Menù principale

Racconti

Poesie

Pittori

Sculture

Musicisti e cantanti

Foto e fotografi

Fumetti

Dio e la fede

 

Consigli per scrittori

Consigli per gli aspiranti scrittori

Grammatica italiana

Agenzie letterarie

Case editrici per autori esordienti

 

 

La voce della nebbia

di Baso A.

Guarda il profilo

 

Come al solito Oreste si recò sul lungomare dove poteva lasciare libero il cane Tek senza che questo potesse scappare, essendoci la scogliera da un lato e l’argine di difesa dall’altro.
Appena scese le scale che portavano all’ampio sentiero si accese l’ultima sigaretta del giorno, come faceva sempre. Quando rialzò lo sguardo, senza nemmeno essersene reso conto,  si trovò immerso in una densa foschia che lo avviluppava con un lieve ma diffuso bagliore sopra la sua testa.
La visibilità era praticamente azzerata ma la strada era tutta diritta per un centinaio di metri, fino a raggiungere il campanile della vecchia chiesetta. Inoltre conosceva a memoria ogni pietra e ogni scoglio di quel tragitto, così si incamminò. Come al solito sarebbe arrivato fino al piccolo santuario, per poi tornare indietro. Il tempo di una sigaretta.
Quella notte la nebbia era davvero densa e gelata e  il mare alla sua destra insolitamente calmo e silente. Avanzando di buon passo immerso nella bruma, riusciva a vedere a malapena il porfido sotto ai piedi e la piccola brace del tabacco davanti al naso. Tek, un boxer tigrato piuttosto avanti con gli anni, poteva solo sentirlo zampettare intorno. Ad un tratto si accorse di essere arrivato al filtro della sigaretta ma non ancora al campanile.
Perplesso Oreste pensò di aver semplicemente camminato più lentamente del solito. Così scrollò le spalle, gettò il mozzicone e proseguì, sollevando la manica del cappotto per controllare che ora fosse. Si accorse, però, di aver dimenticato l’orologio a casa e il ricordarsene in quel momento gli fece arricciare le labbra contrariato. Mise le mani in tasca e proseguì accompagnato dal solito annusare indaffarato del cane che gli girava attorno sfuggente.
Il grigiore davanti agli occhi sembrava magnetico e risvegliò ricordi di vecchie storie ascoltate da bambino. Storie di marinai, pirati e briganti raccontate dal nonno pescatore, che il più delle volte servivano solo a spaventare il piccolo Oreste.
Un racconto in particolare si fece più vivido nella sua mente. Narrava di una giovane donna che riceveva il suo amante nel letto ancora caldo, appena il marito usciva in mare a calare le reti.
Una notte d’inverno, insospettito dalle voci che circolavano in paese, il pescatore uscì di casa fingendo di dirigersi al porticciolo. Tornò, invece, di nascosto ad attendere in una calle buia davanti alla sua abitazione. Quando si convinse ad andarsene ormai rasserenato, un lume si accese dietro la finestra della sua camera da letto per poi spegnersi subito dopo.
Pochi istanti dopo  un giovane avvicinò si furtivamente alla casa ed estraendo una chiave dalla tasca aprì il portone e salì.
Accecato dalla gelosia e dalla rabbia, il pescatore seguì il giovane senza fare rumore, entrò e afferrò un coltello. Salì le scale lentamente, sentendo i risolini dei due adulteri provenire dal piano di sopra. Una volta in camera li uccise al buio, senza pietà e senza che questi potessero difendersi. Lui con un fendente che gli squarciò la gola. Lei con diverse coltellate al cuore inferte rabbiosamente. Probabilmente non capirono nemmeno  cosa stesse succedendo.
Con la complicità di una gelida nebbia impenetrabile, avvolse i corpi in una robusta rete e la appesantì con delle grosse pietre. Quindi uscì in mare aperto e gettò i cadaveri nelle acque profonde dove l’uomo era solito pescare, cosicché potesse maledire le loro anime ogni volta che vi passava sopra.
A quel punto del racconto il vecchio nonno lo guardò dritto negli occhi abbassando il tono della voce per preparare il gran finale. Disse che quando si trovava col suo bragozzo in mezzo al mare immerso nella nebbia, gli era capitato di udire i lamenti di una donna provenire dall’acqua. Lui e gli altri pescatori la chiamavano “la voce della nebbia”.
Un brivido percorse la schiena di Oreste. In quel momento si rese conto di non essere ancora arrivato al campanile. Intorno solo silenzio grigio.
Pochi passi più avanti per poco non calpestava Tek che si era immobilizzato, fissando il vuoto in direzione del mare con le orecchie tese e il pelo ritto sul dorso. Si inginocchiò vicino a Tek per accarezzarlo e accostò la testa a quella dell’animale per guardare nella stessa direzione.
Ovviamente non vide nulla che non fosse nebbia, accompagnata dall’impercettibile scrosciare delle onde contro gli scogli.
Improvvisamente il cane iniziò ad abbaiare agitato. Oreste allora cominciò ad innervosirsi e  si guardò attorno inquieto. Non potendo vedere nulla cercò di ascoltare con più attenzione in direzione dell’acqua. 
Lentamente nelle sue orecchie cominciò farsi più distinto un debole suono. Sembrava quasi una voce, una voce di donna. In principio lontano, sordo poi crescente e infine distinto Oreste sentiva un lamento angoscioso, straziante. Era puro sgomento, orrore, morte.
Il realizzare quello che stava avvenendo gli raggelò il sangue. Cadde all’indietro terrorizzato sedendosi sulla fredda pietra. Poggiando sulle mani spinse forte con le gambe, trascinandosi lontano dalla scogliera. Si alzò in piedi a fatica continuando a guardare verso il mare, da cui quei suoni agghiaccianti provenivano. Il cane gli stava accanto anch’esso impaurito. Con uno scatto Oreste lo afferrò per il collare e lo strattonò per andarsene.
Quando si voltò la nebbia che stava alle sue spalle era svanita, dissolta. Si girò nuovamente verso gli scogli e tutto era limpido. Sopra la distesa d’acqua un bellissimo cielo stellato e la luna all’orizzonte, ormai piena e rossa come il fuoco. Tek guardava il mare con la testa inclinata da un lato, confuso. Il lamento terrificante aveva lasciato il posto al fragore delle onde che avevano ripreso vigore, infrangendosi rumorosamente.

 

Baso A.