in antiche vestigia appartenute a civiltà risalenti, ad esempio, all’Età del Bronzo (3500 a.C. - 1200 a.C.), in particolare nel periodo del cosiddetto Bronzo finale. Però è particolarmente in epoca medievale che il simbolo – o qualsiasi cosa esso in realtà rappresenti – trova ampia diffusione soprattutto in alcune cattedrali gotiche (Amiens, ad esempio) e in località ove la presenza dei Poveri Cavalieri di Cristo – i ‘misteriosi’ Templari – sembra aver lasciato indelebili tracce. Poteva mancare la mitica (forse non troppo…) Atlantide tra le infinite interpretazioni date alla ‘Triplice Cinta’? Ovviamente no e in aiuto di quanti ancora cercano il ‘continente perduto’ giunge opportunamente il ‘Timeo’, opera tra le più ‘citate’ di Platone il quale, riportando le descrizioni della capitale dell’introvabile Regno, ce la fa immaginare proprio con “… tre zone di mare e di terra in cerchi concentrici di diversa ampiezza, due erano fatti di terra e tre d’acqua…”. Ma la forma – circolare o quadrata che fosse – almeno in questi casi, è un elemento… trascurabile. Naturalmente le ‘letture’ date al simbolo della Triplice Cinta spaziano da quelle del grande Renè Guenon – per il quale essa rappresenta i tre gradi iniziatici delle scuole esoteriche – a quella dello storico Charbonneau-Lassay, il quale interpreta il quadrato più interno come il Mondo Terrestre, inserito in un quadrato più ampio, identificato come il Mondo del Firmamento, a sua volta inscritto in un altro quadrato – il Mondo Celeste – più ampio e con una valenza simbolica ben superiore perché in esso “… Dio risiede insieme ai puri spiriti…”. Ma c’è anche chi va ben oltre il puro simbolismo esoterico e identifica i tre quadrati concentrici con non meglio identificate ‘linee del campo magnetico trerrestre’, con ‘correnti telluriche’ o addirittura con indicazioni sulla presenza in quel luogo di un fantascientifico ‘varco dimensionale’ (una sorta di ‘Stargate’ molto ante litteram!) presente, per alcuni ricercatori, in una certa località di Barcellona… Per concludere, il sano principio dell’economia delle cause, il ben noto ‘Rasoio di Occam’ ci costringe ad evidenziare come la Triplice Cinta assomigli in modo inquietante al conosciutissimo ‘gioco del Filetto’ diffuso un po’ ovunque fin dalla metà del II millennio a.C. in quanto presente tra le rovine dell’antica città di Troia, su qualche nave vichinga, sull’acropoli ateniese, in Cina, insomma… in tutto il mondo conosciuto. Ce n’é, in definitiva per tutti i gusti! L’interessantissimo testo della Uberti e del Coluzzi che vi state accingendo a leggere (suggerisco di non tralasciare una sola pagina, poiché è un libro che… prima non c’era!) vi guiderà efficacemente tra antiche contrade – da Osimo a Cressogno, da Bressanone ad Angera, da Valvisciolo a Trani, insomma in tutta Italia e anche… oltre – alla ricerca di questo strano, esoterico simbolo, magari con nella mente ancora qualche significativo verso del cantautore modenese prima citato… “… perchè ancora hai molte pagine da aprire Roberto Volterri
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