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Un taxi nella notte

di Giancarlo Ferraris

 

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È mezzanotte. Sono appena rientrato in città con l’ultimo treno a disposizione. Sono stanco, ma prima di tornare a casa devo incontrarmi con il Dottore, il consulente che mi sta aiutando nei miei affari. Che sensazione vedere di notte un posto come la Stazione! Di giorno essa è un pullulare di gente frenetica e indifferente, di notte un luogo di tristezza e di disperazione, con il suo popolo di zombie urbani: barboni, puttane, drogati, travestiti… È strano, pensandoci bene, che una persona, così per bene e così brava nel suo lavoro come il Dottore, mi abbia dato appuntamento proprio qui, alla Stazione.

L’incontro con il Dottore è finito. Adesso devo trovare un taxi per tornare a casa. Ce n’è uno fermo al parcheggio. È veramente una bruttissima vettura, sporca, ammaccata, arrugginita e per di più tutta nera. Ma non me ne importa nulla. Voglio solo tornare a casa. Mi avvicino al taxi stancamente. Non faccio in tempo a dire una parola che l’autista, senza nemmeno uscire dall’abitacolo, mi apre dall’interno le porte poste in corrispondenza del sedile posteriore. Sono appena salito che si scatena un temporale di una violenza inaudita. È strano. Fino a pochi attimi prima il cielo era sereno, con la luna e le stelle.
“Via Poe, 17” dico al tassista.
La vettura sgomma sull’asfalto diventato rapidamente fradicio. Dopo mezzo minuto trasalgo: non riesco a capire dove il tassista mi stia portando.
“È una parte della città - penso con apprensione - che non ho mai attraversato per tornare a casa, che non ho mai visto”.
Il taxi, infatti, sotto una pioggia battente, che però non mi impedisce di vedere fuori dal finestrino, sta attraversando una strada a me sconosciuta, costellata da alberi scheletrici e da edifici cadenti illuminati da una serie di lampioni che emettono una luce nebulosa eppure forte, talvolta violenta. Ed ogni tanto sulle facciate di questi edifici compaiono, per poi scomparire quasi subito, delle ombre gigantesche che mi ricordano le creature mostruose che terrorizzavano i miei sonni da bambino. Il taxi misterioso, il temporale, le ombre: mi sembra di vivere in prima persona le scene iniziali di Suspiria. All’improvviso ho paura, tanta paura: il luogo che sto attraversando non l’ho mai visto, eppure non mi è nuovo, anzi ha qualcosa di sinistramente familiare, è qualcosa che mi appartiene, che è sprofondato dentro di me. Poi, di colpo, mi desto e, adirato, dico al tassista:
“Ehi!… Sì può sapere dove diavolo mi sta portando? Si fermi un momento, per Dio!”
La vettura rallenta la sua corsa e pochi secondi dopo si ferma sotto uno dei lampioni.
“Posso sapere che sta combinando? È forse impazzito per caso?” domando al tassista.
“Oh! Io so benissimo che cosa sto facendo, caro signore!” mi risponde lui tutto tranquillo senza voltarsi. “Credo che sia lei, caro signore, a non comprendere bene la sua situazione!”
“Ma che sta dicendo? Mi sta prendendo in giro?” gli grido sempre più adirato.
“Nessuna delle due cose, caro signore” mi ribatte il tassista sempre tutto tranquillo. “Vede - aggiunge - io la sto semplicemente portando nel mondo di coloro che dormono il sonno eterno perché lei non è più tra i vivi… È morto!... Il Dottore, che lei tanto stimava, l’ha uccisa con sette pugnalate. Già!... Proprio il Dottore!... Il mondo, come diceva Maupassant, è pieno di pazzi sconosciuti, scaltri, terribili e mostruosi come il Dottore celati sotto le vesti di persone rispettabili”.
“Io?!… Morto?!… Ma che diamine sta dicendo?” gli faccio quasi divertito.
“Sì, caro signore… Lei è morto… Altrimenti non potrebbe trovarsi sul taxi della Morte” replica il tassista sghignazzando sommessamente.
E un secondo dopo il taxi riprende la sua corsa mentre io mi accorgo che sono coperto di ferite che vomitano sangue e con le ultime forze rimastemi cerco di uscire, invano, da quella maledetta auto, che continua a correre verso l’aldilà, verso il mondo dei morti, verso la mia ultima dimora.

(Il racconto è stato tratto da Nero dentro, Prospettivaeditrice, 2008)