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di Mattia Torre

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Era da un po’ di tempo che non andavo in soffitta, forse per colpa della vecchiaia che ormai avanzava, forse per pigrizia o forse per non tornare in contatto con quello che era stato il mio passato.
Devo dire che dei miei 52 anni me ne sentivo solo la metà

Oggi salendo nella parte più alta della casa mi sono ricordato com’ero da ragazzino, quando salivo in soffitta per suonare il mio pianoforte, quando nascondevo le sigarette dentro i cartoni impolverati, evitando così di ricevere mazzate sul sedere dai miei genitori. Ma oggi eccomi di nuovo li dentro, ragazzino vispo con il mio mezzo secolo e oltre di età

Non so cosa mi abbia spinto a tornare li sopra, forse mi ha messo nostalgia rivedere la foto mia a 25 anni, una foto col carta pecorina, che ritraeva il sottoscritto insieme a Roberta (che occupa con me la casa dei miei genitori da quasi 20 anni) Fabrizio e Irene, fattostà il mio miglior amico e la sua donna.
In quella foto mi ricordo stavamo in montagna, abbiamo passato 2 mesi estivi nello chalet di mio nonno, brindando con bottiglie di vino e suonando.
Si, io e Andrea ovunque andavamo suonavamo.
Portavamo al nostra musica in giro per il mondo, il nostro mondo, che molto spesso non superava le mura della città eterna. Ma a noi piaceva l’idea di suonare per noi, lasciando che le note volassero leggere nell’aria toccando le orecchie dei passanti. Ci piaceva pensare che una lieve percezione della nostra musica arrivasse a toccare mete come Pechino Bombay, passando per L’avana e depositandosi nell’oceano.

Suonavamo quello che veniva in mente, suonavamo rock, suonavamo anche in blues, perché il blues è la musica di Dio; se solo Dio fosse stato schiavo nei campi di cotone del sud degli USA.
Suonavamo pure li in montagna, io non potendomi portare il mio amato pianoforte avevo un set di tastiere da far invidia al miglior Van Halen, e il mio amico come me optava per cose semplici, chitarra acustica, niente amplificatore solo la semplicità di buona musica suonata sotto un cielo stellato.
Eravamo isolati dal mondo, nessuno poteva vederci, ma tutti potevano sentirci…se volevano.

Ci divertivamo così, guardando le stelle e suonando in blues, brindavamo con un bicchiere di vino e passavamo la notte abbracciati fra il cielo a puntini e il fuoco di montagna.

Ricordi, quanti ricordi si possono incontrare solamente guardando una foto, sembra impossibile come 27 anni sembrano passati in un secondo.
Ieri era il 1981 oggi il 2008.
Ieri eravamo giovani, oggi forse non lo siamo più, ma sono sicuro che se vogliamo un pizzico di giovinezza dentro ci rimane.

Salendo le scale della soffitta non avevo idea a che cosa andavo incontro, sicuramente potevo immaginarmelo, ma il vortice di nostalgia che si ha quando si ripensa ai tempi passati ti investe all’improvviso, non ci puoi far niente, ti avvolge dentro di se e ti porta via. Non si può fermare, la si lascia scorrere sopra di noi, lavandola via con un sorriso e qualche lacrima.

Ecco li, accovacciato in un angolo.
Il mio pianoforte, lo avevo lasciato li 10 anni fa, quando Fabrizio si era trasferito a Lecce, io ero rimasto nella casa dei miei genitori, e nel frattempo il tempo è passato; più veloce di quanto uno può immaginare.
Sinceramente avevo un po’ paura di non ricordare quei momenti, ma invece loro stessi si sono di nuovo fatti vivi, facendomi trovare quella foto.

Ma come nel più bello dei sogni lo ritrovo, davanti a me, il mio pianoforte di un nero notte, ci avevo fatto dipingere qualche puntino argentato per ricordare le stelle che ci facevano compagnia nelle notti di montagna, dove lui non poteva raggiungerci. Era ancora bello come lo avevo lasciato compatto, dava il suo senso di maestosità; gli vado vicino e come se fosse il più caro degli amici gli sussurro <<eccomi, sono tornato>> tiro su il celophan che lo avvolgeva e i miei occhi devo ammetterlo si sono un po’ commossi, era li, davanti a me, era la sua magia che mi ha colpito, dopo 10 anni di isolamento non aveva un tarlo, non aveva un filo di polvere, come se il tempo non fosse passato, aveva ancora una gamba scheggiata, dovuta ai mozzichi del cane, ma togliendo questo era veramente perfetto. Non aveva più il suo sgabello accanto a se, ma lo trovai nell’angolo opposto di quel posto oscuro.

Come non succedeva più da ormai tanto tempo mi sedetti di fronte a lui, lo contemplai, senza suonare ma in quell’istante ho preferito prepararlo a quello che sarebbe successo.

Gli cominciai a parlare, non a suonare, gli parlai.
Come si fa con gli amici, ecco, in questo modo mi preparavo a fare musica, cercavo di creare un feeling fra me e il mio strumento, perché non si può lavorare o comunque stare insieme a una persona se non la si conosce un po’.
Gli raccontai degli ultimi 10 anni vissuti nei piani inferiori della casa, mentre lui era assopito in un angolo; gli raccontai del matrimonio, della mia laurea in lettere, delle feste con gli amici e gli raccontai di Fabrizio, che era andato a vivere lontano. Lo sapeva lui, il mio amico pianoforte, che il suono della chitarra del mio amico mi mancava. Mi capiva, il mio pianoforte mi capiva.
Anche lui mi racconta la sua storia, la sento che scorre dentro di me, la sua è più semplice riesce a ridurre 10 anni in 3 parole <<ti ho aspettato…>>

Guardo al porta che da sulle scale, non so se ho voglia di suonare, mi alzo per chiuderla ma mi blocco, decido di lasciarla aperta per far uscire la musica
Mi siedo davanti al mio amico di legno e guardo i suoi 88 tasti in avorio.
Ripenso a quello che mi disse Fabrizio, cioè -che con ogni strumento devi usare tutta la tua fantasia, con una chitarra le 6 corde sono una vita intera, con il pianoforte i suoi 88 tasti sono la tua vita, la musica che crei deve essere te stesso, usa la fantasia per immaginarti in una serie di accordi e con la tua musica avrai la tua esistenza in mano-.

Inizio
Ritocco i tasti del mio pianoforte dopo 10 anni,
mi sento rinascere, le dita ancora sono dure ma piano piano riescono a sciogliersi; suono in blues e mi lascio trasportare insieme alle mie note, le mie, quelle che rappresentano al mia vita.
Mi ritorna in mente la fotografia di 27 anni prima, ripenso agli amici che non vedo più da qualche tempo, rifletto suonando, la malinconia mi assale am al gioia riesce a batterla, la vita monotona che da qualche annoa questa parte vivevo si sta metaforicamente spezzando, rimane incastrata in mezzo a quella serie di accordi, riesco a sentire il mio pianoforte.

-dai amico una volta suonavi meglio-
-sono 10 anni che non ti suono come fai a ricordarti-
-io mi ricordo ogni singolo accordo di quei tempi-
-vallo a raccontare a qualcuna ltro-

E intanto al musica si fa più veloce, le dita si sono sciolte.
Mi fanno male le braccia comincio a sudare, ma rido.

-bravo così si fa, fammi sentire che 10 anni di attesa sono serviti a qualcosa-
-te li porti male i tuoi anni mio vecchio amico di legno-
-non sono io quello con le dita rattrappite-
-non sono io quello con la gamba mozzicata-
-ancora, suona vigliacco-
-non ti conviene farmi incavolare, potrei spezzarti le corde-
-ma sentilo, al massimo spessi un ago di pino te-

La musica nel frattempo diventava sempre più veloce, resistevo alla fatica.
Cominciai a sudare, la faccia rossa ma la musica me la sentivo dentro
Era quella musica che desideravo da tempo, era me, ci stavo io dentro quegli accordi, mi sentivo libero, mi lasciavo trasportar via insieme alle note,
il mio caro amico pianoforte lo aveva capito che non ero perduto, che ancora riuscivo a sfidare i suoi 88 tasti e a vincere.

Stop.

Mi fermai, era ora di smetterla lo sentivo, la fatica aveva vinto, ero distrutto, ma felice di aver trovato la musica che da tempo cercavo.
Non volevo scrivere quelle note, perché domani sarebbero state diverse; ogni giorno la musica della propria vita ha bisogno di ritmi nuovi, per spezzare il filo della monotonia.
Mi alzo dallo sgabello per raggiungere la porta; mi volto e sento che mi chiama:

-ehi musicista, ci rivediamo fra 10 anni?-
-non lo so amico, è probabile. Ma abbiamo la stessa probabilità di rivederci molto molto prima-
-ciao musicista rattrappito-

Nel frattempo in una casa di Lecce, una persona aveva sentito delle note di pianoforte venire dal cielo.
Affacciandosi alla finestra aveva deciso di guardare le stelle.
In mano, teneva una foto di 27 anni prima.

 

Commenti

 

Daniele maledetto! - Lunedi, 12 Maggio, 2008 alle ore 15:42:00

commento: Beh...Penso sia inutile complimentarmi con il mio caro collega maledetto dato che orami le lusinghe ci escono reciprocamente a fiotti tanto da averne le orecchie sature! Come tutte le anime che hanno ragion d'esistere anche la tua è avvolta da musica e da quanto leggo la vive bene.
Argomento ben trattato, il ritmo è incalzante e si adatta ottimamente al testo. Bell'idea la personificazione del pianoforte.
Mi perdonerà il signor J.D'Alembert se aggiungo a quanto disse "ogni musica che non dipinge nulle è un rumore" che ogni testo che non evoca suoni è uno scarabocchio!
Un saluto al mio Socio Maledetto.
                      Daniele