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Sunshine Faggio - Tempo d'attesa - Albatros Il Filo

Recensione a cura di Andrea Mucciolo

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"Tempo d'attesa", di Sunshine Faggio, è un'opera complessa nel messaggio, o meglio, nei molteplici messaggi che l'autrice intende comunicare, ma al tempo stesso quest'ultima non si crogiola, non si auto celebra nei classici e Sunshine Faggio - Tempo d'attesa - Albatros Il Filosvariati cesellamenti linguistici spesso (anche se non sempre) inseriti con il preciso intento di far bella mostra di sé, delle proprie conoscenze linguistiche. Difficile far comprendere al vasto pubblico abituato ad un certo tipo di poesie (che spesso tali non sono, ma mere dediche d'amore) tutta la potenza dei versi di questa giovane poetessa: Maledettamente pensare a te. / Repulsione. / Emicrania. / Encefalo che schianta. / Ti sento qui, ancora. / Ti voglio vomitare. Non c'è la classica poesia, eppure ce n'è molta di più di quanto si possa immaginare. C'è un forte vento di innovazione, di coraggio, di un vero voltare pagina, andare oltre ma senza per questo rendersi ermetici, lontani dalla massa. E, cosa più importante, senza mai scadere e cadere nella volgarità: più volte sono stato sul punto di credere che al verso successivo avrei trovato elementi scurrili e volgari, ma puntualmente ho dovuto riconoscere quanto questo mio pensiero fosse completamente privo di ogni fondamento. Faggio vive a Londra, e cura un blog, scrivendo anche in lingue diverse dall'italiano. Senza dubbio si nota un distaccamento dalla cultura latina, da quella poetica tradizionale che vive in un ristretto orticello coltivato a cliché e retorica. Sunshine dimostra di avere fegato, e in questo tradizionale orticello lascia crescere, oppure lei stessa semina qualche erba infestante, per lanciare un messaggio molto chiaro: il cuore non è un portagioie, il cuore è un muscolo ripetutamente sollecitato, che si sbatte, accelera, sta male e pompa al cervello tutto il rancore, le delusioni e la malinconia che amici e perfetti sconosciuti ci vomitano addosso. Un'altra volta a getto, / non c'è pietà. / Vorrei dormire, / non pensare, / fermare il battito di questo muscolo scomodo, / allentare la morsa nel petto, / maturare le mie parole, / vomitare questo nocciolo che preclude il respirare / per sapere che lì qualcuno m'aspetta.
Non c'è un cuore palpitante mentre osserva il calar del sole nelle poesie di Sunshine, ma un muscolo che si desidera sputare fuori, "vomitare", senza mezzi termini. E, in questi versi apparentemente prosaici, si cela in realtà la vera poesia, ovvero quel componimento che dovrebbe comunicarci qualcosa usando parole nuove, innovative, trasmettendoci un messaggio attraverso allegorie, metafore e offrendoci la possibilità di diventare dei veri pionieri del sentimento, scoprire nuovi mondi, dei quali spesso non ci accorgiamo pur avendoli sotto i nostri occhi, o sotto quelli di chi vive accanto a noi.

Questa autrice mi ha riportato alla mente i versi di un poeta inglese, Brian Patten, dove nella sua poesia "Party piece", scrive: Let's stay here / Now this place has emptied / And make gentle pornography with one another [...]. Brian va contro ogni logica poetica romantica, e scrive di fare "una gentile pornografia insieme", dove questa gentile pornografia implica un rapporto sessuale lussurioso, sfrenato, senza inibizioni, ma al tempo stesso "dolce", poiché accompagnato da un sentimento di amore. Così è questa promettente poetessa, la quale ci propone metafore nuove e forti. Le poesie non hanno titolo, ma sono identificate da un numero, quasi a voler ribadire in maniera ancora più netta e ufficiale il distacco dalle regole, oppure l'impossibilità di canalizzare una infinità di pensieri ed emozioni all'interno di una sola parola, attraverso un titolo stigmatizzato e mendace, fuorviante. Sunshine non cerca parole, sputa su carta quelle che ha dentro, quelle che le sono state infilate magari contro il suo volere, penetrando nelle sue ferite aperte. Poi cerca di trovare una logica a tutto questo, ma non sempre la trova, e allora si affida al materiale, ai sentimenti più grezzi che possiamo sentirci in corpo. L'autrice funge da medium, diventa uno strumento sensibile che, senza inibizioni, ci conduce all'interno di un Io senza orpelli, senza decorazioni, nudo e crudo come la vita. Ci mette davanti alla pura anatomia, in cui ogni cosa si guarda reale, spogliata da tutti gli sfavillanti dèi dell'apparire. In un materialismo che diventa poesia, poiché ci risveglia dai nostri torpori e non si fa scrupolo di farci vedere il sangue che scorre nelle vene e le reali sembianze del muscolo cardiaco. E da questa nuova ottica nasce una forma poetica che non è ostile al sentimento né alla esaltazione dei sensi, solamente ci chiede di sporcarci la mani di terra, di annusarla, di portarcela al volto, e di non guardarla soltanto attraverso un disegno.

La vera vita, questo sporcasi di tutta l'umanità che ci circonda, eccola qui: Rapita / da un'orda di rom balcanici, / che ballano, / cantano, / flettono sinuose fisarmoniche. / La loro fobia / è il mio sogno.

Sunshine descrivere rabbia, conflitto col mondo e il tentativo (perché tale rimane) di trovare collocazione al suo Ego, una dimora stabile dei propri sentimenti. Delusioni e frustrazioni sono forse un pretesto per raggiungere una vetta descrittiva che non si cura minimamente di apparire gradevole. Faggio fa la reporter, non inventa nulla, ma è abile nel catturare sguardi, sfumature e vite private che, come fotogrammi, le sono passate davanti agli occhi, impedendole di vedersi allo specchio per troppo a lungo. E allora ecco che a volte l'autrice urla, ci conficca nella testa il suo incessante desiderio di evadere, di sublimare laddove niente è come prima e nessuno vuole imitare qualcun altro.

Consigliato

Andrea Mucciolo 16 - 01 - 2011


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