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Il volto del terrore

di Giancarlo Ferraris

 

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Mi chiamo Daniel De Regibus e faccio il notaio. È mezzanotte quando arrivo al maniero della nobile famiglia Regula. Piove a dirotto e soffia un vento freddo e violento. Sopra di me si stende un cielo nero, senza luna e senza stelle, screziato d’argento, che si muove in continuazione; più che un cielo sembra un mare rovesciato, percorso da onde minacciose dalla cresta incanutita, che paiono ingoiare la terra da un momento all’altro, per poi tornare ad essere cielo, un cielo solcato da fulmini ramificati, che sembrano artigli di creature mostruose pronti ad afferrarla e a divorarla. Parcheggio la mia auto a poca distanza dal maniero e, con una corsa veloce, mi avvicino al portone della dimora dei Regula. Rabbrividisco quando mi ci trovo davanti: è un incrocio tra il castello di Dracula, la casa degli Addams e quella di Norman Bates. Sono qui per un appuntamento di lavoro. È strano, preoccupante, che due nobili ti diano appuntamento nella loro casa a mezzanotte, ma il lavoro è il lavoro. Dopo qualche secondo mi viene ad aprire un uomo quanto mai singolare, che sembra essere nato proprio per abitare in una magione così tetra, così tenebrosa; un uomo che pare uscito da un racconto di Edgar Allan Poe o da un film horror in bianco e nero degli anni Trenta. È un maggiordomo, a giudicare dall’abbigliamento: alto, magro, vestito interamente di nero; il volto è pallidissimo e contornato da folti capelli bianchi che cadono scompostamente sulle spalle; gli occhi sono grandi e luminosi, il naso aquilino, la bocca delimitata da labbra rosse sotto cui si intravedono denti grandi e bianchissimi; le mani, ossute, molto ossute, reggono un doppiere, le cui candele ardono di una luce debole. Questa specie di mostro mi dà il benvenuto con tono gentile, ma beffardo, strisciando le parole. E immediatamente dopo, senza aggiungere altro, mi fa cenno di seguirlo. Insieme percorriamo un lungo corridoio, appena rischiarato dalla tenue luce del doppiere, che illumina, per pochi attimi , arredi antichi e vecchi dipinti, per poi entrare in una sala che ha tutta l’aria di essere una biblioteca. Sono stupito e soprattutto turbato - lo ammetto senza vergognarmi - per il luogo dove mi trovo, per la sinistra figura che mi ha aperto la porta, per il modo stesso con cui sono stato ricevuto. Ma forse o sicuramente questa notte non devo stupirmi di nulla… Forse devo solo aver paura… Forse devo solo morire.
“Sono il notaio De Regibus - dico ad un certo punto per farmi coraggio e per sapere qualcosa in più del posto dove sono finito dal mio lugubre accompagnatore - ed ho un appuntamento con il barone e la baronessa Regula per una questione molto importante… Una questione ereditaria”.
“Mi chiamo Erik e sono il capo della servitù di questa casa” proferisce con tono teatrale il maggiordomo mentre accende le candele di un grosso lampadario fatto scendere dal soffitto con una logora corda. ”Il signor barone - continua sempre strisciando le parole - mi ha avvertito del suo arrivo e sarà qui, da lei, tra poco insieme alla signora baronessa”.
Il maggiordomo mi indica, quindi, una poltrona di velluto rosso su cui accomodarmi. E senza dire altro esce dalla biblioteca chiudendo piano la pesante porta che cigola sinistramente e minacciosamente. Sono proprio finito nella classica casa del terrore: è notte, fuori c’è un temporale, sono stato ricevuto da un essere spettrale, manca l’elettricità ed ho appuntamento con due nobili di cui non so nulla. Mi sento un novello Jonathan Harker.
La biblioteca dove sto aspettando i padroni di casa è veramente grande. Le pareti, con la sola eccezione delle finestre che assomigliano alle vetrate delle chiese, sono interamente tappezzate da libri. Sono migliaia e migliaia. Si tratta, perlopiù, di grossi volumi elegantemente rilegati in pelle. Sono un lettore appassionato e non posso fare a meno di avvicinarmi ad essi, con discrezione, e pronto a fare un balzo indietro non appena sento che qualcuno si sta avvicinando. Inclino la testa per leggere alcuni titoli incisi sulle coste e sbalordisco, ma forse non più di tanto: sono libri che parlano di magia nera, di streghe, di vampiri, di licantropi e di spettri. In quel momento il mio sguardo cade fuori da una delle finestre e, nonostante la pioggia battente, mi sembra di scorgere delle figure evanescenti che si stanno avvicinando minacciose al maniero.
Nella mia mente si affollano terribili pensieri quando, all’improvviso, la pesante porta della biblioteca schiude i suoi possenti battenti. E compare lui, Erik, il maggiordomo, che mi annuncia i suoi padroni che, pochi attimi dopo, fanno il loro ingresso nella biblioteca con la solennità che si usava nei tempi passati.
E il terrore e l’orrore più grandi che si possano immaginare mi invadono del tutto. Sento la mente annebbiarsi, il cuore spezzarsi, il corpo decomporsi. Sono tutti e tre uguali! Terribilmente e perfettamente uguali! Il barone è identico al maggiordomo ed anche la baronessa, a parte l’abbigliamento e le fattezze femminili del volto e del fisico, lo è. Ho un rigurgito di forze ed una vampata di coraggio. Con un gesto che sa di disperazione afferro l’alabarda di una vecchia armatura posta dietro di me e mi metto con le spalle al muro come per cercare in esso un sostegno, una difesa e grido:
“Tu!?… Lei!?… Voi!?… Chi siete?… Che cosa volete da me?…”.
Loro mi scrutano con attenzione, abbozzando sulle labbra un sogghigno diabolico; c’è un silenzio di tomba, rotto soltanto dalla pioggia scrosciante e, di tanto in tanto, dal rombare violento del tuono. Poi, all’improvviso, unendo all’unisono le loro voci, che hanno un suono infernale, mi dicono:
“Noi siamo ciò che tu stai provando in questo preciso momento: il terrore. Esso assume tante forme, si manifesta in infiniti modi, ma il suo volto è sempre lo stesso: il nostro volto”.
E io mi sento venir meno… E cado sul pavimento, freddo come una lapide, della biblioteca… E muoio… Muoio… Muoio…

(Il racconto è stato tratto da Nero dentro, Prospettivaeditrice, 2008)