Menù principale

Racconti

Poesie

Pittori

Sculture

Musicisti e cantanti

Foto e fotografi

Fumetti

Dio e la fede

 

Consigli per scrittori

Consigli per gli aspiranti scrittori

Grammatica italiana

Agenzie letterarie

Case editrici per autori esordienti

 

 

La fusione nucleare

di Migi e Ubik


Eccoci qua, Migi e Ubik, i “topini di locanda”. Ma – mentre Vi racconto quest’inizio di storia – non era ancora nata la nostra intesa. Come è noto perché nasca un’alleanza ci vuole del tempo e solide basi.
Innanzitutto, mi presento: sono Migi.
Un tiepido e soleggiato giorno di giugno fu il primo di numerosi altri in cui ebbe inizio il mio nuovo lavoro, la sguattera, in un grande, lussuoso e molto rinomato ristorante, nel pieno centro della Roma-bene. In realtà non ero l’unico “garzone” del posto, ché molti erano i miei colleghi, per altro molto simpatici e disponibili ad un contatto umano… a dire il vero, erano tutto, eccetto che gentili e comprensivi!
E tutto, lì, mi sembrava così ostile.
“Ma perché mi trattano male, che avrò fatto loro… non mi conoscono neppure… ah, maledetta la sorte che mi obbliga a fare i lavori più umili e faticosi per poter tirare avanti!”
Rassegnata, passavo le interminabili ore in uno stato di eterna pressione, concedendomi un conforto pensando ai debiti che avrei potuto estinguere con quei soldi guadagnati. Anche se, ad essere onesta, non sarebbero stati molti – magra consolazione!
Ricordo una giornata, in particolare, che mi ha segnato, un dì molto importante. Ero lì che ripulivo i tavoli dopo l’ora di punta, assorta nei miei pensieri ma diligente come sempre, quando urtai, senza volerlo, un’anziana signora che passava alle mie spalle. In realtà non le diedi che un piccolo scossetto col gomito, ma questo non le impedì di inveire contro di me, povera serva, ignorante e maleodorante, che aveva osato rovinare la sua pelliccia di visone.
Ebbene, quella distrazione la pagai cara, perché purtroppo quella era la moglie del direttore del mio ristorante – seppi in seguito – e il marito pensò bene di sfogare su di me tutti i soprusi che doveva subire da quella strega della sua coinquilina, ogni santissimo giorno!
Ai giorni trascorsi nell’indifferenza dei miei colleghi si aggiunsero quelli perseguitata dal mio direttore.
Arrivata a casa, la sera, per quanto ero stanca, mi privavo anche di una brodaglia tiepida sotto i denti, mi spogliavo, mi facevo una rapida doccia calda e via a letto – domani arriva presto, anche quando non vuoi!
C’era una collega che sin da subito si era dissociata dal comportamento meschino ed ignorante dei più, si chiamava Ubik. Col tempo imparai a conoscerla, era una ragazza riservata e dolce, laureata in lettere e molto intelligente. Anche lei era costretta a quel lavoro per sopravvivere, o meglio, per poter fare la vita che lei voleva, procrastinando i suoi sogni.
Fu lei a sciacquare i miei occhi coperti da un velo di negatività che si era annidata negli anni di una vita difficile.
Lei era sempre pronta a difendermi dalle grinfie del direttore. Dopo tanti anni sapeva bene come tenergli testa!
Fu lei che mi introdusse agli altri colleghi, e convinse loro a trattarmi bene, perché infondo ero una brava ragazza.
Fu lei che mi presentò uno in particolare, un certo Ardèva, che – a dire il vero – non avevo mai notato a causa dei nostri orari non coincidenti.
Lui era un ragazzo molto alto, bruno, con un fisico asciutto, occhi grandi e profondi, labbra carnose e rosse, dal sorriso luminoso. Ma soprattutto un ragazzo dal cuore nobile e, scoprii vivendolo, un ottimo scrittore contemporaneo. In effetti lui lavorava con noi, in quel locale, perché non accettava l’idea di stare con le mani in mano. E anche perché – diciamola tutta – gli scrittori, soprattutto se contemporanei, sono sempre stati bistrattati dai più, “miseria oggi, gloria postuma”.
E fu da quel giorno che, al ristorante Grand fromage, nacque la triplice intesa – due teste sono meglio di una, immaginate tre – la perfezione!
Da quel fortunato dì nacque la “fusione nucleare” e una fetta di mondo non fu più la stessa.
Avete presente quelle piccole cellule grigie, i cosiddetti neuroni, che il più delle volte chiedono aiuto perché vorrebbero emigrare da quella scatola, anch’essa grigia, che non li adopra? – Che spreco! – Naturalmente non era il nostro caso. Tre splendidi cervelli – una laureata in lettere, uno scrittore professionista e una laureanda in legge – pronti all’evenienza, per la nuova impresa che solo delle menti geniali potevano partorire.
Un dì, al di fuori di ogni inimmaginabile sospetto, noi tre “sfortunati” ci trovammo catapultati nello spazio infinito. Armati solo di santa pazienza, partimmo con il nostro razzo per colonizzare una nuova galassia, lasciandoci alle spalle baracca e burattini. Dall’alto della nostra visuale salutammo, quella che era stata, per noi, la Terra, un luogo di ombre, un bigio riflesso d’irrazionalità. Con un lieve gesto della mano, ci scrollammo di dosso quel poco di polvere che era rimasta sulle nostre spalle.
Avete presente il detto “mal comune mezzo gaudio”? Non contenti di ciò che avevamo, al di là di ogni aspettativa, nella nuova colonia fummo appellati con il nome di “trinità”. Come i tre moschettieri, paladini della giustizia, innalzammo lo stendardo della “libertà delle Arti”. Erano molto, ma molto lontani i giorni da “sguatteri” nel ristorante della fu Roma-bene.
Già perché questa nuova alleanza ci fu da stimolo per migliorare la nostra squallida vita. Ogni giorno, durante la pausa pranzo – alle sedici di pomeriggio! – ci riunivamo in un angolo e via! Partiva la nostra mente su quella galassia…la nostra Galassia Arte!
Gli argomenti erano i più disparati. Saltavamo dalla letteratura alla pittura, poi un tuffo nel mare delle composizioni musicali, per riemergere ancora e volare fino in alto, tra le stelle del cinema, con i suoi nuovi film e le sue recenti opere d’autore.
Tra un boccone e l’altro di pasta asciutta, si parlava il più possibile delle creature della vita, di un’esistenza aliena da questo posto squallido e povero d’ingegno.
La trinità era un bel gioco per ingannare la noia e la desolazione. Io ero la più spaurita del terzetto, avevo passato la mia vita tra i libri, sfogliati tra un lavoro ed un altro, e i sacrifici di una realtà umile. Ubik era, al contrario, una sofista, si dilettava nell’arte della parola eludendo a meraviglia le situazioni più scomode, per quanto le era possibile in un ambiente di lupi affamati – i clienti, letteralmente parlando e i colleghi, in senso metaforico, sempre pronti a chiedere senza essere disposti a dare. Ardèva invece, bèh, lui era lui! Un magnifico esemplare di maschio talentuoso, una mente brillante in un corpo avvenente – i bronzi di Riace? Pallido eufemismo!
Ma la triste realtà era che tutto ciò non era altro che un palliativo per la nostra ferale vita! Per quanto ci sforzassimo di parlare dell’esistenza, di civilizzazione e di arte, alla fine dovevamo fare sempre i conti con l’artificiosità della nostra grama vita.
Perché noi, la trinità, dovevamo tollerare una simile tristezza? Col passare del tempo i soliti meccanismi ci andarono a noia, eravamo riusciti a ripulire i nostri colleghi dall’ignoranza che obliava le loro menti; ero riuscita a insegnare loro le poche nozioni di legge, utili per farsi rispettare, ero diventata la paladina della giustizia, la Giovanna D’Arco dei nostri tempi – infatti mi si prospettava proprio una bella fine se avessi continuato così! Ubik, continuava a costruire cattedrali di idee e Ardèva invece, bèh lui non dovette fare altro che scrivere delle nostre malefatte!
Io e Ubik adoravamo Ardèva, era bello, intelligente, era single, e soprattutto era famoso. Noi però non lo scoprimmo subito. Ancora non sapevamo che la vita, a volte quando meno te lo aspetti, ti sorride, infatti se dai, la vita ti dà, do ut des! Già perché lui, il nostro adorato collega di mille avventure, era molto conosciuto nell’ambiente letterario, soprattutto all’estero. E noi, povere, ingenue, nelle sue mani esperte, stavamo per diventare celebri. Ogni volta che partivamo col nostro razzo, ogni volta che ci scrollavamo la polvere terrena dalle nostre stanche spalle, ogni volta che volavamo, mano nella mano, nel cielo azzurro delle nostre menti, lui registrava di nascosto tutto ciò di cui parlavamo, per poi trascriverlo al computer. Stava scrivendo il suo nuovo romanzo. E noi eravamo le sue muse – che onore! Le muse ispiratrici del suo ingegno partoriente quella che poi sarebbe stata definita l’opera del secolo.
Un giorno Ardèva ci chiamò in disparte per metterci al corrente della grande novità. Teneva nelle sue mani un volume rilegato in brossura con una copertina trasparente; una copia del libro finito, mandato in stampa dal suo editore, che lo aveva trovato semplicemente sublime ed esilarante. La copia passò di mano in mano. Con nostra grande trepidazione e stupore notammo che, in prima di copertina sotto il suo nome, c’erano anche i nostri nomi: LA FUSIONE NUCLEARE – Racconti di Ardèva, Migi e Ubik.
I tempi bui erano finiti! La noia, il tribolare, la fatica… sparite e di colpo ci ritrovammo, finalmente, con i piedi per terra…
È arrivato il momento di salutarvi, cari lettori. Tutte le storie, anche se liete, hanno una fine, ed anche la nostra è giunta al termine. La nostra storia è una delle tante possibilità, immaginate e sognate, nell’infinito universo delle probabilità, così è la vita! La vita è come una partita a poker, l’esito dipende dalle carte che capitano tra le mani e da come si giocano, altrimenti non resta che bluffare. E come disse un tale, così è se vi pare.

 

Commenti

 

francesca - Mercoledi, 6 Agosto, 2008 alle ore 00:22:10

commento: per poter tenere i piedi ben saldi  aterra
spesso è necessario volare
continuate a volare!!
brave

 

Barbara - Martedi, 29 Luglio, 2008 alle ore 08:28:53

commento: Mary anche questa storia mi è piaciuta moltissimo e mi ha emozionato. La vita è bella perchè varia e ricca di colpi di scena. Ti auguro tutta la felicità di questo mondo e vedrai che, prima o poi, sarai ricompensata di tutte le tue fatiche e i tuoi sacrifici perchè, ricorda, che chi merita la spunta sempre. Ti voglio bene.

Migi - Lunedi, 28 Luglio, 2008 alle ore 16:01:38

commento: Grazie Ary! Il tuo commento mi rende felice ed orgogliosa di avere un'amica come te! MA anche senza bugie ti voglio bene! :-P

cinzia - Lunedi, 28 Luglio, 2008 alle ore 15:56:42

commento: brave, mi avete emozionato molto.spero che vinciate la vostra partita di poker.un bacio a tutt'e due

ary - Lunedi, 28 Luglio, 2008 alle ore 09:42:44

commento: Complimentissimi!!!Ho letto tutto con piacere ed ammirazione.Scritto molto bene e soprattutto è stato fonte di riflessioni e mi ha dato serenità