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La malattia mentale

di Monica Benincà

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C’era Rosa in giardino quel pomeriggio. La guardai con discreta attenzione seduta in quella panchina in fondo, sotto il salice piangente. Aveva uno sguardo perso, in piena facoltà della sua meditazione. Quasi da stupirsi con quanta caparbietà guardava fisso davanti a sé, il vuoto, del suo pieno interiore.
M’avvicinai con discrezione, per non irrompere con troppa irruenza nella vita del momento.
L’ascoltai.
Parlò all’amica che l’affiancava tacita, in modo molto fugace ciò che stava conversando la sua mente. La espose a lei, ed io ascoltai. Rosa è sempre stata giudicata malata dalla gente comune nei suoi discorsi filosofici, ci vuole molta concentrazione ed intuito, per comprenderla in tutte le sue sfumature.
La esaminai, mentre conversa con se stessa ad alta voce, nei suoi occhi verdi, spalancati verso l’orizzonte.
“Sono quelle cose da ragazzi” disse “Quelle che rimangono sempre conservate e non si scaldano, non creano scompiglio. Rimangono lì, chiuse in un’indimenticabile atmosfera di delirio, quando davanti t’appaiono immagini variopinte, simili alle scene cinematografiche, oppure logorate dallo stesso sguardo, a volte verde, a volte blu porpora, che alla fine non ha molta importanza.
Tanto ti racconti e ti ripeti, che non è un modo di fare, non è un’etimologia, sono custodite opinioni di decisioni prese all’orlo, per confermare la congettura di soldi accumulati dal lusso degli avari, per tutelarli di là dagli ideali che prendono spesso nome di fanciulli, oppure arzigogolo, che diventa agogolo. Una speranza, che solamente nell’amor per l’anima, scoppia nella maggioranza dei casi nell’omicidio preterintenzionale o nella prostituzione, avvenuta nelle lacrime conservate che rompono il significato dell’amore, per giunger a ciò che è amore.
Un sogno, un desiderio, che forse appartiene di più ad un certo ceto, che alle nobili donne costrette a conservare il loro patrimonio… Tra amanti e rise stemperate, guardare il vuoto e chiedersi: “Che cosa prova ora?” … “ Che cosa vede e cosa guarda al di là dalla finestra nel vuoto delle sue indagini?””.
Rimase a guardare quelle visioni e si chiese:
“Perché?… Come hanno potuto farlo?! Come?!… Ovviamente non ti degnano di risposta” continuò “Guardano gli occhi e non conservano la razionalità spaventosa nell’aver costretto qualcuno a fare qualche cosa, oppure ad indurlo in un trabocchetto benestante per comprare anche il suo di cuore, per svergognare anche la nuora, comare, suocero, donna, uomo, bambino, nel pericolo del loro stesso patrimonio e dignità.
Un pensiero misero che vola e si spegne nell’enorme difficoltà d’accettare quella realtà che non t’appartiene, che non ti vuole appartenere, che non vuoi assolutamente farne parte, per pagare il prezzo dell’essere vittima del tuo stesso avere, patrimoniale”.

Tacque per un momento, pronunciò un discorso disconnesso e poi riprese, con una calma quasi miracolosa di rassegnazione, mentre un leggero venticello giunto all’improvviso, le scompiglia i capelli ricci e crespi:

“Credo che ci siano uomini e donne, destinati a rimanere soli.
Poi arriva sempre chi occupa uno spazio nel loro destino fievole e te lo dice, te lo comunica, che quello spazio era solo dedicato al suo amore. Uno solo nella vita, di chi lo ha calpestato.
Oppure di chi non ha mai voluto accettare questo spazio, perché lo volevano rovinare, distruggere, per farla vivere, vergognare, davanti a chi non ha contemplato bene, da chi non ha visto, ed ancora non basta.
Assuefatta dai medicinali t’affidi, a chi va in bagno e se ne lava le mani. Guardando il vuoto, ti chiedi: “Chi può mai compiere e volere un delitto così atroce?!””.

Cade una foglia secca dal ramo, ed escono spesso parole come rivoli che non si fermano.
Scendono nella sfera della penna a biro e danno alito allo sfogo del momento.
E poi si vendono, nella quiete dell’ombra.
Lei, silenziosa, amante della tranquillità, non vuole dislocarsi per essere nell’obbligo del dover fare senza volerlo.

… “Casa a tentoni
da una parte troppo mare
troppo deserto dall’altra
Troppe stelle visibili”…

Dice Ungaretti nell’inizio dell’Ineffabile.

Ho capito, chi non ha disgiunto mai la forma dal contenuto ed ha acclamato: “Sono donna, e un’artista, sono un’aruspice e non un aruspice”…
Tutto sommato, per metà della popolazione non ha molta importanza in ogni momento della loro vita… basta viverla nella loro coscienza e citare le ultime parole, forse un po’ annebbiate e chiuse in se stesse, ma ugualmente parole.
Obblighi la tua mente ad essere spesso occupata, così non penso, non vedo e vivo ugualmente, occupato nel nascondere ciò che si prova, dando ugualmente noia in un giorno di misera tristezza.
Non c’è posto per lui.
Nella vita quotidiana d’ogni essere vivente, non c’è posto per lui, ma solo per la fredda e fretta vita giornaliera da trascorrere ridendo di qualche battuta, e riempiendola di cose importanti per l’avvenire. Una famiglia, una casa, scuola, lavoro, salute, soldi e alla fine del mese pagare le bollette, il cibo e qualche sfizio, mentre il commercio identifica una nuova marca, moda e tattica, per venderti qualche cosa che alla fine comprerà solo per dar lavoro ad altri, solo per darti soddisfazione e piacere, guardando avanti, dritto all’obiettivo, inseguire la vita e rincorrerla ogni giorno. Rincorre la vita nella piacevolezza di una famiglia da conquistare, giorno per giorno, oppure un /un’amante da trattenere nei momenti di vuoto per credere di star bene entrambi.
Ora per noi è diventato un sogno anche quello.
Feci un sorriso ironico.
“Sì hai ragione” disse Rosa all’amica spostandosi di lato “Sono decadente, sono triste, non vivo in pieno, e non sono leggera… se ciò è vero, hai ragione, ma questa è la mia personalità, romantica di un tempo lontano e chiusa in questo, dove anche l’ultimo conoscente, ha preso una brutta strada.
Dove il controllo sanitario equivale al nulla.
Nonostante la ragione qualifica la consapevolezza, non vuole cambiare, perché il nulla equivale al nulla, e la stasi, alla stasi dei sentimenti.
Finché arrivi alla fine a chiederti: “ Chi era?”, “Nessuno d’importante!””.

Ci fu un lungo momento di silenzio tra me, Rosa e l’amica assente, quasi immaginaria. Il tempo trascorreva lieto, l’ora si propagava a diventare tarda, e lei riprese:
“Tante volte capita, che negli occhi della gente vedo il vuoto ed il desiderio d’essere pieno.
Cercano di vendere la felicità, e s’annoiano con chi li mette di fronte alla realtà quotidiana di quest’esistenza trascurata. Diventa troppo pesante perfino per loro. Credono che una risata nel momento poco opportuno, dia un tocco per sdrammatizzare, oppure gridano.
Nel vuoto del mio viso, vedo la mia solitudine, assuefatta, stanca persino d’essere se stessa, con il desiderio di poter sfuggire ed arrampicarsi negli specchi della speranza, tra risa stemperate e grida inutili.
Loro vivono soddisfatti di se stessi.
Vivono e riempiono le loro giornate e non pensano ad un amore con l’apostrofo, ma ad un one love da consumare.
Altri fanno i loro giochi, così vuoti che riprendono l’assurdità ed il fallimento del momento, scambiano per pazzia la normalità e la normalità per pazzia, perché non ammettono d’aver torto e poi come se nulla fosse, t’offendono.
Accecati dalla loro stessa velocità delle parole, dei tempi che corrono, dei sogni svaniti, svuotati, non pensano.
Alcuni non desiderano la felicità d’altri, se non trasformata in invidia portante.
Sì può essere… ho torto io, ma quel ragazzo si è schiantato sotto un camion con la sua volontà, correndo ancora salvo per il cavalcavia, inseguito dagli infermieri.
Umiliano chi il lavoro non ce l’ha, perché lo hanno assassinato.
Uccidono corpi e sogni… solo per denaro, per poi vergognarsene e ricordartelo, che umiltà hanno:
“Nessuna!”
“Che dignità?”
“Nessuna!”.
Per soldi, per un buco, per una spada, un pezzo di fumo, qualche grammo di coca, tutto farebbe, meno che del bene.
Rubano idee solo per far bella figura, e tu, onesto cittadino, speri di salvarti da questa miseria distribuita, da chi soldi ne ha fin troppi.
Cerchi di scappare ma dove vai?!
Ti usano e ti gettano a piacimento, nemmeno per un caffè freddo, e nemmeno per un caffè nero e secco, nel suo essere aspro ed amaro.
Ti ridono in faccia obbligandoti all’odio, ed allo svuotamento del sentimento. Per mafia, droga e soldi, c’è molto peccato.
Per una frase, una parola avversa t’appende ad un ramo, impiccato, crocefisso, per una poca speranza di uscire dal gruppo”…

Rosa si fermò, ed io ricordai, ricordai, e continuai a ricordare… immagini che m’appaiano davanti di continuo, mentre Rosa discute con il suo destino. Fu come una rivelazione, momento dopo momento, attimo dopo attimo, immagini sopra ad altre immagini e ricordai. Il ricordo costa molta fatica, ma finalmente tutto ha un collegamento logico, unico… inevitabile…
C’è un momento tra l’atto del ricordo e l’atto della verità, della comprensione che ti conduce quasi fino alla follia, che diventa rivelazione. Se ne sfugge con la credenza che è per il volere del bene ma nel suo fondamento, c’è molto più peccato di quanto si può credere. Un peccatore t’induce sempre al peccato, inconsapevolmente o consapevolmente.
Proteggi gli innocenti ed i colpevoli perché nella realtà non conosci, non sai, non comprendi più che cos’è vero, finché ritorna tutto al loro posto.
… Come dieci anni orsono, nel dirupo che ti conduce alla pazzia, tutto ha un senso compiuto.
Una qualche cosa d’apparso dietro ad ogni evento, ed il colpevole che credevi buono, in realtà non lo è per niente.
Quanta gente è rimasta impunita?!
E’ l’unica domanda che riesco a chiedermi, in questo momento un po’ confuso.

Nei ricordi Rosa, iniziò il suo delirio. Senza ironia ed in modo molto nervoso, pronunciò le ultime parole:
“… Ti amo, mi diceva casualmente, t’amo… lo sento il sentimento, lo sento forte, non ho alcun dubbio, mi sento viva e non assumo alcun farmaco… la mia amica, la mia amica è colpevole, perché ha scelto, ed ha scelto da che parte stare… un solo vero nome la definisce per quello che è… ma soprattutto malata”.
E’ difficile capire la psicologia di un tossicodipendente, ma nella grossa percentuale dei casi, sicuramente non è altruista, e non è mai colpa sua. S’estende come un’epidemia. E' vittima e carnefice insieme, fino a diventare un vero e proprio suicida.
Fece una breve pausa e poi riprese a parlare:
“…Ho collezionato delinquenti, per non farmi sentire importante. Alzarli al livello massimo, e dimostrarlo che non ci sono colpe da distendere e disseminare, ma le loro azioni da punire”.
Si alzò in piedi, di scatto, quasi liberata dal suo assillo, e girandosi di spalle aggiunse:
“T’imitano per farti perdere la ragione, e fanno sempre disgraziatamente, troppa pena”.
“Certo” risposi “Fanno schifo anche a se stessi”.
Raccolse tutto quello che le apparteneva, e se n’andò.
Mentre cammina, allontanandosi dalla mia persona, recupero la consapevolezza dell'essere me stessa, nell’ascoltare ed esaminare Rosa in questa giornata. Nella sua follia c’era sempre qualche cosa che mi attraeva, tanto da provare molta ammirazione. Presi una penna dalla borsa che portai con me. Stranamente in tinta con le scarpe. Tirai fuori il taccuino degli appunti e scrissi:

“Un Artista (universalmente parlando) all’inizio della sua carriera, ha spesso paura d’essere giudicato un artista, in qualità d’Artista delle proprie opere, più che come status symbol… appare quasi un miracolo… sono emozioni forti, contrastanti, che qualcuno affoga nell’alcol o nella droga, ma è un vero peccato vedersi rovinare nel proprio ingegno; per questo s’afferma che l’artista sia un po’ matto”.

Negli ultimi anni m’accompagna spesso una civetta. Mia fedele compagna da qualche tempo… chissà quale mistico volere, conduce quest’uccello rapace notturno a farmi compagnia nel lampione sempre poco o per nulla funzionante, in due paesi diversi. Chissà nella mia mente fantasiosa, se c’è qualche alchimia nascosta a me sconosciuta.
Il mondo è magico… ma oggi, mentre ascolto ed ammiro il paesaggio attiguo, nei suoi rumori notturni, insieme al dileguarsi di Rosa è scomparsa anche lei, la civetta.

Una mattina ormai lontana, un professore mi disse: “Non odiare mai le cimici, se le bruci senti un odore maggiore, e corri il rischio che sia ancora peggio”.