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La pensione

di Franco Pastore

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       Non ho mai pensato allo stato di pensionamento, come ad una situazione spiacevole “in exspectatione mortis”, anche perché i vecchi della mia famiglia hanno  lavorato fino alla fino a tarda età, protetti dall’amore riconoscente della famiglia.

       Forte di tale esperienza, al sessantesimo anno, con 38 anni di onorato servizio (più i 4 anni d’università), chiesi di andare in pensione.

       Che bello alzarsi alle nove tutte le mattine! Una pacchia che avrei goduto fino in fondo, gustandomi i piccolo piaceri della vita. In effetti, così fu per i primi mesi, poi, una fastidiosa bronchite limitò le mie capacità di movimento ed attentò alla serenità delle mie notti. Ciò nonostante, forte del mio ottimismo,   programmai ancora più energicamente il mio tempo, includendo rapporti sociali, passeggiate sul lungomare, letture struggenti e la mia passione preferita: dedicarmi al teatro a tempo pieno.

        Iniziai alla grande, comprai attrezzature e feci proseliti, aggiungendo altri lavori a quelli che avevo già fatto. Ma, quando stavo per lanciarmi alla grande, la morte di mio padre mi costrinse ad una lunga dolorosa riflessione.

        Strinsi i denti (si fa per dire) e l’anno successivo ero un uomo nuovo. Feci il bilancio di ciò che mi restava e convenni che una bella madre affettuosa ed una moglie ancora prestante fossero una spinta più che valida, per una vita felice. Quando, poi,  mi arri-vò l’attesa buonuscita, mi sentii al sicuro.

         L’esperienza di tanti anni di vita e di studio mi facevano ben sperare e mi proiettai in avanti, con l’entusiasmo che d’altronde era caratteriale. Scrivevo come un pazzo, annoveravo nuove amicizie e facevo belle cenette con mia madre nei ristorantini della città.

        Quando sembrava che tutto filasse liscio come l’olio, un

            brutto cancro, mi tolse mamma in due mesi, mentre un dissesto finanziario, causato dalla crisi del mercato azionario, mi costrinse a mettere mano a quello che rimaneva della buonuscita, dopo che erano state decise le quote per gli eredi.

          Pur essendo di carattere forte, incominciai a perdere  parte del mio iniziale ottimismo ed incominciai a chiedermi  che fossi veramente. Non ero più nessuno. Mi confermò questa amara verità la bidella addetta al ricevimento dei genitori, nella scuola di mio figlio:

Buongiorno!-

Buongiorno, mi dica! –

Sono il prof. Tal dei Tali, vorrei conferire con il preside…-

Dove insegna professore? –

Sono in pensione da due anni…-

Ah! , lei è un genitore!-

Per l’appunto…-

Il preside è molto impegnato…- mi rispose acida.

E’ questione di poco, insistei, gli dica che c’è il prof….che ha urgenza di parlargli, in fondo sono della scuola, perdiana!-

Lei, ora, è solo un genitore e parlerà col preside appena si renderà disponibile. Venga domani !-

           Dimenticai di essere stato un docente ed irruppi nella presidenza, con la grazia di uno scaricatore.

          Ma come fare con lo Stato, che ti considera solo un numero, sul computer dell’ INPDAP?  La pensione è quella di un poveraccio, in bilico tra la povertà e lo stato di disagio. Il Padreterno, poi, ci mette il resto: la pressione, la b.p.o, i trigliceridi, il colesterolo, la chierica,  i suoceri impertinenti, i regali ai parenti ed i problemi dei figli, peggio del mal di denti.

          Ma il pezzo forte è la convivenza, con la carenza di ogni comprensione e tu diventi sempre più “coglione” , perché nessuno più ricorda che hai lavorato per qua-rant’anni. Allora saresti pronto a barattare il resto dei tuoi giorni per un poco di considerazione, non l’affetto (cosa d’altri tempi) , ma quel rispetto che merita qualunque persona umana, pensionata si, ma pur sempre viva e bisognosa di sentirsi annoverata tra gli uomini e non collocata, innanzi tempo, al cimitero. Preso dallo sconforto, accendo la radio sul mio scrittoio e mi dispongo all’ascolto di un bel canto gregoriano, dal titolo “natus est”. Ad un tratto si sente la voce di un mariologo, il quale inizia una certa dissertazione sulla lunghezza della vita: “ Non è vero che la medicina moderna ha allungato la vita- diceva affabilmente il monaco – infatti, solo i più robusti arrivano ad 80 anni, la vita media, oggi, è di sett’ant’anni…” . Quella frase, lanciata con tanta superficialità per radio, mi fogorò: allora, mi restavano solo sette anni di vita? Ma che bella pensione!

 

Commenti

 

Anna R. De Santis - Martedi, 15 Aprile, 2008 alle ore 17:34:59

commento: Bene, Franco, mi pare che tu abbia saputo raccontare perfettamente questo particolare momento della nostra vita. Senza tante lacrimosità, hai ben descritto le sensazioni: più che dolore, paura. La terra che scorre via da sotto i piedi, le cose che spariscono e perdono senso e, vicina, veloce, la morte. Batmax ha detto bene: meglio perso che depresso, e dunque meglio non farsi trovare facilmente. Complimenti!  

 

batmax - Venerdi, 4 Aprile, 2008 alle ore 17:13:26

commento: è davvero strano, però il percorso di un uomo è spesso il percorso di tutti gl'uomini. Questa società sembra scaricarti dopo aver succhiato il tuo sangue, consumato la tua libertà. Non a caso dopo anni e anni di lavoro, si deve fare fronte a problemi che si presentano con fervore e solerzia giovanile... Proprio quando tutto sembra condurre alla fine delle lotte, all'agognato riposo del guerriero, quando sembrerebbe il momento di godersi la stima di chi ti ha accompagnato nei tuoi sentieri, devi far fronte al cinismo della realtà. La scrittura di questa storia ha una certa crudezza, che solo le storie vere posono contenere... ad ogni modo credo che non bisogna perdere la speranza... Contro tutto e tutti... dalle mie parti si dice "meglio perso, che depresso"...