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Il viaggio

di Monica Benincà

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Una mattina si svegliò. I fievoli raggi del sole bianco penetravano attraverso la fessura della persiana mezza rialzata, alle soglie dell’inverno.
Nel semibuio della stanza s’infiltrano come nebbia, acari, polvere che continuavano a respirare senza mai vederla al chiaro più totale o al nero più nero.
Una polverina che li avvolge riposta come aracnidi, soprattutto nel cumulo vergognoso sotto il letto, dove più t’appresti e tenti di pulire e toglierli con gli adeguati prodotti inventati, e più ritornano a farti visita appena sposti lo straccio che hai in mano. Nel nero sono messi in risalto nel bianco non si vedono, non si odono nemmeno… da questo punto, inizia con mille teorie che s’affacciano nella vita di tutti i giorni, ma nel voltarsi, nell’osservare al suo fianco il corpo dell’uomo che l’accompagna con la testa girata dal lato opposto illuminata da questa nebulosa di sole, le viene da pensare che è meglio concludere in questo modo il suo pensiero mattutino… n’è solo un mero riflesso di tutta un’esistenza che s’aggira, sveglia, svolge la propria attività, con le conseguenze di fatti ed eventi sempre nello stesso modo. Molto è tolto e molto ritorna sempre, ugualmente, come gli acari della polvere.
Accosta un momento la guancia alla sua spalla, alza le coperte insieme alle lenzuola che lo ricoprono, accarezzandogli il corpo s’avvicinò:
“Siamo come un puzzle. C’incastriamo bene nelle curve della schiena, la mia pancetta ed il tuo sedere posto all’infuori”…
Nel loro respiro in sintonia, lui ha un sussulto…:
“Cosa ne dici, andiamo in vacanza?”
“In quale meta?”
“In Perù”.
“Caspita! T’accontenti di un breve tragitto da fare con il sacco in spalle e partire senza prenotazione!”
“Basta informarci per tempo… andiamo in un’agenzia, risparmiamo per il prossimo autunno.
Compriamo solo il biglietto d’aereo, nulla d’organizzato… Dal caldo al freddo della vetta più alta, nel bel mezzo dei boschi, a camminare fra l’aria pura delle montagne peruviane ed il colore delle vesti brillante, per ascoltare le loro storie. Storie di persone comuni che vivono”.
“Non ho i soldi” disse girandosi supina “Mi dispiace, le mie finanze sono al limite. Con l’università non ho più un lavoro fisso da tre anni, se non arrancandomi in qualche lavoro fine settimanale… ma in compenso nulla dev’essere tolto al tuo desiderio, purché è esaudito”…
Si sedette nel letto. Si gira verso il cassetto del comodino, dandole le spalle. Lo apre e cerca d’estrarre un libretto, una guida turistica. Si volta e gliela porge dicendole:
“Ieri, passeggiando per il centro come il solito, mi sono infilato in una libreria e ho scorto tra mille e più libri, questa guida.
Il tempo è passato repentino, senza sosta, e tra i libri di Bukowski e Kerouac, ho visto nell’angolo, giusto nello scaffale di fronte alla cassa, diverse guide… e nell’osservarle incuriosito, l’occhio mi cadde proprio lì… Perù”…

Una parola quasi magica, o forse l’inverso inquietante presentimento nel rimbombo melodioso e semi-sonoro dell’accento finale… sì Perù, il sogno del suo amato convivente, la visione del desiderio dell’avventura acclamata, sperata e per lei soppressa in nascere; ma poco importava se fosse stato di sollievo e speranza nello scorgere un sorriso in quelle guance un po’ incavate, coperte da una folta barba.

Si alzò, si vestì, e con un falso sorriso, lo salutò. Per sempre.