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Elisione, troncamento e fenomeni fonetici della lingua italiana - grammatica italiana

A cura di Cinzia D'Antonio

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Fenomeni fonetici: una caratteristica del linguaggio parlato è il produrre con la voce un unico suono. Le parole non si pronunciano staccate le une dalle altre ma l’una di seguito all’altra, come le note posizionate in un pentagramma musicale, compongono un’unica melodia armonica. La lingua scritta non è uguale alla lingua parlata, ma ci sono degli elementi di collegamento che indicano chiaramente come dovrà essere pronunciata l’intera frase. La fonosintattica o fonetica sintattica è l’insieme dei fenomeni fonetici atti a creare un legame sonoro tra un vocabolo e l’altro.





Gli elementi di collegamento fonetico sono caratterizzati da segni grafici come l’apostrofo e da fenomeni fonetici come l’elisione e l’apocope.

 

L’elisione, uso dell'elisione: è la perdita, sia fonetica che grafica, della vocale finale atona (non accentata) di una parola davanti alla vocale iniziale della parola seguente. Il segno grafico che indica la caduta della vocale è l’apostrofo, per esempio “una amica” si scriverà “un’amica”.

L’elisione è obbligatoria con gli articoli singolari e con le relative preposizione articolate, (l’uomo, l’uso, all’anno, sull’amaca), invece poco comune al plurale e per il maschile solo davanti alla i (gl’italiani, l’erbe). Con gli aggettivi dimostrativi singolari questo/a, quello/a (anche se con questo/a può anche essere facoltativo l’uso dell’elisione, quest’anello o questo anello); con bello/a e santo/a. Con la particella pronominale ci e con l’avverbio e congiunzione come per esempio davanti al verbo essere si ha l’elisione: com’è andata?, c’è, c’erano.

Con la congiunzione anche seguita dai pronomi personali io, egli, essa, esso, essi, esse.

L’elisione si ha per alcuni monosillabi: come la preposizione di (d’essere, d’accordo); con le particelle pronominali mi, ti, ci, si, vi, ne di soliti si ha l’elisione quando la vocale iniziale della parola seguente è la stessa ed è atona (t’importa, s’impunta, ma non è sbagliato scrivere, ti importa).

Di seguito riproponiamo un elenco di espressioni che vanno apostrofate, per dissipare eventuali dubbi di scrittura:

 

Forma corretta

Forma sbagliata

all’incirca

allincirca

d’accordo

daccordo

d’altronde

daltronde

l’altr’anno

laltranno, l’altranno

poc’anzi

pocanzi

quant’altro

quantaltro

senz’altro

senzaltro

tra l’altro

tralaltro

tutt’e due

tuttedue, tutteddue

tutt’oggi

tuttoggi

tutt’uno

tuttuno

 

Non si deve mai mettere l’apostrofo: negli avverbi composti di ora (finora, sinora, tuttora, etc.), anche se fa eccezione mezzora, poiché è corretto scrivere anche mezz’ora; con l’aggettivo quale e nella sua forma ridotta qual “qual è il vestito che indosserai stasera?”.

 

L’apocope: o troncamento è la caduta dell’elemento fonico (vocale, consonante o sillaba) in finale di una parola atona.

In antichi vocaboli l’apocope sillabica, quindi la forma ridotta, ha sostituito quasi completamente la precedente forma completa: cittade>città, virtude>virtù, bontade>bontà.

In altri casi le forme con apocope sillabica si usano ancora a fianco delle forme piene, «questo è un gran/grande momento».

Il troncamento è d’obbligo con l’articolo indeterminativo uno (un amico, un pesce); con gli aggettivi indefiniti alcuno, ciascuno, nessuno, al maschile singolare (alcun sollievo, nessun presente, ciascun uomo); con l’aggettivo buono (buon amico); con gli aggettivi bello, santo, e quello solo davanti a parole singolari maschili inizianti per consonanti (san Michele, bel libro, quel tale), ma davanti alle parole inizianti per s preconsonantica non va il troncamento (Santo Spirito).

Con i nomi indicanti la professione e la posizione sociale come professore, dottore, ingegnere, cavaliere e frate, seguiti da nome proprio: il signor Rossi, l’ingegner Bianchi, fra Crispino, etc.

L’apocope può avvenire anche in alcune locuzioni verbali come: son tornato, aver sete, aver sonno, voler bene, saper parlare etc.; oppure in alcune espressioni di uso comune come: man mano, ben detto, ben bene, in fin dei conti, fin qui, mal di mare, mal di testa etc.

Perché ci sia apocope vocalica è necessario che la vocale caduta sia atona, diversa da a - tranne nell’avverbio ora e nei suoi composti ormai, tuttora, orsù, ancora, orbene; e in suora solo se seguito da un nome proprio come “suor Anna”, mentre non troveremo mai scritto “una suor giovane”, ma “una suora giovane”. Nelle parole plurali la i e la e non subiscono troncamento; la consonante precedente la vocale finale deve essere o una liquida (l, r) o una nasale (n,m).

L’apocope differisce dall’elisione perché include anche la caduta di un intera sillaba e può avvenire davanti a consonante; inoltre l’apocope non utilizza l’apostrofo come l’elisione. L’apostrofo è il segno grafico che si usa nell’elisione per legare la seconda parola alla prima, quando questa da sola non avrebbe esistenza autonoma. “Qual è” va scritto senza apostrofo perché ha un esistenza indipendente (si può dire qual vita, etc.).

Si è notato che l’elisione implica l’uso dell’apostrofo, ma ci sono pochi casi, facilmente elencabili, cui segue al troncamento: po’ (= poco), be’ (= bene), mo’ (= modo); e gli imperativi tronchi come da’ (= dai), di’(= dici), fa’(= fai), sta’(= stai) e va’(= vai). Anche se basterebbe riservare l’apostrofo per da’ e di’ per non confonderli dalle preposizioni omonime.

 

 

Parole onomatopeiche