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La fabbrica

di Maurizio M. Ferrante

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'… Lo specchio deforma il mio volto… la fronte è troppo alta e poi i capelli… un colore spento, cenere… e quelle rughe… profonde e nere…'


Erano questi i primi pensieri di mattina davanti allo specchio. Poi il primo getto d’acqua fredda sul viso e tutto svaniva, il suo corpo seguiva l’andamento in via di normalizzazione del pensiero. Il suo volto era di nuovo il suo volto, era tornato di nuovo, se così si può dire, ‘umano’. Fece colazione e si vestì in fretta. Uscì dal due locali in affitto dove abitava da tre anni, da quando era entrato come ingegnere alla ‘fabbrica’. La fabbrica aveva un nome, ma nei suoi pensieri era la fabbrica. L’abitato era un’isola al centro del grande raccordo alla periferia della città. Quei cinque edifici circondati da quell’anello stradale sembravano avvolti al tramonto da una strana foschia, erano alte torri bianche e prive di spessore. Forse era lo smog. E si ricordò proprio in quel momento di non aver preso le pasticche antismog.  Tirò fuori del cappotto il flacone giallo e ingurgitò la grossa pasticca senz’acqua. La pubblicità dei consorzi medici assicurava l’efficacia delle pasticche antismog. Era sempre stato curioso di sapere la composizione di quel farmaco, ma sul flacone cilindrico il nome del prodotto e la data di scadenza erano ben leggibili, mentre la scritta delle caratteristiche farmaceutiche era piccola e sfocata. Aveva provato a leggerla con la lente, ma anche così era illeggibile. Spesso era stato sul punto di parlarne con qualche collega, ma ogni volta che stava per dire: “Piuttosto… hai notato…”, qualcuno lo interrompeva; poteva essere un altro collega che si avvicinava e che faceva cambiare discorso, oppure un colpo di tosse, e altre cose ancora. Si era provato anche a scrivere a qualche giornale. Aveva composto la lettera, l’aveva imbustata e quando stava per spedirla la mano gli restava a mezz’aria. All’improvviso tutto gli sembrava talmente stupido, e la voglia di sapere svaniva all’improvviso e gettava la lettera nei rifiuti. Un giorno riuscì a spedire la lettera, ma il giorno dopo il giornale non uscì, e così per tutta la settimana. Infine l’edicolante gli disse che il quotidiano era stato chiuso per fallimento.

Parcheggiò la macchina nel grande parcheggio di fronte alla fabbrica. Scese dall’auto, e chiudendo la portiera alzò lo sguardo verso le guglie metalliche della mostruosa costruzione: vi bruciava un fuoco eterno in quelle torri e un fumo giallognolo striava il cielo grigio. Stava avviandosi verso l’entrata con le mani affondate nelle tasche del cappotto, quando il lucido contenitore delle pasticche antismog lo fece tornare su i suoi passi. Risalì in macchina. Lungo la strada c’era una farmacia. Avrebbe chiesto al farmacista delucidazioni sulla composizione delle pasticche.

A quell’ora della mattina la farmacia era vuota, e il farmacista, mingherlino e sulla cinquantina, lo accolse con un pacato buongiorno. Lui, impacciato, gli mostrò il contenitore. Il farmacista lo prese e lo analizzò avvicinandolo agli occhi. Poi scomparve dietro gli scaffali dei medicinali e tornò con un nuovo flacone. Sfatando ogni suo dubbio, il farmacista gli disse che era venuto a conoscenza di una partita di flaconi dove per un errore era impossibile leggere le caratteristiche del prodotto sul contenitore. Guido prese il nuovo contenitore. Pagò e ringraziò il farmacista. Questo volta le caratteristiche erano leggibili e in fondo c’era pure il nome della ditta farmaceutica: Parodax inc.

Uscendo dalla farmacia la pioggerellina gli bagnò il viso, e anche da così lontano l'enorme fabbrica si stagliava nella campagna circostante, e gli occhi di Guido velati dalla pioggia scorsero leggermente sfuocato nel cielo grigio il nome della fabbrica dove lavorava: Parodex inc.

In fabbrica seguì svogliatamente i suoi compiti, pensava ad altro e spesso toccava con la mano il flacone di pastiglie, come se fosse l’unica cosa che ancora lo legasse alla realtà. Guardò spesso l’orologio, aspettando solo l’orario d’uscita. Era Martedì ed era il giorno di palestra. Aveva bisogno di muoversi, di dimenticare, con il movimento automatico del corpo, il flusso della coscienza, l’orribile presenza dell’essere. Voleva dimenticare di essere vivo, era terrorizzato dalle conseguenze di quel concetto universalmente accettato come dato primario.

Poi si ricordò che quella mattina non aveva preso le pasticche.

Guardò le caratteristiche scritte sul contenitore.

C’era scritto che il prodotto dava assuefazione, e che dopo un certo periodo non si poteva più interrompere la cura, gli effetti collaterali erano diversi, tra cui ‘svanire’.

Ora gli era chiaro il compito delle pasticche: mantenere gli esseri in esistenza.

Scomparve quel giorno di pioggia davanti all’ascensore della fabbrica che l’avrebbe dovuto portare al parcheggio, alla sua macchina, che resterà per sempre lì parcheggiata. Mai più tornerà al suo appartamento, che resterà per sempre vuoto: come del resto è destino di tutti gli spazi privi delle esistenze che li abitarono.

Mai più… mai più…

(2004-2006)

 

Commenti

 

Mariateresa - Martedi, 25 Novembre, 2008 alle ore 20:31:45

commento: proprio come i raccoonti di fantascienza,questo racconto ha un inizio normale del tutto inaspettato e il finale inaspettato[o almeno questa e stata l'impressione che ho percepito!] tuttavia e scritto molto bene, in maniera scorrevole.Un preggio di questo elaborato è che e BREVE. I racconti presenti su internet spesso sono molto lungli e posso garantire che la maggir partre degli studenti(adolescenti) non li legge, al contrario apprezza di piu colui che scrive in modo abbreviato.Nonostante ciò reputo questo racconto:simpatico, "inaspettato", e bello!!:-]

 

maurizio - Lunedi, 10 Marzo, 2008 alle ore 15:24:20

commento: Belli i tuoi complimenti, ancor di più perché spontanei, e non richiesti... E bello anche il tuo nome, Diana...

 

diana - Domenica, 9 Marzo, 2008 alle ore 15:00:25

commento: a fine giornata apro il pc e inizio a cercare qualcosa,neanche io so bene cosa,che possa darmi uno stimolo,un' emozione,un' imput per scatenare la mia fantasia e fare qualcosa di creativo.scappando dai"registrati al nostro sito","lascia la tua e-mail",quasi volendo prendere tutto senza dare niente,non lasciare nulla di mio a qualcuno che non posso vedere e valutare,scappando dagli"sconosciuti" del mondo virtuale ma prendendo tutto ciò che del loro mondo mettono a nudo davanti a me,davanti a tutti.ma non posso chiudere questa pagina senza lasciare un grazie a questo autore che per qualche secondo è entrato nel mio mondo facendomi perdere nel suo.la tua scrittura è coinvolgente e spero che qualcuno ti dia modo di esprimerla come vorresti..diana