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Saturday night fever

di Vincenzo Elviretti

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     Gianni tirò fuori l’involucro di plastica contenente la polvere bianca, dalla tasca del suo portafoglio di pelle nera.
     Aveva chiuso la porta del cesso con due mandate di chiave. Dall’altra parte della porta c’era gente impaziente che attendeva di entrare li dentro per svuotare i testicoli per via della troppa birra mandata giù. Bussando continuamente. Gianni gli aveva detto di aspettare un momento, gentilmente.
     Con un pezzo di carta igienica asciugò il bordo del lavandino. Dal suo portafogli tirò fuori la carta rigida del suo bancomat, con la quale poco prima aveva prelevato duecento euro dalla sua banca per poter passare la serata, e una banconota da cinquanta euro appena sfornata.
     Dispose la polvere bianca sul bordo, ora asciutto, di quel lavandino. Con l’aiuto della carta bancomat polverizzo quella sostanza bianca che si era, durante l’alloggio dentro quella tasca di portafoglio, come granularizzata. Sarà stata l’umidità. Fece di quei migliaia di granuli di polvere “ununicalungasottilestriscia”, più o meno come la lunghezza dello spazio contenuto tra le parentesi. Maestro del suo mestiere, maneggiava quel bancomat come il mastro che impasta la calce tra un blocchetto e l’altro. Arrotolò il bigliettone da cinquanta e con l’aiuto di tutte e dieci le dita da lui possedute, se lo infilò dentro la narice destra del suo naso. Avvicinò il volto al bordo del lavandino. Tirò su.
     Che botta!
     I neuroni del suo cervello iniziarono a trasmettere impulsi di benessere e d’eccitazione a tutto il corpo.
     Uscì dal bagno. Non riusciva a distinguere i volti di chi trovò dietro quella porta. Si diresse verso il tavolo dell’irish pub dove si trovava insieme a Veronica, Margherita e Barbara.
     Un sabato sera qualunque. Aperitivo, una pizza, caffè e limoncello al bar, due cazzate sparate in compagnia di una paglia e di qualche orecchia disposta ad ascoltare, sotto i portici della strada principale del borgo. E poi… un altro superalcolico al bar, “Cosa si fa, cosa non si fa?”. Ma tanto si va a sbattere ai soliti due-tre locali a qualche chilometro di distanza da casa, in un qualche altro paese sperduto e sfigato quanto quello di appartenenza. Almeno ci si rilassa in macchina, ascoltando le canzoni di “Per un’ora d’amore con Subasio”, e le storielle di quattro sfigati, innamorati e cornuti, che il dj di turno declama con tanto ardore, nemmeno stesse leggendo un testo di Goldoni, nemmeno fosse una poesia di Pablo Neruda.
     Ma è quel che basta.
     E’ quel che basta per lasciarsi una settimana alle spalle, una settimana di lavoro, di studio o di semplice scazzo.
     Ma il più delle volte è anche quello che ci si può permettere con uno stipendio di mille euro; euro in più, euro in meno. Uno di quei pochi svaghi ancora concessi. Tutto il resto… non è noia, è tragedia. Destinato all’automobile che si rompe, al trio maledetto benzinabolloassicurazione, alle sigarette, all’affitto. A volte neanche a quest’ultimo, perché si vive con mamma e papà. Ma tant’è, almeno ci si può permettere una macchinina un po’ più decente.
     Come quella di Gianni: una Wolswagen Golf ultima serie. Duemilaturbodieselcentrotrentacavalli,  grigio scuro, cinque porte. Ventimila euro chiavi in mano.
     Gianni si sedette sulla sedia che occupava fino a qualche minuto prima di andare al cesso. Anche seduto gli sembrava che potesse toccare il soffitto con un dito. Bastava volerlo.
     Veronica, Barbara e Margherita erano ubriache. Non potevano certo capire quali fossero le condizioni psicofisiche di Gianni in quel momento. Gianni parlava, sembrava una mitraglietta. Non si capiva quasi nulla di quello che dicesse, ma alle ragazze non poteva fregargli di meno.
     Veronica, Barbara e Margherita scoppiavano in una risata a crepapelle, mediamente, ogni dieci parole che Gianni pronunciava. Quando riuscivano ad afferrare il senso di quello che Gianni voleva dire, o si trattava di una porcheria o di una scemenza tremenda, o si riferiva alla propria condizione di quel momento.
     Ordinarono alla cameriera un’altra bottiglia di Tennent’s a testa. Appena questa ritornò al tavolo con le birre, Gianni buttò giù per lo stomaco la sua in sole due sorsate. Aspettò che anche le ragazze potessero finire la propria. Ma anche queste per non essere da meno non ci misero poi molto per bere la bevanda. Questione di un paio di minuti.
     Pronti per un altro giro. Rum e pera stavolta. Richiamarono la cameriera. Questa li fece aspettare un po’, il locale era nel momento di massimo affollamento, tant’è che si faceva fatica a camminare li dentro, si rimaneva bloccati per decine di secondi senza poter spostarsi di un solo centimetro. Tanto i ragazzi erano talmente fuori che non si accorgevano nemmeno del tempo che passava, avevano perso la cognizione temporale.
     Una volta sul loro tavolo i quattro bicchierini, quattro di rum e quattro di succo di pera, furono presi d’assalto da Gianni e le sue amichette. Prima il brindisi, poi la veloce deglutizione del rum, poi il succo ricco di zuccheri che amplificano l’effetto dell’alcol.
     Un’altra bella botta, ma non sufficiente. Bisognava chiudere quel sabato sera in bellezza. Ci voleva un bel “tequila boom boom”.
     Ordinarono.
     Un bel bicchierino di tequila da mandare giù tutto d’un fiato; qualche granello di sale da porre sopra il bordo della mano aperta, tra il pollice e l’indice, da mettere in bocca appena bevuto la tequila; una bella fetta di limone da masticare a completare il rituale.
     Gianni e le ragazze non si erano mai chiesti a cosa veramente servissero tutte quelle particolari procedure, comunque lo trovavano divertente ed eccitante. E poi lo facevano tutti.
     Ora c’era davvero molta confusione nelle loro teste. Le decine di persone che occupavano i tavoli di quell’irish pub erano un’enorme massa indistinta di pelle ed ossa.
     Gianni e le ragazze decisero che era ora di uscire e di andare a prendere la macchina e tornare, così, a casa. Qualche chilometro di strada provinciale, stretta ma diritta.
     Si fecero largo tra la gente dentro quel locale; musica rock di sottofondo: Afterhours, “Voglio una pelle splendida”, pavimento in cotto, tavoli e panche di legno, un’ampia selezione di spine irlandesi e tedesche, una squallida cucina dove si cuocevano sandwich, hamburger, patatine fritte, hot dog, crostini con prosciutto e mozzarella, un ampio bancone, qualche quadro raffigurante vecchia pubblicità di birre straniere.
     Una puzza di sudore e di scoreggia sempre presente, comunque.
     Gianni guidava l’avanzata verso l’uscita. A fatica la raggiunsero.
     La Golf si trovava a circa cinquecento metri da loro. In quel cazzo di pub situato nel pieno centro storico di quel cazzo di paesello, trovare il posto a qualche decina di metri… nemmeno a pagarlo oro, tra quelle stradine selciate dove a fatica passavano contemporaneamente due biciclette una di fianco all’altra.
     Le vesciche erano piene. Gianni appena trovò una porta che faceva bene angolo con l’insenatura di un uscio, tirò fuori il suo uccello per scaricare quel fiume in piena che si sentiva dentro.
     Veronica, che non ce la faceva più neanche lei, appena trovò un angolo un po’ più buio, si calò i calzoni e, piegandosi come stesse seduta sopra ad una tazza di un cesso, trovò l’ispirazione per una lunga pisciata. Margherita e Barbara, invece, forse per un senso del pudore ancora intatto nonostante l’alcol che scorreva nel sangue, trattennero in se i loro liquidi che reclamavano l’uscita.
     A tentoni raggiunsero la Golf.
     Veronica disse a Gianni che forse era il caso di aspettare un po’, in modo che gli effetti dell’alcol venissero meno. Ma questo, talmente fuori e su di giri, non capì niente di quello che Veronica espresse.
     Montarono in macchina. Gianni girò la chiave d’accensione; il quattro cilindri cominciò a girare, sembrava che stesse in forma a giudicare dal suono, talmente silenzioso che sembrava un benzina invece che uno sporco diesel.
     Gianni ingranò la retromarcia. Il pedale della frizione gli sfuggì da sotto il suo piede destro. La Golf andò a cozzare contro il paraurti della Fiat Punto prima serie che si trovava dietro.
     “Cazzarola!”, si lasciò sfuggire Gianni. Dopo la botta riacquistò per un attimo la lucidità. Solo per un attimo, pensando ai ventimila eurini che gli ci erano voluti per acquistare quella macchina nella quale ora poggiava il culo assieme alle sue belle amichette. Rimise in moto la Golf che nel piccolo urto si era spenta.
     Uscì dal parcheggio. Sgommando. Prima di immettersi nella provinciale che li avrebbe ricondotti a casa a Gianni gli venne l’idea di andare a fare tre-quattro testacoda nel largo parcheggio del centro commerciale a poche centinaia di metri da dove si trovavano in quel momento. Una vera goduria, sarebbe stata, prendere quel tanto di velocità che bastava per far girare la macchina su se stessa, una, due, tre volte, con l’ausilio del freno a mano che andava a bloccare le ruote posteriori; un piccolo ma netto colpo di sterzo e voilà, la giostra ha inizio. Che figata, vero Gianni? E poi accelerare, mandare su di giri il motore, rilasciare bruscamente la frizione. Wow. Puzza di gomma che se ne va sull’asfalto, euri che se ne vanno via in fumo, per un semplice stridìo.
     Ma ora basta. sono le due del mattino, è ora di tornare in paese, casa. È quello che reclamavano Veronica, Margherita e Barbara, anche se loro stesse si stavano divertendo un mondo dentro a quella macchina che le strattonava da una parte all’altra dell’abitacolo.
     Gianni uscì da quell’ampio piazzale e si avviò ad imboccare la strada provinciale. Lunga, stretta, diritta.
     La musica che rimbombava dalle casse dello stereo posizionate nelle portiere anteriori e posteriori, aveva fatto ancor più salire l’adrenalina agli occupanti di quell’autovettura. Le basse frequenze che uscivano dal subwoofer, che filavano via velocissimi, coprivano qualsiasi possibilità di dialogo tra Gianni e le altre. Si riusciva a distinguere solo qualche parola che non dava senso compiuto a quel che si pronunciava.
     Tiziano Ferro nel frattempo cantava il suo ultimo successo: “Ti scatterò una foto”. Dalla colonna sonora dell’ultimo film ripreso dal libro di Federico Moccia, scrittore idolo tra le nuove generazioni d’adolescenti.
     Gianni era ormai immerso in un videogioco, della serie “GP1” o “Colin Mc Rae”, sgommate, inchiodate e derapate a go go. Teneva tra le mani lo sterzo dell’autovettura come se stesse impugnando un joystick.
     La velocità di crociera era sostenuta, ma le curve filavano lisce tanto che non sembrava nemmeno di percorrerle. D’altronde era proprio comoda la Golf: sospensioni morbide, abitacolo silenzioso, controllo di trazione. Ventimila euro spesi bene. Un mutuo di seicento euro al mese, ma tanto a Gianni cosa vuoi che gli importasse, una spesa sostenibilissima per lui quando al vitto e all’alloggio ci pensavano sempre mamma e papà.
     Barbara era un po’ preoccupata. Nonostante tutto quello che aveva bevuto riusciva a trovare un po’ di lucidità in qualche angolo del suo cervello, e capire così che quello dove si trovava ora era uno dei posti meno sicuri al mondo.
     “Brutto stronzo vuoi andare piano!”
     Ma Gianni nemmeno riuscì a sentirla, tanto forte era il volume dello stereo. Rideva.
     E ridevano anche Margherita e Veronica. Sghignazzavano tra di loro. Margherita era seduta sul sedile anteriore del passeggero, Veronica aveva preso posto esattamente dietro di lei. Si menavano tra di loro, così per scherzare. Piccoli schiaffetti, si tiravano i capelli. Dolcemente, senza farsi troppo male.
     A Veronica venne in mente la malsana idea di scavalcare il sedile che aveva dinanzi a se e di andare li dove era seduta Margherita.
     Nell’eseguire l’operazione, mentre si trovava già con metà del suo corpo tra le braccia di Margherita, Gianni in uno scatto di nervosismo lasciò un attimo il volante dell’autovettura per strattonare Veronica e ricollocarla li dove si trovava. Cazzo, gli stava sporcando i sedili con le sue scarpe sudice.
     Veronica fu praticamente sbalzata sul sedile posteriore.
     La Golf incominciò a roteare su se stessa, lungo quel tratto di strada rettilinea delimitata da alberi ad alto fusto, che in quel momento si trovavano a percorrere. Altro giro di giostra.
     La cinta della borsetta di Veronica si era impigliata alla leva del freno a mano della Golf. L’accessorio era ancora saldamente nelle mani di Veronica quando Gianni la strattonò. La presa non venne meno nemmeno quando la cinta, nella sua corsa nello spazio, si portò appresso la leva del freno a mano.
     Le pasticche e i dischi dei freni della Golf avevano reagito prontamente al comando andarono a bloccare le ruote posteriori.
     Gianni, che in quegli istanti non teneva le mani al volante dell’automobile, non riuscì nemmeno a capire cosa stesse accadendo.
     Nulla sembrava fermare, o soltanto rallentare, la carambola della Golf. Sembrava come di essere sul ghiaccio, non su asfalto.
     Ci pensò un platano, bello robusto, con una circonferenza ai piedi della pianta di almeno un paio di metri. Il colpo scalfì leggermente quella pianta. Un po’ di corteccia in meno che sarebbe ricresciuta addosso alla ferita in appena qualche mese, un infinitesimo di tempo della sua esistenza.
     Si trovava sempre li, come prima, ancorato alle sue radici. Divino, maestoso, imponente.
     Ai suoi piedi, poco distante, una carcassa di automobile. Dentro di questa i corpi senza vita di quattro ragazzi colpevoli soltanto di aver trovato un modo sbagliato per uscire dalla noia e dalla monotonia della provincia.
     Gianni, Margherita, Barbara, Veronica. Game over.