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L'attimo e l'essenza, di Guido Mazzolini

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Metamorfòsi

Amami

Amami
senza ritegno
come parola indecente e sussurrata,
come cosa morta
raccolta da terra.
Amami
come si ama l'inevitato
o un ultimo respiro,
senza chiederne il motivo
senza consolazione.
Amami
come i pazzi folli d'amore,
non con la saggezza antica
di chi conserva inverni e guarigioni,
ma come gli uragani che violentano la terra.
Amami
disperdimi come sale e neve,
amami quando sono aquila lontana e carezzo le nuvole,
quando sono seme di terra rorida,
quando sono inverno.
Amami
non essere ombra diafana
diventa il mio tutto,
il mio capolavoro.

 

Questa parte di noi

Questa parte di noi
non puoi guardare, figlio,
dall'alto della torre
della tua bruciante giovinezza
prima che ti accorga
di quanto rapido, feroce,
il tempo che hai davanti
esplode in un caleidoscopio di colori
ti accingerai a seppellire morti
a dileguare notti,
camminerai le sabbie
di gelidi deserti
re per un giorno solo.
Così tu capirai che tutto è decifrato
prima che si compia,
così tu abbozzerai un sorriso
splendente
dentro gli occhi.


Scrivere amore

Scrivere amore
con lettere piccole
e un poco sbiadite
come chi ancora non lascia
l'inutile esilio dei sentimenti
ma quanto è difficile
restarne avvinghiati
senza avere paura.
Scrivere amore e sangue,
perchè solo questo è concesso
d'amore, di sangue
e di stelle lontane.
E tu, non mi chiedere altro
perchè non conosco di più
che questo rimbalzo di sogni
di occhi negli occhi, di amanti
che ancora dispaiono.
E tu, che ora salpi la nave
da me, che rimango stremato
disteso, alla riva di te.

 

Due

Potessi con dita leggere
seguire la curva magica della tua schiena
contarne le vertebre
sentirle una ad una sotto le mie dita.
Potessi calmare la sete
al centro preciso di te
e vivere, vivere come mai abbiamo vissuto
come vivono gli astri
per sempre e per un solo minuto.
Io sono l'uomo che cammina al tuo fianco
accarezzando le stelle
Io che rubavo la luna,
io farabutto e puttana,
poeta del niente,
sfioro il tuo viso, leggero,
mentre dentro di me, nel profondo,
vorrei serrarti le mani alla gola.

 

Vorrei lasciare
tra le tue dita
una parte di me
la più piccola parte di me,
la più indifesa, smarrita.
La parte di me
che ha paura del buio
e dei sogni cattivi,
che spesso s'illude
di avere le ali
e di prendere il volo.
Vorrei lasciare
tra le tue dita
quel poco di me
che tu non comprendi
che tu non conosci.

 

POSA (per Raffaella)

Posa tra le mie braccia nude
quell'attimo invisibile di noi
il suono squillante di campane
nel ritrovare i nostri sguardi
l'oblio del disamore.
Posalo con occhi di bambina
con la purezza di un respiro solo
come la gemma più preziosa;
io farabutto e puttana
poeta del niente
che sfiora leggero il tuo viso
potessi seguire la curva della tua schiena
contarne le vertebre
sentirle ad una ad una sotto le dita
potessi calmare la sete
al centro preciso di te
e vivere come vivono gli astri,
per sempre e per un solo minuto.
Posa tra le mie braccia nude
lo spirito inquieto che danza
ritmando il bisogno di spazio e di cieli,
deserti e comete.
Non credere me consumato vestiario
scarno e sbiadito,
non chiudermi nel mausoleo del ricordo
dove tutto si copre di polvere,
ma posati in me, riposa l'affanno;
il tempo ha bisogno di tempo
per essere dono sublime.
Respiro l'assenza di te
e sono animale ferito
tra le tue braccia nude.

 

La tua bocca.

La tua bocca dischiusa
come abisso caldo
dove precipitare mille e mille istanti
attraverso il più invisibile attimo di te
la tua bocca che canta
che prega
che implora
che strepita e geme
oscenità deliziose
la tua bocca di sangue
di fragola
da perdere il senno
di rosso fuoco che forgiò terra e spade
che riscalda l' inverno della terra
che soffia uragani e arcobaleni di sereno
la tua bocca benedetta dagli dei
come frutta matura
la tua bocca da mordere
come il peccato.

 

Ti riconoscerò

Ti riconoscerò
tra la solita gente
che accalca le strade
la folla stremata che inutile
vaga stamane
saprò che sei tu
porterai un cappello di cielo
guanti di trine
e tante buone intenzioni
io appoggiato a quel muro di calce
le mani in tasca lasciate
a pesare gli inverni più lunghi
ti riconoscerò
perché sei il mio destino
o perché non esiste destino
cieca predestinazione
nient'altro che flebili lampi
e casuali occasioni
avrai il profumo della mia infanzia
di un posto sicuro
avrai il sapore più dolce
di neve e di acqua salata
ti riconoscerò
quando portando le mani al tuo viso
vacillerà dubbio un respiro
per un attimo solo.


Nero di occhi

Nero di occhi, di fumo
che s'alza. Nero che innalza
notti di cielo e pensiero
nero di mani che afferrano
altre già esili e nude
lorde di sangue e ideali
nero di uguali. Mistero,
preciso sentiero, ecco
che viene, gridala ancora
la tua canzone, il tuo
patetico madrigale

 

Aprimi cuore e mani

Aprimi cuore e mani
tu che nascondi astri
luminosi e carnevali
sbranami il petto nudo
sciogli la neve al centro
del mio caotico universo
solo questo domando
di accogliere tra le tue braccia
il mio spirito fuggitivo
come fosse rondine
e tu suo nido

 

Ho bisogno di me

Ho bisogno di guerra
di muovere mondi
lontani, di essere
terra che gela
o divenire solamente
un’eco notturno.
Ho bisogno di pioggia
che lavi il mio volto
di viottoli scuri
da percorrere piano.
Ho bisogno di me
di quello che ero
adesso che sono soltanto
fredda distesa di sale.


Voglio

Voglio il tuo respiro
soffiare su me come mesto presagio
sfiorare il mio viso e sciogliere il gelo,
voglio il tuo primo bisbiglio
o l'ultimo sogno
vivere nel recesso più intimo
del tuo essere donna
centro preciso di un lieve universo,
voglio il proibito pensiero
la pelle della tua schiena
l'urlo nel buio la gioia
paura carezza ferita che brucia
l'argento di una tua risata
luce che sfiora il tuo viso
un breve rimorso o tua tentazione
che geme, lo strepito
di smodata passione
la fanfara notturna dei sensi
che a lungo risuoni,
il pulsare di sangue nelle tue tempie.
Voglio essere te,
unico abisso di mio smarrimento.

 

T’imploro d’amore

T'imploro d'amore
di essere specchio
nel quale i miei occhi
si possan riflettere
per scorgere i tuoi
t'imploro di schiudere
le mani al diluvio
che annega il mio sguardo
in questa stagione
mediana e confusa
t'imploro d'amare
la parte di me
che più ti sgomenta
e ruvida striscia
nei tuoi desideri
t'imploro d'amore
che possa sfiorare
il viso di gioia
che sia solitudine
che siano emisferi
diversi di un unica
luna, che tu possa
colmare il mio niente
poiché questo sono
frullare di passero
in gabbia, gelo
di notte invernale
t'imploro d'amore
e sono stupito
di quanto bisogno
si maceri in me.

 

vorrei sapere amare

Vorrei sapere amare
come sogno vago,
gli angeli, i fiori
le nuvole in cielo,
come le stelle
senza toccarsi mai
possedere l’indiviso
la meraviglia di appartenere
addormentarsi accanto
carezzando il centro
più duttile di noi.
Vorrei sapere amare
come gialla allegria,
la solitudine, il tedio,
come bagnarsi di mare
salato, sorridere
alla sfortuna, come speranza.
Vorrei sapere amare
come il vento le foglie
un gatto nero la luna,
come carezza cercata
in una notte buia
come si ama un figlio,
una madre, un ricordo.
Vorrei sapere amare
come verità comprende
l’essenza dell’amore
come sola risposta
a due domande mute,
lasciarti specchiare in me
per riconoscere la stessa
fralezza che ci unisce
e ci allontana poi
urlando i nostri nomi.
Vorrei sapere amare
senza il possesso antico
l’istinto di afferrare
le tue mani per chiuderle
dentro un recinto lucido
legare bianche ali
impadronirmi di te
per ingannare la sorte.
Vorrei sapere amare
come inatteso dono
sorpresa imprevedibile
di un’agonia trascorsa
come amano l’alba
gli amanti solitari
come stornello antico,
un mantra di luce.

 

Paola

Grida che sono io
che sono tutto per te
non svegliarti domani
con dubbi da indossare
preconcetti da scovare
perché non è possibile
vestire di dolore
quel soffio che c’è stato
che piano hai trasformato
in vento forte a scuotere
l’immagine di noi.
Grida che ancora puoi
sederti al posto mio
riconoscere il mio odore
aprire le mie ali
sfilare le mie scarpe
su alcove dozzinali
ed essere il mio miele
Grida che sei mare
spalanca le mie vele
serra le mie gambe tra le tue
e nutriti di me
Grida che mi vuoi
gridalo anche se
non ti potrò sentire
dal posto dove vivo
dal quale recidivo
io griderò il tuo nome
graffiandomi la faccia
Grida tra le pieghe
di un sogno che già allaccia
il tuo destino a noi
Io che sono bambino
tra le tue dita rosse
sotto la pelle mia
che se soltanto fosse
l'ombra dell'irreale
tu non andresti via.

 

Le donne che ho avuto

Le donne che ho avuto
profumano ancora
di sale e di fiele,
d'asfalto e vaniglia
di letti disfatti.

Mi han preso per mano
attrici di illuse tragedie
ma non mi condussero
molto lontano, soltanto
al confine di un sogno
che piano s'infranse.

Qualcuna mi rise,
qualcuna mi pianse
ma nulla mai strinsero
ed ora, che posso specchiare
i miei occhi nel nero dei suoi
imparo ad amare
la gioia che scrivo
nei versi distratti
imparo il dolore
e ad essere vivo.

 

Sei

Sei inferno e paradiso
pace, guerra
sei assenso e dissenso
tempesta, bonaccia
sei sabbia e granito
spessore sottile
sei fuoco che arde
sei acqua che spegne la sete
sei e non sei
ma se sei
sei presenza insostenibile
ai sensi,
a sussurrati sensi
insaziabili
di sognatore schivo.
Sei l’ansia di sapere
tu, per sempre irraggiungibile
eppure così vicina.

Io canto l’Uomo

Io canto l’Uomo, solamente il fragile individuo
nient’altro che l’odore di me stesso
e il suono che si smorza a sera. Canto
il folle desiderio di chi vola
l’istante definito tra le cose
ciò che non c’era, o quasi è in divenire.
Io canto la parola che non disse
il fiore che non colse, l’assassino
di solitarie idee. Io canto Ulisse
vascello luminoso di pensiero
lanciato sulla rotta del mattino.
Io canto ciò che vide il primo Uomo
ciò che conosco appena. La metafora,
l’ossimoro, l’immagine del verbo,
il sangue che fluisce ancora. Canto
il tempo che mi canta, le stagioni,
la musica, le azioni, la preghiera
che disilluso innalzo come un grido
nel fraseggiare rapido e confuso.