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Rosso

di Tommaso Battimiello

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Francia 1943

Tutt’attorno il terreno era squassato dalle raffiche di mitragliatrici ed esplosioni, che come morsi aprivano profonde ferite nel fianco dolorante della valle, ormai pieno di detriti, cadaveri e macerie. Il capitano Miller gridava ai suoi di continuare ad avanzare, senza pensare alle ingenti perdite che giacevano sul terreno innevato tinto qua e là di un rosso acceso.

- Forza, andiamo! Correte! - sbraitava da dietro un albero in direzione delle trincee dalle quali continuavano a uscire uomini che iniziavano a correre, quasi in preda al panico, per attraversare la piana. Alcuni trasportavano barelle improvvisate da una parte all’altra del campo, raccogliendo i feriti sanguinanti per poi incominciare una folle corsa verso le retrovie, dove ormai si era venuto a creare una vera e propria infermeria, dalla quale si levavano i lamenti e le grida di dolore dei moribondi. Eppure il capitano Miller non sentiva niente, il rumore delle esplosioni e delle scariche di proiettili che si abbattevano a pochi passi da lui gli rimbombavano nelle orecchie, a stento riusciva a sentire i propri ordini, gridati a squarciagola. Seguì con lo sguardo uno dei soldati appena uscito dal suo riparo correre a più non posso attraverso la piana, in direzione del nemico; lo osservò correre terrorizzato, sul suolo innevato, quanto più veloce poteva, sperando di raggiungere l’altra parte quasi a occhi chiusi, testa bassa, e a un certo punto lo vide girarsi di scatto, con un movimento innaturale, che lo fece rabbrividire, e accasciarsi sulla fredda neve della pianura.

Ora anche il capitano stava per perdere il controllo della situazione, una parte di lui avrebbe voluto uscire allo scoperto, correre veloce incontro alla propria morte, in modo che questo tormento potesse finalmente avere fine. Mentre tenendo gli occhi chiusi e stringendo a sé il fucile cercava disperatamente di calmarsi, vide a pochi passi da lui, nascosto dietro un masso ricoperto completamente dalla neve, un soldato che cercava di nascondersi e batteva spasmodicamente i denti, per la paura o per il freddo, o forse per entrambi. Il capitano allora uscì allo scoperto e si diresse a grandi passi nella sua direzione e, chinatosi per parlargli da vicino, gli gridò - Avanti soldato, che ci fai qui dietro mentre i tuoi compagni rischiano la pelle? Come ti chiami, a chi sei stato assegnato?

- S-Sono D-Davis signore, e sono stato assegnato al capitano Williams – rispose quello balbettando

- E non dovresti essere con lui, Davis?- gridò ancora più forte Miller

Il ragazzo cercò di rispondergli ma non riusciva ormai più a parlare, completamente terrorizzato dalle continue esplosioni, e iniziò allora a piangere, riuscendo solo a indicare un punto poco distante da loro con un dito tremante.

Il capitano osservò esitante la zona indicatagli dal ragazzo e in un primo momento non riuscì a vedere niente se non alcuni massi ricoperti anch’essi di neve, che continuava a scendere incessantemente, ma aguzzando meglio la vista riuscì a scorgere, fra il bianco del terreno, un soldato che giaceva con la faccia insanguinata rivolta nella neve.

- Il capitano Williams? - sussurrò Miller guardando ora il corpo dell’ufficiale, ora il ragazzo ormai sopraffatto dal pianto. Quegli riuscì solo ad annuire ripetutamente fra le lacrime e il capitano Miller sentì allora un tuffo al cuore, guardandosi attorno e comprendendo che di lì a poco sarebbero stati spacciati.

- Basta piangere femminuccia, ora vieni con me! – gridò il capitano allungando una mano in direzione del ragazzo e tenendolo per lo zainetto lo trascinò di forza fuori dal suo nascondiglio, fra grida e suppliche di quest’ultimo che tentava dimenandosi di liberarsi.

Il ragazzo allora, con la forza della disperazione, mollò con tutte le sue forze una gomitata in pieno stomaco al capitano che si appoggiò a un grande albero per non cadere e si strinse la pancia con le mani lanciandogli uno sguardo adirato.

Poi fu come se tutto accadesse al rallentatore: le raffiche di mitragliatrice si fecero sempre più vicine e Davis vide alzarsi mucchi di neve attorno a loro, colpiti dai proiettili che si avvicinavano sempre più agli alberi vicino ai quali c’erano lui e il capitano. I due si gettarono allora di corsa verso il masso dietro di loro, tuffandosi dietro la grossa pietra.

Davis, restando disteso, tirò un sospiro di sollievo sentendosi al sicuro, raccolse da terra il casco che gli era caduto, se lo mantenne bene sulla testa e restò in silenzio per qualche secondo con gli occhi chiusi, cercando di non pensare ai rumori che sentiva.

Anche il capitano Miller era riuscito a raggiungerlo e si era lanciato assieme a lui dietro alla roccia.

- Tutto bene, capitano? – disse Davis scuotendolo. Questi non rispose. Davis incominciò allora a togliere la neve che si era accumulata in grande quantità sulla schiena del capitano. Sotto il primo leggero strato la neve più vicina alla schiena del capitano era completamente rossa, rosso acceso, di quel rosso che ti scorre nelle vene, e a Devis sembrò per un momento che il suo cuore si fermasse. Con le mani che gli tremavano tolse tutta la neve che lo ricopriva e due fori nella schiena del capitano diedero vita a quello che ormai era molto più che un presentimento. Davis non riusciva più a parlare e sembrava aver oramai esaurito le lacrime da versare, quando avvertì solo adesso un leggero dolore all’addome che prima non sentiva, evidentemente troppo terrorizzato per farlo. S’infilò una mano sotto la camicia e quando la tirò fuori, era completamente ricoperta di sangue, del suo sangue. Restò per qualche secondo a osservare il liquido rosso e denso colare a terra macchiando la neve immacolata, poi si accasciò di lato con gli occhi rivolti al grande masso che gli faceva ancora ombra, con un ultimo sguardo a metà fra la delusione e lo stupore.