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di Catello Nastro
La colonna infame OVVEROSSIA "CHE PACCHE RINT'ALL'ACQUA" Alcuni secoli fa la giustizia, a Napoli ed in molti altri luoghi della nostra amata Repubblica Italiana, veniva amministrata in maniera molto diversa da oggi. Diversa a tal punto che il cittadino medio si porge la spontanea domanda " Stavamo meglio allora oppure oggi???". Certamente a questa domanda non si può dare una risposta obiettiva o quanto meno oculata. Oggi se commetti un reato, anche non importante, puoi usufruire delle offerte speciali, degli indulti, dei condoni, dei sconti di pena, della buona condotta, dei rinvii a giudizio e magari, con una buona raccomandazione o con una bustarella, puoi anche trovare un surrogato alla pena. Tutti devono pagare le loro colpe. Ma i termini sono molto aleatori. Ci sta chi paga col carcere, chi paga con una multa, una contravvenzione, una sanzione, un concordato, un compromesso o un patteggiamento, eccetera, eccetera. Alcuni secoli fa esisteva, in Piazza Mercato, a Napoli, una colonna cosiddetta infame. Si trattava di un monumento al crimine, di solito fatto di marmo di Carrara, alto un metro e mezzo circa, quadrata di centimetri ottanta per ottanta di base, sul quale dovevano sedere i "criminali" giudicati da un tribunale del tempo per reati che oggi la legge dello stato democratico definisce "minori". La maggior parte di questi reati erano i debiti contratti da persone che per un caso o per l'altro non avevano potuto sanare gli impegni presi per pagare il fitto al padrone di casa, il pane dal fornaio, il vino dal pizzicagnolo, o la dote alla figlia che andava in sposa. Un tribunale sommario, ma efficiente e lontano dalle lungaggini burocratiche odierne, condannava seduta stante questi presenti malviventi a sedere, per giorni interi sopra questa colonna, di solito al centro della piazza, e quindi esposti al pubblico ludibrio. La gente che passava poteva deridere, offendere, magari sputargli in faccia proprio perché li riteneva persone "non socialmente utili", per usare una terminologia odierna tanto cara ai sindacati ed alle associazioni di categoria ed ai tanti carrozzoni comunali, provinciale e regionali. Insomma queste persone dovevano sopportare le offese solo perché non avevano potuto soddisfare i loro creditori e mantenere fede agli impegni. A furia di stare seduti per intere giornate su questa colonna, muovendo le miserabili e contaminate chiappe, la parte centrale di questa colonna di marmo veniva gradatamente consumata, incavata per alcuni centimetri e quando pioveva si riempiva d'acqua. Ed allora, cari lettori, immaginate questi poveri disgraziati costretti a convivere col liquido piovano che rinfrescava la parte posteriore somatologica, volgarmente detta anche "culo", se venivano condannata durante l'estate. Ma pensate un poco come doveva essere dura la condanna se venivano condannati nel mese di gennaio. Napoli, in effetti, è "'O paese d'ò sole", ma a gennaio veramente no. Da qui, cari lettori, ad indicare una persona che che si trova in una indegenza tale da non poter pagare i debiti contratti, a vario titolo, naturalmente, ancora oggi si usa la pittoresca - e terribile - frase: " Chillo sta' ch'e pacche rint'allacqua!!!". Catello Nastro
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