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Quando son diventato nonno

di Franco Pastore

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 Ho sempre saputo che si impara ad essere genitore, attraverso un  iter che non sempre è destinato al successo. Si impara altresì ad essere marito, moglie e così via, sottoponendosi, a volte, ad incontri di gruppo e corsi, che alla fine ti pongono nella condizione di passare da una fase all’altra della tua vita.
L’esser nonno, invece, è a mio avviso più complesso, perchè l’accettazione del concetto implica necessariamente una apertura  verso il tempo e la vecchiaia, che non tutti siamo disposti ad avere. Tra l’altro, la figura del nonno è soggetta ad   incombenze, che da sempre si associano alla limitatezza ed all’anzianità, piuttosto che  alla prestante giovinezza.  Da ciò ne deriva una sorta di resistenza, che ti procura, inizialmente un certo fastidio quando ti definiscono nonno, solamente perché i tuoi figli sono diventati mamme e papà. Ovviamente, l’avversione per l’odiata parola è inversamente proporzionale all’amore effettivo che realmente si sente per i nipoti, che sono parte della tua stessa vita.
Nel mio caso, ero giunto con fierezza ai miei sessant’anni, senza che la parola mi avesse minimamente toccato. D’altronde, l’idea del nonno che leggeva le favole ai nipoti e si vestiva da babbo natale, la consideravo un prodotto della vecchia  letteratura, fatta di renne e camini accesi, dove l’occupazione del nonno consisteva nel guidare i primi passi dei teneri rampolli, sulla strada della vita. Del resto, non mi ci vedevo a star fermo per ore e parlare ai figli dei miei figli delle storie passate. Tanto più che principi e principesse sono stati deposti dalla tecnologia più sofisticata, fatta di telefonini, personal computer, videogiochi complicatissimi e playstation avanzatissime. Forte di queste considerazioni, vivevo tranquillamente, senza che la gravosa “nomination” di nonno operasse quello che, giustamente, viene considerato come l’ultimo passaggio situazionale nella vita di un uomo. In sostanza, amavo tantissimo Andrea e Chiara, così come amavo tutti i miei nipoti, ma lo facevo con disinvoltura, senza pensare a me come ad un nonno, ma piuttosto come uno zio particolare, o un secondo papà.
Questa filosofia mi aveva egregiamente supportato fino a lunedì cinque novembre, ventidue giorni dopo il mio sessantatreesimo compleanno.
Mi trovavo nell’antica Nuceria, una cittadina del salernitano, oggi Nocera Inferiore, per una visita ad un parente operato il giorno prima di ernia inguinale. Dopo una ventina di minuti che ero al suo capezzale, l’arrivo di altri parenti mi suggerì l’idea di andar via, per evitare l’affollamento della camera, già piena di altri visitatori. Salutai e scesi al piano dell’accettazione, dove fui attratto da un magnifico odore di caffé. Entrai. Chiesi un espresso e dell’acqua minerale in un bicchiere  capiente, perché mi ritrovavo una gran sete.
- Che bello sentir parlar bene!-  disse la simpatica signorina, che serviva al banco.
- Che gentile! - risposi di rimando.
- Quasi quasi, le chiedo di adottarmi…- continuò la tizia.
- Con gioia!- le risposi, pensando subito alla possibilità di una nuova amicizia.
- Sa, pensi che non ho conosciuto mio nonno…- mi confidò selvaggiamente l’infame.
In quel momento, fu come se m’avessero ribattezzato. Feci la smorfia di un sorriso e presi il mio caffé, amaro più che mai. Pagai ed uscii nell’area del piazzale antistante,   dirigendomi rapidamente all’ampio parcheggio. In macchina, sistemai il mio borsalino sul sedile di destra e guardai nello specchietto, lanciando uno sguardo pietoso al mio viso, malamente incorniciato dai radi capelli grigiobianchi. Non so perché, ma mi sentii più vecchio e, riguardandomi, mormorai: - Ciao nonno!-.
                                                                                                          Franco Pastore