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La tomba di Mozart




di Edywild

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Sono una discendente del grande Amadeus Mozart o almeno questo è quello che ha sempre detto mia nonna prima della sua morte.

Segreti celati nel mio cuore affliggono la mia anima, dovrei raccontare tutto al mondo intero, del resto ne avrebbe anche il diritto, tuttavia … trovo stimolante essere la custode di un segreto che sconvolgerebbe gli studiosi degli ultimi tempi..e la gente..che crede nei libri e nelle ricerche e non sa ma presta fede al sapere generale. Se da poco si è scoperto che probabilmente l’uomo non è mai andato sulla luna si scoprirà prima o poi che il teschio di Mozart non si trova al mozarteum … né in nessun altro museo. Sono io che custodisco il cranio di quel genio che ha segnato un’epoca e che vive ancora nella musica di tutti i tempi … io so dov’è … l’immortale..
Il grande Mozart era stato l’amante della nonna di mia nonna.
I libri non ne hanno mai fatto cenno e del resto come avrebbero potuto. Lei era solo una serva italiana, un’insignificante donna che valeva allo stesso modo di un vecchio paio di scarpe, comode quando servivano, poi accantonate. Ma a quanto pare, detto da mia nonna prima di morire, l’irrequieto Amadeus, l’amò con l’intensità e con l’euforia degli incoscienti. Che fosse vero amore o solo un capriccio dettato dall’immoralità indiscussa del musicista non lo sapremo mai, ma credo che Clorinda, costituisse davvero una perla rara nella sua vita, una ventata di fresca aria di primavera. Come non immaginare, i loro sguardi incontrarsi furtivi, eludendo il ben pensare della gente di corte e gli incontri in un chiaro di luna che fa da contorno ad un amore impossibile che gioisce del suo ardore e guaisce come un cane e si lamenta come un fantasma che vaga nelle segrete di un castello.
Clorinda era una bella donna, biondi capelli lunghi, due occhi azzurri come il cielo, il corpo esile e piccolo di statura, solo il naso, a quanto pare, un po’ importante, le davano quell’aria severa ed austera che la facevano apparire superba. Il suo cuore ardeva della passione clandestina per il genio del 700 pur sapendo che questa era pura follia, ma l’amore chiama amore senza distinzione di classe sociale o razza o religione. Di quell’amore rubava gli attimi come un uccellino che raccoglie le briciole sentendosi leggera come una piuma nel vento. Ho visto il suo ritratto sfocato e rovinato dal tempo che mia nonna conservava nel suo baule vecchio e marrone pieno di fotografie e ricordi che ho vissuto attraverso la sua memoria e non riesco ad immaginare, guardandola, quanto coraggio fosse servito a questa donna portare via il corpo di Amadeus dalla fossa comune dove lo avevano gettato dopo la sua morte. Mi chiesi chi mai potesse aver ritratto una serva. Nei giorni dopo il funerale del musicista Clorinda aveva già partorito, era stato un parto in gran segreto.

C’erano davvero tanti corpi in quella fossa. Morti di ogni età, ormai insignificanti, di poveri diavoli che dalla vita ne avevano tratto il peggio o non erano riusciti, per loro indole, ad approfittare della fortuna. Corpi che non si sapeva più a chi appartenessero, oramai ossa senza carne, senza più un volto, un corpo, senza sesso, senza età. Faceva freddo quella notte, il buio era fitto ed anche il vento faceva paura. Con l’aiuto dei suoi fratelli, gli unici che sapessero della sua relazione e con la sola luce della luna e di una lanterna e con il cuore che balzava in gola dall’emozione si avviò, dove non era concepito stare. Aveva aspettato la stessa notte dopo il funerale, stava per finire l’anno 1791, il freddo dell’inverno penetrava nelle ossa. Ricordava la semplice inumazione e sempre l’ avrebbe ricordata. Era rimasta in disparte, lontana dal resto della gente, piangendo calde lacrime, sincere e silenziose. Aveva notato l’assenza della moglie e non solo di lei, ma di tutti quelli che avevano condiviso giorni, mesi, anni con Amadeus, i suoi allievi, le persone che avevano detto di volergli bene ma che in quel giorno particolare chissà dov’era, e chissà se Constanze stesse soffrendo si chiese quasi provando compassione per lei, ma forse niente era paragonato al suo dolore che sembrava la facesse impazzire. Il pensiero di saperlo a letto negli ultimi mesi, bisognoso di cure ma anche di amore, quell’amore che avrebbe voluto dargli e non poteva, le faceva scorrere altre lacrime, lente, inesorabili, continue e sempre solitarie. Quella mattina il sole alto, era sembrato innaturale e meschino, caldo e raggiante come a burlarsi di una morte così prematura ed ingiusta. Ma si era fatto pomeriggio, era arrivato anche il buio come buia sarebbe stata la sua esistenza ora che il suo grande e segreto amore aveva lasciato miseramente questo mondo se non fosse stato per il regalo più bello ricevuto in vita sua, sua figlia. Le tremavano le gambe, era una pazzia ma non lo avrebbe lasciato marcire per nessuna ragione in una fossa comune. Nel silenzio della notte aveva creduto di sentire solo il battito del suo cuore che sembrava uscire dal suo petto. Una ciocca dei suoi capelli biondi scivolava fuori dal suo mantello logoro e nero. Solo poco più di due metri li dividevano, non avrebbero fatto altro che scavare e prelevare il corpo, mettere quel peso morto in un carro e sparire nel cuore della notte e sapeva che non sarebbe stato per niente facile. Avrebbero messo un perfetto sconosciuto al suo posto.
Clorinda aveva dato alla luce una bambina, la madre di mia nonna, quando aveva scoperto di essere incinta se ne era andata via in gran segreto e non era più tornata, rifugiatasi a qualche chilometro in un casolare, tra gente povera come lei e che di lei avevano avuto pietà e l’avevano accolta senza fare domande. Quella sera la sua bambina dormiva dentro quel carretto, avvolta nelle coperte, dormiva i suoi sogni migliori, povera innocente, mia nonna.
Lui stava li, immobile, gli occhi chiusi, l’odore di morto inaspriva le narici, duro come un sasso non era stato facile prelevarlo, ma per fortuna giaceva nello strato più alto. Faceva impressione sapere di essere circondati da tutti quei morti, sembrava che da un momento all’altro si sarebbero alzati dalle loro bare e li avrebbero toccati. I due uomini fecero alla svelta.
Poche ore che sembrarono eterne.
Dentro il carretto l’odore era nauseabondo, non si sopportava. La decomposizione aveva cominciato da giorni il suo decorso. Il cadavere di Amadeus venne portato qui, avvolto nel suo mantello nero con il cappuccio che gli scopriva una parte del volto magro, riposto dentro una cassa marrone, povera, disadorna e anonima coperto da un altrettanto anonimo telo nero. Clorinda lo fece seppellire nelle segrete di un monastero del nord Italia di cui non posso svelare il nome. Gli fu data una sepoltura più dignitosa, ma in gran segreto, e la notte successiva, di turbolente inquietudine e non solo per la pioggia che aveva investito la città e le campagne, un singolo sepolcro con inciso delle splendide parole per il suo genio ma senza alcuna foto poiché nessuno avrebbe dovuto capire di chi si trattasse, e che gli avesse fatto celebrare una messa solenne per altre tre volte a distanza di un tempo indeterminato. Si dice che dopo averlo fatto seppellire anche Clorinda fosse rimasta chiusa per giorni e notti al monastero, chiusa in una cella segreta, senza mai uscire né avere contatto alcuno e avesse affidato sua figlia all’abate amico di suo fratello, l’unico che conoscesse il segreto e che da allora soltanto chi fosse divenuto abate ne sarebbe stato a conoscenza. Col favore della notte l’abate era uscito dalla sua fredda cella, si era avvolto in un mantello nero anch’egli e aveva attraversato il lunghissimo corridoio e discendendo le scale di tutta fretta aveva attraversato il refettorio e il chiostro, diede una veloce occhiata intorno a sé ma non vide lanterne accese che potesse tradire la presenza di qualsiasi altro monaco, la sua era l’unica che illuminasse lo spazio circostante. Le volte della chiesa e del porticato al di la del cancello sembravano enormi al buio, correva con il cuore in gola e le labbra secche. Presto era uscito silenzioso dal portone e aveva disceso le scale. Subito un’ondata di gelo lo aveva investito in pieno volto. Aveva aperto loro il cancello che dava sul piazzale subito prima di entrare nel monastero. Alla sinistra la chiesa austera e silenziosa sembrava seguire i loro furtivi movimenti, verso la porta di una cella, la stessa che oggi occupa un monaco ignaro, scendendo silenziosamente le scale apriva il cancello, al buio, il chiarore della luna che rischiarava a sprazzi i loro volti veniva coperta dalle nuvole di passaggio. Come dei ladri entrarono in punta di piedi. L’abbazia era immersa nel buio, solo Clorinda adesso teneva fra le mani la lanterna per rischiarare il cammino. Il corpo del musicista fu portato nelle segrete … lo si avvolse in un panno morbido e fu posto dentro una cassa preparata apposta per lui e in seguito gli fu data degna sepoltura. Presto l’alba avrebbe dato vita ad un altro giorno, i monaci si sarebbero avviati in chiesa per la preghiera dell’ora prima. Clorinda e i suoi fratelli scesero le scale che portavano ai sotterranei e da qui, vari cunicoli che portavano fuori in giardino e dall’altra parte del bosco. Clorinda aveva salutato i suoi fratelli rimanendo nascosta al monastero con mia nonna tra le braccia, che dormiva i suoi sonni migliori e che solo molti anni più tardi sarebbe venuta a conoscenza di questa verità.

Nel pomeriggio decisi di fare una passeggiata nel bosco. Mi avviai. Su certi tratti gli alberi coprivano interamente la visuale. Alle mie spalle, vedevo qualche casa sparsa qua. Si stava facendo scuro, il tempo sarebbe cambiato e presto la pioggia avrebbe bagnato ogni cosa. Mi accorsi di essere in ritardo con la vita quotidiana di monaci, corsi verso il monastero, con passo lesto. La chiesa era gremita di monaci e gli ospiti come me stavano già in ginocchio con aria mesta e il capo chino. Li imitai, ma non ne avevo voglia. Nella mia testa pullulava il pensiero di mia nonna, di Mozart, dell’ubicazione esatta della sua tomba, avevo perso la cognizione del mio tempo, tutto quello che potevo desiderare era potermene andare via da quella chiesa. Il senso di inadeguatezza aveva preso il sopravvento, tuttavia rimasi fino alla fine ma con i pensieri altrove. I religiosi al contrario di me, austeri e solitari, sebbene l’uno accanto all’altro, davano l’impressione di vivere solamente per l’attimo in cui, cantando, rivolgevano lo sguardo davanti a sé, verso un crocifisso a cui avevano consacrato la vita. Mi sentivo tremendamente a disagio. In quel momento ebbi l’impressione che qualcuno mi disaminasse scrupolosamente cercando attraverso la mia esteriorità di penetrare verso il mio pensiero più profondo.
Cercai con lo sguardo chi potesse essere , ma non scorsi nessuno.

La sera vene come un fresco sollievo di vento dopo una giornata afosa.
E venne anche la notte …

Avevo sentito degli strani rumori e avevo avuto paura. Chi poteva alzarsi nel cuore della notte ed uscire al di la del monastero nel rigido freddo dell’inverno dell’estremo nord ovest della penisola italiana? L’abate forse? Poche ore lo avevo visto camminare in silenzio, la tonaca frusciante sulle gambe robuste, le maniche larghe sulle braccia conserte, ne avevo visto scorto seppur da lontano l’espressione grave come se fosse afflitto da una grave preoccupazione. Aveva un viso molto brutto, le rughe ben visibili agli angoli della bocca gli conferivano un’aria severa e intollerante, gli occhi castani troppo piccoli rispetto ad un naso importante e due labbra carnose e rosse di natura sul viso troppo pieno. Il collo corto e inelegante sull’andatura sgraziata.
Possibile che fosse in giro a quell’ora tarda della sera?
Me ne rimasi a letto con gli occhi aperti fissi al buio e l’udito all’erta cercando di capire se ci fosse veramente qualcuno fuori o era soltanto il frutto della mia suggestione. Poi non udii più nulla e non compresi nemmeno per quanto tempo rimasi ferma nella posizione supina, rigida come per non farmi sentire.
Mi rilassai, ma avevo freddo e non c’era coperta che bastasse a riscaldarmi. La stanza che avevo preso in affitto per qualche giorno era grande quanto le celle dei monaci, disadorna ed inospitale, ma d’altronde anche agli ospiti del monastero si imponeva uno stile di vita pari o quasi a quello dei monaci. Erano quasi le quattro del mattino quando sentii di nuovo quegli strani rumori. Sobbalzai col cuore in gola. Fuori era ancora buio pesto, ma c’era qualcuno fuori, ne ero certa. La paura aveva lasciato il posto alla curiosità e decisi di alzarmi. Alla luce tremolante di una candela sgusciai via dal mio letto scomodo, mi infilai una lunga vestaglia senza annodarla alla vita e uscii dalla mia stanza. Il silenzio era assoluto. Avanzavo e arretravo, indecisa sui miei passi, ma non vidi nessuno né luce che filtrasse dalle camere altrui. Il silenzio assoluto pervase dentro di me, tonante, al pari di un fragore insopportabile. Fra un’ora o poco meno i monaci si sarebbero alzati e coi loro passi leggeri e veloci si sarebbero avviati in chiesa per la preghiera del mattino prima ancora che la loro lunga giornata avesse inizio. Me ne tornai in camera ma non avevo più voglia di dormire. . Pensai a quello che avevo lasciato nella mia città, alla mia assurda idea di cercare tracce su Mozart, al libro della mia trisavola che aveva lasciato qui da qualche parte. Immersa nei miei pensieri ebbi la percezione netta di sentire un calpestio e sicura ravvidi che non erano originati dal lungo corridoio che portava al refettorio e alla biblioteca. Provenivano da fuori, in giardino al di là del chiostro e delle celle dei monaci. Fu il mio istinto a farmi aprire la finestra, il cielo poco alla volta schiariva per far nascere il giorno, spegnendo la candela per non farmi vedere mi affacciai noncurante del freddo gelido che mi penetrava nelle ossa. Per pochi secondi mi lasciai avvolgere da quel gelo, da quella strana sensazione di beata solitudine ma fu quando aprii gli occhi che mi sembrò che il cuore si fermasse. Fu allora che lo vidi e lui vide me. Immobile, col fiato sospeso, l’emozione intensa mista allo stupore e alla paura e tuttavia così splendida da volere non finisse mai. Il pelo grigio , quasi bianco e mosso dal vento, gli occhi vitrei e innaturali come soltanto un lupo può avere, fieri e brillanti e profondi come un abisso.
Mi incantai.
Non avvertivo più il freddo, la concezione del tempo non aveva più senso e quando ripresi la mia realtà potevo sentire il canto dei monaci come un perfetto sottofondo del mio rapimento. Poi il lupo sparì, veloce e silenzioso si dileguò dietro le sterpaglie, dietro gli alberi spogli coi rami secchi ormai deboli in attesa che la primavera ridesse loro quel fogliame verde e gagliardo e intanto quei rami mi davano l’impressione di braccia alzate, protese verso il cielo.
Al quarto giorno cominciavo ad apprezzare quella vita solitaria e silenziosa,ma non dimenticavo il perché del mio insolito soggiorno nel monastero.

Nella mia cella il silenzio mi impediva di pensare. Troppo silenzio. Il freddo mi penetrava nelle ossa come una lama ghiacciata nella neve. Mi chiesi se davvero i monaci non sapessero nulla del segreto di questa abbazia. Avevo camminato tutto il giorno i piedi mi dolevano e avevo voglia di uscire dalla cella, di chiacchierare con qualcuno.
Il silenzio era assoluto.
Avvertivo soltanto il mio respiro.
Il vento si insinuava dalle fessure della finestra, le persiane chiuse non bastavano a isolarmi, ed era l’unico a farmi compagnia.
Passi, intorno a me fruscii, gemiti, impercettibili e presenze che giungevano ai miei sensi. I lupi fuori ululavano all’ unisono. Decisi lo stesso di uscire dalla cella. Avevo freddo, in mano solo una torcia che avevo portato da casa dopo avere spento con un breve soffio una candela parzialmente consumata. Avevo paura persino dal rimbombo dei miei passi nel corridoio. Esitai, ma non mi ritrassi del tutto. Attraversai con passo felpato il corridoio, la parte che portava alle celle dei monaci era chiusa e si poteva leggere a caratteri cubitali “ CLAUSURA “.
In quel momento decisi e non volli più tornare indietro.
Il corridoio mi sembrò un tunnel buio e lunghissimo, mi sembrò di attraversarlo in un tempo interminabile e che nel frattempo il cuore si fosse fermato per non fare rumore. In fondo, ma non del tutto una porta aveva catturato la mia attenzione e quando l’aprii scoprii una cappella, illuminata dalle candele, con una grande statua di Cristo in mezzo, due angeli ai lati e all’estremità la statua di un uomo fatto santo e di cui non posso rivelare il nome poiché rivelerei anche l’ordine. Accanto ancora un piccolo quadro della Santa Vergine, con due occhi dolcissimi e che sembravano sprigionare luce e grazia. Stavo per chiudere la porta e proseguire lungo il corridoio ma proprio in quel momento mi accorsi di una porta piccolissima, quasi nascosta tra le statue e i dipinti, dietro una tenda color porpora e una colonna di marmo rovinato da tempo con su un vaso di fiori freschi. Mi avviai verso essa e l’aprii. Sbalordita scoprivo un altro corridoio ancora più stretto e più buio. L’attraversai di tutta fretta e non percepivo più il suono dei miei passi, né mi curavo di essere vista da qualcuno. Notai delle volte sopra di me che sembravano tanto basse da sfiorarmi il capo, le pareti erano crepate dappertutto ma andavo avanti senza fermarmi e alla cieca fino a quando non raggiunsi un ulteriore porta e l’aprii. Con mia grande sorpresa mi scoprii fuori, sotto i portici del chiostro, il freddo mi trafisse tutto il corpo e il volto e un brivido mi percorse violentemente.
Riconobbi il giardino intorno e gli alberi nani circostanti, in alto tutte le finestre erano chiuse, le luci spente. Rientrai, e mi guardai ancora intorno.. il buio sovrastava ogni cosa, sembrava che tutto in quel momento fosse dominato dal buio assoluto e dal silenzio suo complice. A ritroso tornai indietro e mi ritrovai di nuovo nella cappella. Mi sedetti su una delle panche, stanca ma con i sensi completamente vigili e attenti. Non sapevo neanche che ora fosse, ma era ancora notte fonda. Non seppi quanto tempo rimasi seduta li a non pensare a niente e fissare le statue e la tenda, e le pareti e i particolari dei fiori freschi su quel vaso di terracotta poggiato sopra quella colonna di marmo. In un momento preciso anche se non so esattamente quale, mi sentii davvero completamente sola al mondo e in pace con Dio. Mi alzai e uscii dalla cappella, mi ritrovai nel corridoio e da lontano potevo scorgere la porta della clausura dei monaci sempre rigorosamente chiusa. Anche la mia cella era vicina, avrei potuto entrare e riposarmi, ma andai avanti, alla mia destra potevo uscire nuovamente in giardino e si affacciava al cancello principale e alla chiesa grande con un campanile che mi sembrava gigantesco rispetto al resto dell’abbazia, alla mia sinistra il refettorio poco più distante la cucina. Mi accorsi che il refettorio era poco illuminato, mi chiesi se ci fosse qualcuno o se forse era stata lasciata accesa per dimenticanza di qualcuno, così, spinta dalla curiosità entrai anche se non avrei dovuto. Era grande, un lungo tavolo apparecchiato con tutte le sedie scure e semplici allineate come per gli scolari in una mensa. Desiderai quasi poter essere una di loro. Le finestre erano alte, certamente sarebbe entrata una gran luce durante il giorno. Il pavimento in legno scricchiolava sotto i miei piedi, camminavo con molta lentezza ma ogni passo mi frastornava la testa e sembrava fare chiasso. Qualcosa rotolo sotto i miei piedi. Sussultai, non me l’aspettavo. Dal mio polso si era sganciato il bracciale d’oro. Mi abbassai subito per cercare di ritrovarlo, nessuno avrebbe dovuto trovarlo, nessuno doveva sapere che ero entrata furtivamente nel refettorio e tautomero di notte. Palpai il pavimento ma non lo scorgevo.e qualcosa attirò il mio sguardo. Sotto la sedia centrale, probabilmente quella dell’abate c’era un tappetino color nocciola che si confondeva facilmente con il pavimento quasi dello stesso colore e sotto di esso una botola, La mia curiosità mi fece dimenticare il bracciale e le ore che passavano e che presto i monaci si sarebbero alzati e si sarebbero recati in chiesa per pregare. Spostai la sedia e sollevai il tappetino. Alzai la botola … un passaggio, rimanevo a bocca aperta.. sembrava stretto all’inverosimile ma notavo che riuscivo a passarci. Una scala mi conduceva sotto di non so quanti metri, faceva un freddo da paura, ero sporca e l’odore della polvere mi faceva starnutire.. Il buio si faceva sempre più fitto ma per mia grande fortuna avevo portato una torcia da quando ero uscita dalla stanza e che avrei utilizzato solo in caso di estrema necessità, e quel momento era arrivato. Arrivai in fondo e mi ritrovai in una cripta umida, larga circa 4 metri e profonda. Al buio e con la sola luce della mia torcia avanzavo piano respirando a fatica.. stavo sudando. Quando giunsi in fondo avvertii un odoro nauseabondo poi un rumore, una specie di scricchiolio ma non riuscivo a capire da dove provenisse. Che fossero topi? Mi allarmai, ne avevo paura.. ma non erano topi. Erano passi. Sopra di me qualcuno stava camminando e di colpo mi resi conto che si era fatta l’alba, che i monaci si erano svegliati e avevano cominciato le loro attività quotidiane. Di colpo il pensiero al refettorio e al mio bracciale perduto. Pregai perché nessuno lo ritrovasse. C’erano dei cunicoli davanti a me, presi quello di destra, mi sembrava di essere in un labirinto. Vidi una cella con le sbarre grosse di ferro, piccolissima, con una panca al margine , poi un’altra ed un’altra ancora. Avevo la vestaglia appiccicata alla pelle dal sudore, i capelli bagnati, le mani sporche di polvere rimpiansi di non trovarmi sotto la doccia della mia casa. Feci una corsa trattenendo il respiro. Avevo visto una cassa che sembrava quasi un sarcofago e infatti lo era. Era nero , grande, di legno pregiato, con delle incisioni sopra scritte in latino e il disegno di una dinastia che non conoscevo. Emisi un profondo respiro … ero sicura di esserci. Amadeus dovevate forza trovarsi li, da qualche parte in quella cripta. Adesso dovevo solo stare calma per trovarlo. Mi feci luce intorno e quello che vidi mi rabbrividii e mi fece quasi svenire dallo pavento e dallo stupore. Di tombe ce n’erano molte e quasi tutte dello stesso tipo, le une accano alle altre, come schierate per qualche cerimoniale. Mi sembrava che da un momento all’altro si sarebbero alzati tutti i morti al loro interno, corpi ormai polvere … che riposavano il loro eterno sonno.. ma della tomba che cercavo neanche la minima traccia.
Fu allora che all’improvviso vidi la tomba di Wolfgang Amadeus Mozart. Stava in disparte, tre fari dalla luce tenue la circondavano, era una cassa marrone chiaro, molto semplice, solo le iniziali del suo nome e il suo cognome la rendevano importante ed unica.
Allora era vero … esisteva ed era qui, mia nonna aveva detto la verità ed io sono una sua discendente.. il suo sangue corre anche nelle mie vene, il suo genio continua a vivere attraverso la sua discendenza che sono io. Non ricordo neanche per quanto tempo rimasi li ferma, attonita a guardarlo e a pensare, a scorrermi davanti tutta la sua vita e quella di Clorinda, al suo coraggio a mia nonna che dormiva su quel carretto.. Calde lacrime scesero lungo il mio viso e non sapevo il perché, forse la commozione, l’emozione dentro i battiti furiosi del mio cuore. Mozart era li … davanti i miei occhi una tomba di cui nessuno al mondo sapeva l’esistenza tranne me.. Una storia, questa, celata per non dare scandalo perché nessuno l’avrebbe creduta..
Questa è la verità sulla sepoltura del genio della musica e adesso tutto il mondo lo sa ….

Edywild

 

 

Commenti

lordluca - Giovedi, 9 Luglio, 2009 alle ore 13:41:54

commento: Un bel racconto,non c'è che dire.
Un 'unica osservazione:
dici che Clorinda era la nonna di tua nonna.In seguito però parli di una bambina,tua nonna per l'appunto,figlia di Clorinda e Amadeus.
Apparte questo piccola distrazione il racconto mi è molto piaciuto.