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Ombre


di Edywild

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I barboni sono come le stelle.
Tremano.
La loro luce è talmente intensa che non si vede. Ve ne sono tanti quanti gli angoli delle strade e dei vicoli e sono ombre formate dal sole della civiltà e del progresso. Si riflettono nello specchio delle debolezze e della fredda ragione ma cercare di capire un barbone sarebbe come sperare segnali di vita su un altro pianeta. Essi sono davvero come le stelle delle quali vediamo la luce del loro ieri e che sembrano tanto vicine ma sono distanti anni-luce, così nei barboni vediamo le ombre di coloro che furono persone rispettabili e distinte e che nel corso della loro vita il tramonto è sceso troppo in fretta e dell’amore che hanno da dare rimane soltanto polvere, che il vento porta via nel mondo e addirittura si disperde nell’universo. Sono ombre perché la società non li vede e se li vede li disconosce. Se ne vedono molti con gli occhi rossi ed una bottiglia in mano e tra le labbra si fanno accendere una sigaretta mendicata da qualche venditore col sorriso beffardo che crede di fargli un favore. Si aggirano tutto il giorno sotto i portici della stazione che spesso è la loro casa. Vestono sporchi, puzzano, frugano nel loro unico paio di pantaloni per sperare di ricavarne abbastanza e comprare dopo le sigarette, almeno una bottiglia di vino.
L’importante è ubriacarsi.
Alcuni fanno un gran rumore, si fanno notare perché urlano la loro sorte, altri rimangono in silenzio, rassegnati e col viso inespressivo poiché si perde la capacità di emozionarsi, in attesa, forse, che qualcuno si accorga di questo silenzio che urla fra il viavai della gente per bene che non li guarda nemmeno. Nella luce artificiale dei lampioni, certe sere d’estate,  nei suoi sogni innocenti il barbone diventa un re, la panchina si trasforma in un antico castello. Sono attimi in cui la luna diventa la sua amante, la compagna ideale di poeti e sognatori … un sogno magico nell’innocenza della sua immaginazione.
Tra immagini stanche di vecchi ossuti e sguardi vacui ricordo Attilio, la corrente della vita lo ha trascinato al largo nei passaggi di un tempo che ha portato la sua anima alla deriva deserta del suo mondo, che è la pazzia e nel ricordo di un passato che non c’è più o non è mai esistito. Lo vedo rovistare tutti i giorni fra i bidoni della spazzatura a cercare chissà che cosa, un gesto per sentirsi importante, per occupare le sue ore. E’ curvo e sembra piccolo nel suo pigiama di lana azzurro vecchio e stretto e il cappello da notte, vecchio, dei suoi tempi. Puzza. Camminando a testa bassa gioca con le sue dita incrociate, le braccia sulla schiena. La sua espressione è quella di un bambino che fa arrabbiare la mamma. Ha gli occhi vivaci perché si inventa la vita al punto da crederci davvero. Parla da solo Attilio, perché se stesso è l’unico amico che gli rimane. Per Attilio e per tanti altri restano solo gli eventi che ci dicono in modo spietato quello che siamo e anche se il dolore non si cancella facendo rumore rimane qualcosa che si spezza dentro, un sentimento che somiglia alla rabbia, tra l’impotenza e la rassegnazione e l’uomo che c’è dentro ogni barbone non è più un uomo, ma diviene il simbolo degli stracci che indossa, uno strascico vivente che respira e vegeta, come corpi rarefatti e per sparire un giorno come l’immagine di un angelo agli occhi di un morente. I barboni sono come le strade senza un nome, angeli veri perché nessuno li vede, riluttanti come i topi e amabili come cuccioli sperduti. Come Attilio spesso nel mio quartiere, un’altra anima in pena cammina sotto il sole cocente d’agosto e affronta le intemperie del vento e della pioggia in inverno. Come voce solo un rantolo.
E’ minuto, magro, calvo, con un lungo naso e le labbra strette e sottili e occhi grandi come due fanali. Quando cammina lo fa lamentandosi contro il mondo, portando in spalla una vecchia borsa ed una chiave al collo, grossa e pesante. Un altro invece teneva volentieri la barba lunga sul volto smunto e non sembrava uno qualunque che scomparisse tra la folla.
Barboni ….
Anime in pena e tuttavia felici, affamati, stanchi e sognatori.
Alcuni cantano come se il canto fosse una sfida da raccogliere, un orgoglio da ostentare alla presunzione di coloro che li considerano niente.
Sarebbe logico pensare che in queste condizioni sarebbe più normale desiderare di morire a venti anni che desiderare di viverne novanta, eppure, malgrado il marchio dell’indifferenza e del ripudio, la loro colpa, se di colpa si tratta, è proprio quello di amare la vita intensamente e profondamente.
Grande colpa quindi, per questi poveri diavoli che amando e vivendo ci mettono inevitabilmente di fronte ad un bivio: la morte o la paura.
Esiste il sorriso per fortuna, ricchezza e conforto del barbone che come il vento non ha colori e col sorriso aspettano che la morte venga a liberarli da una vita che non ha avuto pietà. Alla morte, amica pietosa, che sotto il suo mantello non si sa cosa nsconde, si abbandona il barbone, sdraiato su una panchina o sotto i portici di un quartiere isolato.
Quando muore un barbone nessuno se ne accorge, non fa rumore e non provoca orrore. Non fa notizia e non suscita sensi di colpa. Quando muore un barbone qualcuno sorride, la strada è più pulita, nessuno piange.
Qualche anima volenterosa e buona li toglie dall’imbarazzo e dall’ingombro, qualcuno viene sepolto in una fossa senza nome e senza croce, anonimi al mondo.
Ed il barbone colpa non ha se non quella di essere nato.
Ad un barbone devo il coraggio di vivere poiché diceva sempre che il sole tramonta sempre sulle spalle di coloro che non osano più sperare oltre il dolore.

Dedicato a Edgar…

Edywild

 

Commenti

 

McLife - Martedi, 29 Aprile, 2008 alle ore 20:39:32

commento: Bel racconto, di quelli che fanno pensare! Tutti dovrebbero accorgersi di questi abbandonati dal mondo...