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La ragazza del telefono erotico - racconto

Maledizione, non si arriva mai, pensai. Non riflettevo sul fatto che il mio grande desiderio di incontrarla mi faceva apparire la strada più lunga ed ogni piccola difficoltà, per quando superabile, mi appariva come un grave ostacolo. Arrivai addirittura a pensare che questa voleva solo fare del sesso al telefono, punto, era solo una troietta senza intenzioni serie, che passava la notte e fare chiamate erotiche con sconosciuti. Poi mi tranquillizzai. Saranno state le tre del pomeriggio quando arrivai a Lago. Ero partito da casa alle sei e fatte sole tre brevi pause in altrettanti autogrill; l’ultima cosa che avrei voluto era farla attendere. Mentre percorrevo le strade del piccolo paese la voglia di vederla fece posto ad una grande emozione, non mista ad una piccola ansia di essere all’altezza del grande e incantevole incontro che a breve avrebbe avuto luogo. Volevo gustare ogni secondo con la mia Dea, farle sentire tutto il magico dell’evento, darle tutto il meglio di me, più di quanto fatto finora, limitato dal virtuale e dalla distanza. Ecco, oramai ero quasi arrivato al luogo dell’incontro, una piccola chiesa leggermente fuori dal paese, che dava dalla parte opposta dove si trovava l’abitazione del mio amore. Parcheggiai a duecento metri dalla chiesa, volevo fare due passi prima di incontrarla, volevo riempirmi i polmoni dell’aria di quel luogo, un’aria che lei aveva da sempre respirato, con la quale era cresciuta e diventata Donna. Un balzo, un piccolo colpo, e la vidi, lì, sorridente. Mi aveva già visto. Mi avvicinai accelerando il passo. Appena un “ciao” sussurrato al vento da parte di entrambi. Ora un metro divideva i nostri corpi. Ecco, il contatto avvenne, un bacio leggero, il primo, sulle labbra. Attimi di pura dolcezza e passione, di eterea gioia e sensualità. Un sapore delicato dentro me. Una punta di bagnato nutrì ogni mio senso. Pochi secondi per riprenderci, mentre ci guardavano con un sorriso che ci faceva apparire di almeno quindici anni più giovani. Ci dirigemmo verso l'auto parcheggiata, il ghiaccio già ampiamente rotto dalle nostre risate. Una volta dentro, complice il cambio semi automatico, la mia mano destra si saldò sulla sua sinistra, così che i nostri cuori sussultavano come la macchina per le buche della strada. Lei ogni tanto rideva di gusto, mentre io non potevo non guardare il suo corpo, nascosto da abiti invernali ma non per questo meno eccitante ai miei occhi di innamorato pazzo. La sua voce era accompagnata dal movimento favoloso di quelle labbra che tanto a lungo avevo desiderato, anche solo di sfiorare con le dita. Ora quella stupenda voce mi arrivava accompagnata da un soffio del suo respiro nel mio orecchio, e non tramite un freddo apparecchio telefonico.Quell'alito, nell'abitacolo chiuso, mi scaldava e fortificava i sensi.
Arrivammo ad un bar rinomato di un paese vicino. Trovai subito un parcheggio tranquillo, appartato; spensi il motore. Lei non fece neanche il gesto di scendere. Io mi girai con tutto il corpo verso di lei, fissandola, con un sorriso appena accennato. Lei anche sorrideva. Sembrava entusiasmata, ed io ero così felice nel vedere quegli occhi risplendere felici nella piccola auto. Allora la avvicinai a me. Iniziai ad accarezzarle  piano piano la testa, i suoi capelli lisci, profumati, a spingerli dietro la fronte…  Iniziai a baciarla dolcemente pochi millimetri sopra gli occhi chiusi e poi sul capo, sui capelli, sentendo ad ogni bacio quell’intenso profumo di shampoo,  alla vaniglia, forse, o forse qualche fiore selvatico o ancora qualcosa di bosco… non so, ero tanto preso che non capivo quasi nulla. Arrivai giù all’orecchio. Lo baciai prendendole in bocca il lobo, molto delicatamente. Lei aveva gli occhi chiusi. Continuai con fugaci baci a sfiorare il suo orecchio, come se stessi gustando un dolce e avessi voluto provare ogni volta un piacere nuovo nel morderlo, non volendo abituarmi troppo al suo sapore, al contatto, come per volere ingenuamente tentar di far durare quel piacere della scoperta per sempre. Arrivai poi alle sue labbra offerte. Un rossetto tenue le pittava rendendole un sogno ad occhi aperti. Rimasi con le mie labbra in limbo buoni trenta secondi, affinché sentisse il mio respiro su di lei, il mio ansimare d’amore. Le strinsi la mano ancora più forte. Lei allora mise la mano destra sopra la mia, premendo con forza. Mi tuffai nel magico della sua bocca, mi saziai noncurante del rossetto, delle voci di nuovi avventori che arrivavano sempre più vicine, di fari invadenti. Lei rimase forse leggermente sorpresa dalla mia foga, dai miei modi così passionali. Cercai la sua lingua, volevo sentire qualcosa di lei dentro di me, volevo che mi lasciasse il segno, volevo “macchiarmi” di lei, una macchia indelebile di amore e passione placata. Desideravo “santificare” lì la nostra unione, coinvolgere le nostre bocche nel “sigillo reale” da apporre sul nostro amore. Bevvi in estasi da quelle labbra, i sensi elevati oltre la stella più luminosa, viaggiai per galassie lontane, chiusi gli occhi e mi gettai nel vuoto, nella sua intensità. Mi affidai totalmente a lei, e a Cupido che non esiste, mi gettai solo nel puro distillato di amore. Riaprimmo gli occhi, lei mi carezzò il viso, scorrendo la sua mano per tutta la mia guancia. Le sorrisi, e la tirai verso il mio petto, dove lei si adagiò, felice e silenziosa. Proseguii sfiorando appena con le mie dita il suo collo, solleticandola leggermente, sapendo di darle piacere e di portarla ancora più in alto. Andavo su e giù con le mie dita delicate e affusolate, le stuzzicavo dolcemente la pelle e i punti più sensibili.
Guardai un attimo fuori dal finestrino senza fermare il lavoro sul collo. Nel cielo qualcosa di luminoso brillò per pochissimi secondi in maniera instabile, agitandosi come un battito d’ali di una giovane farfalla. Poi scomparve del tutto. Certo, averla veramente, dal vivo, era tutta un’altra cosa piuttosto che per telefono, per quanto la sua voce mi eccitava molto, a tal punto che mi sembrava di chiamare di parlare ai numeri erotici.


Ritornai con lo sguardo in macchina: i nostri corpi erano lì, sazi di noi e in pace, ma le nostre anime, altrove… nell’infinito, guidate per mano…