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Scottanti evasioni

di Niccolò Matcovich

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– Sento caldo – dice una volta e una volta ancora un uomo, seduto sulla sedia a tre gambe della cucina in una serata invernale di scirocco. Suda e lo ripete ancora. Da poco rientrato in casa, porta il giaccone di lana indosso. Con la mano umidiccia sulla tempia, fissa l’orologio rotondo. Suda e lo ripete ancora. Non ha la forza per alzarsi. Si sfila lentamente il giaccone, lo getta sui fornelli per fortuna spenti. Si asciuga la fronte. Con i piedi birichini si sfila prima l’una poi l’altra scarpa, le lancia nel forno per fortuna freddo. Si strizza la barba e s’asciuga i palmi. Suda e lo ripete ancora. Con un paio di cesoie rompe un per uno i bottoni della camicia. La sfila a fatica dai bracci, la butta sul pavimento per fortuna asciutto. Segue con le palpebre due mosche che s’accoppiano, o forse s’accoppano. Si slaccia i pantaloni e ne tira via insieme anche le mutande infangate e i calzini perfumati, getta tutto nel lavandino per fortuna insaponato. Suda e lo ripete ancora. Accigliato, solo, sudato, si strappa la canotta con gran forza, la getta dentro al secchio. La lingua s’arrotola sulle labbra come ad umidirle appena. Gocce sotto li occhi lo sembran lagrimare. È nudo, col didietro assiso sul legno fresco. Suda e lo ripete ancora. Si pizzica la pelle, la infastidisce appena. Tira, tira, tira. La pelle si stacca, tutta quanta, tutta insieme, e con questa i capelli e i villi del corpo. L’afferra ancora intera, l’accartoccia come palla, la lancia dietro verso gli olii. Esili goccioline gareggiano persuase da una mistica forza chiamata gravità. Scendono lungo i muscoli, si depositano sul legno, in terra, nelle fessure delle mattonelle. Suda e lo ripete ancora. Con li occhi ancor più tondi, si guarda in basso e si schiaccia appena i muscoli. Un per uno li sfila tutti quanti. Restan gli ossi con gli organi tutti. L’essere ha caldo. Suda e lo ripete ancora. I diti scheletrici iniziano a cavar tessuti ed organi, un per uno tutti quanti. Si diverte l’ossatura a lanciarli giù di sotto. Dal cranio niveo cadon gocce di curiosa consistenza. Suda e lo ripete ancora. Si guarda gli ossi delle gambe e li stacca come carta, un per uno tutti quanti. Ancora il petto, poi un braccio, poi la testa, poi tutto il resto ancora in grado di staccare. Si sperde per la cucina. Il cranio rotola fino all’uscio. Suda e lo ripete ancora, sebbene dallo scheletro non escan suoni… Il cervello appesantisce il circolo di ossi. Pulsa e rimbomba come tuono. Si apre lenta la finestra. Una brezza di vento si permette di entrare. Peccato: troppo tardi.

9-1-2008

 

 

Commenti

 

Da: Celeste - 30-01-08 - 21,29

commento:  Peccato troppo tardi.

Il finale mi ha sbalordito.

 

Da: Anna R. De Santis - 24-01-08, 19,10

commento: Ti ringrazio per quanto hai scritto sul mio racconto. Sei stato davvero gentile e, oltretutto, inviandomi subito un commento mi hai anche fatto accoglienza. Grazie. Anche a me è piaciuto il tuo. Non vorrei dirlo, perchè può parere che io voglia ricambiare l'onore che mi hai fatto col richiamo a Pirandello e Sciascia, ma devo dire che il tuo scritto mi ha fatto pensare a "Cent'anni di solitudine". E, di fatto,mi pare che esprima non la morte,ma la solitudine.